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IL FUTURO DI CREMONA

Burgazzi: «La cultura per il riscatto. È li che dobbiamo investire»

L’assessore non ha dubbi: «Il rilancio passerà dalla liuteria e dalla nostra tradizione musicale. Dobbiamo riuscire a fare sistema: istituzioni e comunità insieme sono chiamate al cambio di passo»

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

26 Gennaio 2022 - 05:15

Burgazzi: «La cultura per il riscatto. È li che dobbiamo investire»

L'assessore Luca Burgazzi

CREMONA - Cultura, capacità di fare rete, musica e alta formazione sono gli ingredienti del riscatto di Cremona, del futuro della città. Ne è certo e lavora per questo il giovane assessore alla cultura del Comune, Luca Burgazzi per cui il domani prossimo venturo coincide per lui con l’età della piena maturità. Non vuole stare a guardare e allora immagina che Cremona possa riscattarsi proprio grazie a Claudio Monteverdi, alla sua tradizione musicale e liutaria, ma soprattutto con un cambio di marcia che porti l’intera comunità a credere e investire in cultura.

Dunque con la cultura non solo si mangia, ma si costruisce il futuro della città?
«Ne sono convinto e non solo per il ruolo che ricopro. Ce ne siamo resi conto con il lockdown cosa abbia voluto dire chiudere i luoghi della cultura. Quanto la cultura e le sue manifestazioni siano parte integrante della vita di una comunità».

Ma come trasformare questo valore identitario della cultura in un’azione propulsiva per il futuro della città?
«Lavorando su ciò che ci rende unici e che ci caratterizza, facendo sì che chi viene a Cremona possa fruire e godere di qualcosa che trova solamente qui. Per fare questo bisogna superare la prospettiva degli eventi e avere il coraggio di lavorare in profondità e in radicamento della consapevolezza del nostro territorio».

Belle parole, ma concretamente questo cosa vuol dire? Basti pensare al sistema museale e alla difficoltà di attrazione che i musei esercitano sui cittadini. Un male comune, un male italiano, ma questo non basta...
«È vero, e bisogna ovviare con investimenti e con la consapevolezza che non basta recuperare spazi, ma bisogna fare in modo che diventino luoghi attrattivi per il valore delle proposte. Il piano d’azione deve essere duplice: uno di contenuti e l’altro di struttura».

Con l’aspetto contenutistico a cosa si riferisce?
«Alla necessità di lavorare perché ciò che siamo e il patrimonio della città sia conosciuto, approfondito e studiato. Da qui bisogna partire e allora anche la mostra estemporanea diventa un tassello non effimero sull’immagine che la città di Cremona è e può essere. Penso alla mostra dei Campi o a quella dedicata a Sofonisba Anguissola occasioni che hanno valorizzato la città e la sua storia in una prospettiva di futuro. In quest’ottica proporremo la mostra dedicata alla Madonna dell’Itria di Sofonisba Anguissola, opera restaurata presso i laboratori del nostro museo, intorno a cui costruiremo una mostra dedicata al periodo siciliano della pittrice cremonese».

Ma ancora di eventi si tratta?
«Ma non estemporanei, frutto di studio e calati nella nostra realtà e proprio per questo unici. Bisogna non aver paura di prenderci il tempo per studiare e mostrare e di-mostrate ciò che rende unica la nostra città».

L’aspetto strutturale di cui diceva a cosa fa riferimento?
«Alla valorizzazione degli spazi, al recupero di quelli inutilizzati. Abbiamo presentato al Ministero della Cultura un progetto che vuole recuperare e valorizzare l’intera area di palazzo Affaitati e palazzo Soldi. Immaginiamo un grande polo in cui museo, biblioteca, Informagiovani e Centro Fumetto diventino un polo attrattivo. In cinque o sei anni con il recupero del comparto di San Francesco e del vecchio ospedale, la trasformazione di Palazzo Grasselli in sede del conservatorio e palazzo della città il volto di Cremona cambierà. I bandi per la cultura ci sono e ci saranno, così pure i fondi del PNRR che ci permetteranno di lavorare sul piano dell’innovazione tecnologica ed efficientamento energetico nei luoghi culturali. Ma per fare tutto questo non basta l’amministrazione pubblica, ci vuole che tutta la città partecipi».

Il riferimento va alla partecipazione dei privati?
«Il riferimento è a un cambio di mentalità, ad un investimento di tutti sulla comunità. Un esempio concreto può essere l’Art Bonus che a differenza di altre realtà nella nostra ha avuto e continua ad avere poco successo. Eppure è uno strumento che permette ai privati di sostenere progetti e iniziative culturali, di farle proprie e di viverle come un investimento reale sul futuro della comunità in cui le diverse realtà imprenditoriali sono inserite. Il pubblico non basta più, l’amministrazione gioca sempre più il ruolo di facilitatrice di processi».

Ovvero?
«Diciamo che non hanno più senso gli assessori come direttori artistici o promotori culturali, il nostro ruolo è, se mai, individuare le professionalità adatte e metterle nella condizione di poter lavorare e far crescere la comunità rispondendo a bisogni e sogni, immaginando un futuro legato al nostro patrimonio culturale».

In questi anni Cremona ha investito molto sulla musica e sul comparto liutario e sull’alta formazione. Queste realtà possono essere volano di sviluppo?
«Noi ci crediamo fortemente, senza conoscenza non c’è sviluppo di sorta. Per questo la notizia dei giorni scorsi che il nostro Monterverdi sia diventato finalmente un conservatorio statale a tutti gli effetti è una grande notizia che va in questa direzione. Non dimentichiamo poi l’apertura dell’Accademia Stauffer a ottobre, una realtà che chiama musicisti da tutto il mondo e che fa di Cremona veramente un polo musicale di eccellenza. E ancora penso al corso, unico in Italia, di Conservazione e restauro degli strumenti ad arco e scientifici con i laboratori a palazzo Fodri, un altro unicum legato all’ateneo pavese. Sempre l’anno scorso si è tenuta l’inaugurazione del Campus della Cattolica a Santa Monica e anche qui la ricerca e la formazione in abiti agroalimentare ed economico sono di assoluto valore, per non tacere dei prossimi sviluppi del Politecnico e della magistrale in Ingegneria musicale e acustica che conferma l’attenzione della città al suo specifico di carattere musicale».

Ma la formazione può bastare per il rilancio di una città?
«I tempi sono lunghi, ma l’indotto che possono creare le università è senza alcun dubbio interessante. Ma la formazione, la ricerca sono il terreno su cui costruire azioni di produzione che possano accendere i riflettori sulla città».

Il suo pensiero va al Festival Monteverdi?
«Certo, la produzione musicale, in particolar modo l’attenzione ala musica barocca e al melodramma sono prioritari. Monteverdi, insieme a Stradivari, è il nome per cui Cremona è conosciuta nel mondo. E poi qui è nato l’inventore dell’opera lirica in un paese che ha fatto del melodramma un suo vessillo».

Detto questo, tutto ciò come potrebbe tradursi concretamente?
«La concretezza sta nell’obiettivo di far ottenere al Festival Claudio Monteverdi la denominazione di festival di interesse nazionale, come accade per il Festival Verdi a Parma. Questo vorrebbe dire avere più fondi, poter lavorare con una costanza unica e produrre per far sì che Cremona diventi veramente la città da cui non si possa prescindere per la musica antica. Un primo passo è stato compiuto con la volontà di sostenere l’Orchestra del festival Cremona Antiqua con la direzione musicale affidata ad Antonio Greco, un cremonese che è stimato da grandi maestri come Muti e Gardiner e che si è impegnato con Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli e il sovrintendente Andrea Cigni, a lavorare perché davvero il Festival Monteverdi sia un punto di riferimento per chi ama la musica antica e l’opera lirica».

Ma in tutto questo la città come partecipa? C’è chi considera la musica antica troppo elitaria…
«Osservazioni comprensibili, ma non bisogna dimenticare che con Monteverdi guardiamo al mondo, non solo all’Italia, il respiro deve e dovrà essere internazionale. La città c’è nel coinvolgimento di un ensemble come il Cremona Antiqua nato qui, con l’indotto che un festival con le risorse adeguate per produrre con forza può creare sulla città. Ma in questa visione di futuro c’è poi un altro aspetto importante e per noi strategico».

Quale?
«Il coinvolgimento, l’azione di responsabilità attiva che abbiamo chiesto in questi anni alle associazioni culturali, ai gruppi che hanno ideato e organizzato festival e manifestazioni per la città. In questo senso il Comune diventa un facilitatore, può mettere nelle condizioni le realtà di agire sulla città. Penso a tutte le realtà festivaliere dell’estate, nate dalle idee di gruppi e di associazioni, questo è un patrimonio di animazione della nostra comunità che è tanto importante quanto la progettualità per il Festival Claudio Monteverdi. L’associazionismo culturale e artistico di una città è l’humus di una comunità, è il terreno su cui poi costruire strategie che guardano extra moenia, ma lo fanno forti di una radice comune e condivisa».

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