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IL FUTURO DELL'AGROALIMENTARE

La guerra, la Cina, i prezzi: «È una tempesta perfetta»

n Cattolica convegno sul settore primario alle prese con la crisi «Navigare a vista non basta. Adesso è necessario e urgente ridisegnare la mappa energetica e le politiche del Continente»

Massimo Schettino

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mschettino@laprovinciacr.it

09 Giugno 2022 - 10:04

La guerra, la Cina, i prezzi: «È una tempesta perfetta»

I relatori Tagliapietra, Auricchio, il rettore Anelli, Cartolano e Pallaroni

CREMONA - Una crisi che non è stata scatenata dalla guerra fra Russia e Ucraina, ma viene da lontano e costringe a ridisegnare rapidamente la mappa energetica dell’Europa, oltre che le politiche agricole del continente che in passato ha anche incentivato gli agricoltori a lasciare i campi incolti. Anche perché alla stagnazione economica si affianca l’alta inflazione che sta per scaricarsi sui consumatori dopo essere stata contenuta all’interno delle filiere produttive, con il rischio di deprimere ulteriormente la domanda nel circolo vizioso della stagflazione. Somiglia ad una tempesta perfetta, la crisi profonda che ha investito l’Europa e ha portato a un aumento dei costi dell’energia e delle materie prime che sta creando un problema epocale per chi è chiamato a sfamare il pianeta.

In prima fila tra il pubblico, il sindaco Galimberti, il prefetto Conforto Galli e il vescovo Napolioni

Nasce da qui l’esigenza della riflessione di ieri nell’Aula Magna del campus di Santa Monica. Protagonisti il presidente dei giovani imprenditori di Federalimentare, Guglielmo Gennaro Auricchio, il segretario generale dell’Associazione nazionale tra i produttori di alimenti zootecnici (Assalzoo), Lea Pallaroni, e il docente della Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica Simone Tagliapietra. A moderare gli interventi è stata la giornalista Tonia Cartolano, vice caporedattore, anchor e reporter di Sky TG24. In platea, fra altre autorità e referenti delle istituzioni, il prefetto Corrado Conforto Galli, il sindaco Gianluca Galimberti, l’assessore Maura Ruggeri e il presidente del Consiglio comunale Paolo Carletti, il vice presidente dell’amministrazione provinciale Giovanni Gagliardi insieme al consigliere Matteo Gorlani, il consigliere regionale Matteo Piloni, il presidente di CremonaFiere Roberto Biloni e i rappresentanti delle categorie produttive, a partire dal commissario straordinario della Camera di Commercio Gian Domenico Auricchio. In prima fila il vescovo, Antonio Napolioni, che ha rivolto un saluto all’assemblea spiegando che «anche la comunità ecclesiale è impegnata su questi temi».

È stato il rettore Anelli a spiegare il senso dell’iniziativa: una riflessione capace di analizzare cause, stato dell’arte e soprattutto prospettive a medio e lungo termine dell’impatto del nuovo contesto geopolitico sul futuro del sistema agro-alimentare. «Siamo di fronte ad una fase del tutto inedita e critica per l’agroalimentare, in cui ai problemi derivanti dai cambiamenti climatici si sommano le difficoltà di produzione, approvvigionamento e dislocazione» ha sottolineato. A fornire dati è stata Pallaroni, che ha spiegato come la dipendenza complessiva dalle importazioni per le principali materie prime agricole sia pari al 55,4%, che diventa dell’82.3% per la farina di soia. Il grado di auto approvvigionamento del grano tenero è del 35,9% e del 53,55% per il mais. Ma per questo componente chiave dell’alimentazione animale, la situazione è difficile: in 15 anni in Italia si sono persi 550 mila ettari, una superficie più grande della Liguria, e la produzione è passata dagli 11,5 milioni di tonnellate prodotte nel 2006 ai 6,8 del 2020. «Dall’Ucraina — ha spiegato Pallaroni — importiamo in realtà solo il 15% del fabbisogno, ma il problema è l’Ungheria che vale il 30% e che per la guerra ha bloccato le esportazioni. Abbiamo quindi perso il 45% dei nostri approvvigionamenti di mais. Al problema contribuisce anche la Cina, che sta accumulando stock di mais, riso e grano, immobilizzandoli nei suoi granai».

Pechino importa e non rivende. E senza considerare gli stock cinesi, il mondo ha riserve di mais per 31 giorni. Con i prezzi del mais (+61%) che hanno cominciato a crescere ben prima della guerra, in quella ‘tempesta perfetta’ che ha portato da gennaio 2020 a gennaio 2022 un’impennata generalizzata: petrolio +34%; elettricità +117%; gas +678%; soia +57%; trasporti +89%. La prospettiva dell’autarchia non è percorribile dall’Italia, occorre invece ragionare da macroregione europea, unico grande attore mondiale privo di riserve alimentari strategiche. Non solo: l’Europa è tagliata fuori dai flussi di mais, soia e grano e il suo peso geopolitico per queste materie è scarso. A prevedere un riversamento dell’aumento dei prezzi sul consumo è stato Auricchio: «Un impatto che deprimerà la domanda, già colpita dagli altri aumenti. Ma anche la grande distribuzione, che finora ha fatto muro, si trova a dover trasferire gli aumenti di prezzo sui prodotti. Dalla fine del 2021 ad oggi — ha aggiunto l’imprenditore caseario — il latte è aumentato del 25%. Se il costo superasse i 60 centesimi al litro, i formaggi freschi, come ad esempio la mozzarella, diventerebbero proibitivi e, a catena, i costi della pizza sarebbero insostenibili. È il momento di navigare a vista, ma prevedendo investimenti nel risparmio energetico e politiche di sistema lungimiranti».

Di energia ha parlato Tagliapietra, secondo il quale il problema europeo si chiama Vladimir Putin: «Negli ultimi anni ci ha mandato sempre meno gas. Questo prima e la guerra ora ci costringono a ridisegnare la mappa energetica che si fondava su una reciproca interdipendenza con la Russia». L’Europa, infatti, importava il 40% del gas da Mosca e il 20% del petrolio. «Ma dall’altra parte l’Europa era l’acquirente dei tre quarti del gas russo e di metà del petrolio. Con il conflitto i flussi di gas sono aumentati molto. Un paradosso? No, questa è la vera fonte di finanziamento della macchina da guerra russa. L’Europa ha inviato 12 miliardi di euro di aiuti all’Ucraina. Nello stesso tempo paghiamo alla Russia 10 miliardi al mese per il solo petrolio. Ora è stato deciso l’embargo parziale. Sarà molto più difficile per il gas, per il quale arriveremo forse prima noi riducendo gli acquisti, già limati durante la stretta di Mosca che ci ha costretto a rivolgerci al Gas naturale liquefatto Usa».

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