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9 agosto

Lettere al Direttore

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emanzini@laprovinciacr.it

10 Agosto 2016 - 10:23

IL CASO

Nutrie, piano a rilento
Non è colpa dei Comuni
Signor direttore,
le chiedo un po’ di spazio per rispondere alla lettera del signor Dario Lana in tema di nutrie.
Il signor Lana afferma che le colpe del mancato funzionamento del piano di contenimento sono da ricercare nella mancanza di collaborazione dei Comuni! Ti pareva!
Mi piacerebbe mostrare al signor Lana il contenuto di una corposa cartella che tengo sulla scrivania con la scritta ‘Nutrie’. Una fitta corrispondenza e appunti di telefonate e incontri con tutti gli attori di questa vicenda tipicamente italiana dove il tema fondamentale non è il contenimento della specie nutria ma ‘lo scarica barile’! Stato, Regioni, Provincie (per quel poco che rimane), Ats (ex Asl), Comuni e infine i poveri volontari in una messa in scena grottesca e ingestibile piena di contraddizioni.
Mi limito a un esempio: la Provincia sui decreti che rilascia ai cacciatori scrive ‘il Sindaco autorizza le modalità di smaltimento… previa espressione del parere del Dipartimento di Prevenzione Veterinaria dell’Ats (ex Asl)’ mentre il Dipartimento si rifiuta di rilasciare tale parere sostenendo che basta la comunicazione del Comune.
Non voglio tediare oltre i lettori ma se il signor Lana vuol passare in Municipio, sarò lieto di fornirgli ulteriori ragguagli sull’inerzia delle Amministrazioni Comunali.
Mario Bazzani
(Sindaco di Torre de’ Picenardi)


La partenza a rilento del piano di contenimento delle nutrie credo sia da ricercare nella mancanza di fondi e non nella scarsa collaborazione dei Comuni! Qualche settimana fa l’allarme arrivava dal consigliere provinciale con delega all’agricoltura, Alberto Sisti. Queste le sue parole: «Servono gabbie e risorse: avevamo presentato alla Regione Lombardia un piano nutrie con una proposta iniziale di budget pari complessivamente a 330mila euro, di questi la Regione ne ha trasferiti solamente 25mila, integrati dalla Provincia con altri 25mila».

L'ANALISI

L'Europa polveriera etnico sociale

Ogni estate ha il suo tormentone. Ma quello che ci sta ora affliggendo è, disgraziatamente, faccenda serissima. Pare infatti d’obbligo interrogarsi sulla ‘vera’ natura del terrorismo islamista: guerra di religione? La domanda è d’effetto. Ma di fragile fondamento culturale. Nessuna guerra, a memoria d’uomo, ebbe mai una sola causa e una natura semplice. Men che meno le cosiddette guerre di religione. Lutero stesso, con tutto il suo genio teologico, sarebbe rimasto al palo se la sua polemica morale e dottrinale contro la Chiesa di Roma non avesse offerto formidabile pretesto ai concretissimi interessi economici, politici, diremmo oggi geostrategici, di chi non vedeva l’ora di rompere i ponti con la cattedra di Pietro e l’Europa ‘romanocentrica’. Altrettanto astratta appare l’altra lamentazione che fa il paio con la prima: siamo deboli e incapaci di difenderci perché l’antica identità cristiana dell’Europa è ormai al lumicino. Purtroppo è vero. La nostra identità sta scivolando lungo il piano inclinato di una becera stupidità di massa: la civiltà di Dante si consegna anima e corpo a quella dei Pokemon e dei selfie. Ma se l’autodifesa dell’Occidente ha per condizione la sua ricristianizzazione campa cavallo. Non si riproduce a tavolino una spiritualità religiosa quando sono venute meno le condizioni storico ambientali che ne hanno alimentato la lunga e gloriosa parabola occidentale. Le chiese cristiane si svuotano. Al contrario, le moschee — anche europee — sono sempre più piene di giovani. E dunque? E dunque a noi non resta che tornare coi piedi per terra, sospendere le domande sui massimi sistemi che, come tali, sono più utili a ingrassare i talk show della tv che a rendere meno insicura la nostra vita quotidiana.

Ben altro urge: potenziamento e coordinamento dei servizi di intelligence, risposta militare e repressiva, ripensamenti, ove necessario, circa il carcere preventivo che fa inorridire le ‘anime belle’ ma spesso salva le vite. Va insomma voltata pagina rispetto all’esagerato garantismo che da anni paralizza l’Europa nella spirale dei suoi antichi sensi di colpa. Sensi di colpa, sia chiaro, tutt’altro che infondati visto che — dal Medio Oriente all’Africa — abbiamo dato fin troppe prove di avventuristico e talvolta spietato cinismo. Ma le colpe del passato non si espiano rassegnandosi ai disastri del presente. Lascia perplessi la misura di compiacenza con cui molti stanno gridando al miracolo solo perché qualche imam coraggioso, o semplicemente avveduto, ha rotto il muro del silenzio e detto a chiare lettere che non si uccide nel nome di Dio. Ovviamente conforta che qualche crepa cominci ad aprirsi nel muro di un silenzio fino a ieri inquietante. Ma ci vuol altro per cambiare le cose. E questo ‘altro’, inteso come avvio di un attivo ruolo pacificatore direttamente assunto dai capi religiosi disposti a farlo, trova un decisivo ostacolo nel fatto che, a differenza della chiesa cattolica, l’Islam non ha gerarchia, vertice, organi consultivi e decisionali, insomma una dimensione istituzionale con cui trattare. A rendere il quadro ulteriormente problematico c’è poi un fenomeno largamente noto: la radicalizzazione islamista e la scelta della lotta armata e del terrorismo interessa gli immigrati di seconda e terza generazione. E, per giunta, fa proseliti più nei ceti borghesi e relativamente agiati che non in quelli delle periferie degradate. Dunque non è una questione sociale, capitolo dell’eterna lotta fra l’internazionale dei poveri e quella dei ricchi, come qualche sprovveduto ancora crede e qualche spudorato speculatore ideologico finge di credere. Non è un disagio sociale di massa ma un disagio esistenziale di massa: il risveglio nel dna di migliaia di giovani islamici di una memoria identitaria che, eccitata e stravolta dalla propaganda estremista, si radicalizza e arriva a fare quel che stiamo vedendo. Il che ci suggerisce tante cose, non esclusa, in qualche raro caso, la pietà per gli stessi carnefici, così assurdamente acerbi e smisuratamente confusi. Ma soprattutto acuisce la percezione della tremenda problematicità dei processi di globalizzazione e dei modelli di integrazione fin qui applicati. Stiamo scoprendo non solo l’entità dei rischi di rigetto dell’immigrato verso la società ospitante ma anche che il rigetto è differito nel tempo come un timer che l’ Europa incorpora senza alcuna facoltà di futuro controllo. Chi esalta retoricamente l’accoglienza riducendola a vetrina dei nostri buoni sentimenti (nonché retrobottega di vertiginosi profitti collaterali) non dimentichi che stiamo parlando dello sradicamento di milioni di esseri umani. Sofferenza che genererà altra sofferenza e farà della vecchia Europa una gigantesca polveriera etnico sociale. I burattinai dell’immigrazione a tutti i costi sono certi di volersi assumere questa responsabilità?
Ada Ferrari

Gombito, non è infamandomi che il cimitero migliora
Egregio direttore,
un sedicente ‘gruppo di maggioranza’ risponde sul suo giornale alla mia segnalazione inerente l’abbandono del cimitero di Gombito. Ebbene, trovo sempre molto squallidi gli attacchi personali da parte di chi non osa nemmeno firmare ciò che scrive. Trincerarsi dietro una sigla per elargire fandonie e veicolare pregiudizi è il tipico modo di chi non conosce i problemi nè intende affrontarli.
Purtroppo non è infamando me che il cimitero di Gombito (ormai all’abbandono, altro che qualche foglia secca!) si trasforma nel luogo assai dignitoso che era sino a pochi anni fa.
Patrizia Pedrazzini
(Gombito)

Don Nevi, per andare a messa non serve un corso di teologia
Egregio direttore,
non vorrei entrare in polemica con i ‘fedelissimi’ di don Nevi ma fare solo qualche considerazione: forse che i musulmani che hanno partecipato alla messa nelle varie chiese hanno dovuto fare un corso preparatorio di ‘teologia’? Oppure don Nevi pensa di essere esente dal seguire le linee pastorali del Papa e dei Vescovi o di poterle reinterpretare a suo piacimento? Credo che i partecipanti abbiamo invece delle conoscenze religiose che dovrebbero fare invidia a tanti che si dicono cristiani.
Pia Panzi
(Cremona)

Dopo il Corano in duomo aspettiamo un po’ di reciprocità
Signor direttore,
dopo l’incontro in duomo con canti islamici nella casa del nostro Dio, aspetto di sentire canti cristiani nella loro moschea. Quando ci sarà questo incontro?
Mario Feraboli
(Cremona)

Soresina/1. Il centro islamico non è altro che una moschea
Signor direttore,
detto che il Centro Culturale Islamico, A.P.S. di Soresina, come più volte denunciato dall’Associazione Città di Soresina, non è altro che una moschea in tutto e per tutto ed è pertanto in evidente contrasto con le norme in vigore, vedasi verbali del consiglio comunale; detto che la Prefettura di Cremona, per gli ultimi insediamenti di profughi, non ha nemmeno interpellato l’Amministrazione Soresinese, che a detta dello stesso Sindaco nulla sapeva e nemmeno è stato interpellato per una eventuale pianificazione; detto che a Soresina non si può più scrivere, parlare e dire la propria opinione su questioni importanti — esempio la situazione degli immigrati — se non si hanno scritto almeno 10 articoli all’anno, credo che il problema della coesistenza tra le diverse etnie è più che mai prioritario e deve, a mio avviso, essere condiviso e pianificato sia con tutta la rappresentanza politica sia con tutta la cittadinanza, al fine di evitare sicure e spiacevoli situazioni di intolleranza.
Sindaco, questa sbandierata certezza di presidiare e monitorare la situazione nella nostra città, visti i fatti e i ripetuti errori perseverati, l’ha solo lei e la sua maggioranza e questa diventa una evidente preoccupazione di tutti.
Bruno Basso Rizzi
(Soresina)

Soresina/2. Sul caso profughi Comune poco trasparente
Egregio direttore,
sul caso profughi Città di Soresina informa che l’attuale amministrazione comunale è stata tutto meno che trasparente sia con i cittadini che con i rappresentanti delle opposizioni. Questo è ciò che stiamo denunciando da tempo, nonostante la diversa apparenza che il sindaco ha voluto dare. E nonostante i nostri sforzi di collaborazione e sollecito, questo atteggiamento l’abbiamo già subito con la tangenziale, con la moschea, con la vendita delle società del gruppo Aspm e altro, come prassi abituale. Informazioni solo all’ultimo quando tutto (da loro) era già stato deciso e reso inevitabile. Nessuna collaborazione con le opposizioni, la mancanza di chiarezza con la cittadinanza e l’assenza non dico di un progetto ma almeno di un’idea su cosa fare per Soresina hanno determinato i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. La litania è sempre la stessa: ‘abbiamo trovato una situazione disastrosa, non ci sono i soldi, ecc.’ Cioè: non abbiamo colpe, tutto ci capita addosso, non ci possiamo fare nulla. Un abbandono totale inaccettabile da un’amministrazione che non può per natura essere irresponsabile. Meglio impotenti che colpevoli, sembrano dire. Sicuramente incapaci nella gestione, forieri di insicurezza e rabbia.
Roberto Rava
(lista Città di Soresina)

Il senso di umanità non dipende dal colore della pelle
Signor direttore,
sono la 75enne sorpresa alle spalle e scippata delle collane venerdì scorso 5 agosto. Desidero ringraziare la postina di zona che molto gentilmente mi ha soccorsa e assistita in quei momenti di grande agitazione e i due ragazzi di colore, ospiti della Casa dell’Accoglienza, che a piedi si sono lanciati invano all’inseguimento dello scippatore in bicicletta. Sono convinta che sia giusto avere prudenza di giudizio verso gli altri, ingiusto avere diffidenza preconcetta: il senso di umanità non dipende dal colore della pelle.
I. S.
(Cremona)

L’impossibile perdonanza. Il Papa non ci bacchetti!
Signor direttore,
eh sì, la ‘perdonanza’, l’impossibile perdonanza! Nel rispetto di noi stessi, cioè dei nostri umani limiti psichici, non trovo né evangelico né giusto sfoggiarla come qualità personale e, se qualcuno ci offende, non lasciamoci trascinare a vendicarci. Non ci riprenda però, Santo Padre, se ci allontaniamo, e per sempre, da chi ci mostra e dimostra modi nemici, per avvicinarci a chi ci mostri, e dimostri, modi amici. Ché perdonare chi ci offende mi pare impossibile.
Gianfranco Mortoni
(Mantova)

Immigrazione sfruttata da criminalità e terrorismo
Gentile direttore,
il problema delle migrazioni attanaglia da troppo tempo l’Europa e in particolare l’Italia che purtroppo possiede una morfologia tale da rappresentare un immenso attracco immerso nel Mediterraneo. L’aggravante è che l’Europa è una unione monetaria e a livello politico ogni Paese fa quello che meglio gli pare sospendendo i trattati che, dopo l’autoesclusione del Regno Unito, sono divenuti carta straccia. L’immigrazione ha raggiunto livelli tali da far debordare i vari Paesi nel caos e molti hanno pensato di auto tutelarsi chiudendo e blindando le proprie frontiere mentre l’Italia con i governi inconsistenti che si sono succeduti e che si ritrova, oppone i soliti atteggiamenti morbidi che a distanza di tempo aggraveranno il problema in modo irresolubile. Troppa criminalità e di ogni genere vi lucra sopra e pertanto incentiva questo epocale losco traffico che le Polizie Interpol e Europol stimano intorno ai sei miliardi di dollari e di 30.000 il numero dei criminali coinvolti nella squallida tratta. Non va dimenticato inoltre che genti dei Paesi sub sahariani e dei versanti del Niger non attraversano le varie frontiere col semplice documento ma devono pagare pegno alla corruzione fino a giungere ai territori in mano ai fondamentalisti che poi gli faranno compiere il balzo finale. Comunque questi immigrati definiti economici od ecologici dovranno alleggerire le proprie famiglie di somme che vanno dai 3.200 ai 6.500 dollari per giungere poi in un paese (l’Italia) sovrastato dai debiti, in recessione da anni, con un Pil inchiodato ai decimali, una disoccupazione giovanile pazzesca, una produzione industriale arrancante e una sanità pubblica sprecona e inefficiente. All’Isis non pare vero di poter bombardare la vecchia Europa con del materiale umano che a differenza delle bombe non si distrugge dopo lo scoppio ma che daranno origine a problemi sociali immani nei paesi coinvolti dai forzosi flussi imposti. Accoglienza? Integrazione? Multiculturalismo? La Francia delle libertà fondamentali ci ha provato con gli effetti nefasti che oggi tutti noi raziocinanti notiamo.
Dante Benelli
(Gussola)

Il 6 agosto di cent’anni fa moriva l’eroe Enrico Toti
Gentile direttore,
il 6 agosto di cent’anni fa moriva Enrico Toti. Un eroe della Grande Guerra che molti ricordano soprattutto per la celeberrima copertina de ‘La Domenica del Corriere’ disegnata da Achille Beltrame che lo immortala mentre con una sola gamba e già colpito dal fuoco austriaco, lancia la sua stampella contro il nemico. La gamba sinistra la perse giovanissimo, a soli 26 anni gli fu tranciata da una locomotiva mentre svolgeva il suo lavoro di ferroviere. Quel terribile incidente mai frenò la sua voglia di vivere e di avventura. Molte furono le sue iniziative sportive, pensò addirittura di modificare una bicicletta per fare il giro del mondo, ma dopo 8.000 km dovette arrendersi per un guasto meccanico. Con lo scoppio della guerra Mondiale chiese di essere arruolato nei bersaglieri ciclisti ma fu respinto. Non si arrese e si presentò come volontario civile. La sua intraprendenza tra le linee di fuoco fu premiata con le stellette e divenne valido protagonista nella battaglia di trincea. Era in prima linea quando nel tentativo di prendere Gorizia, occorsero diverse pallottole austriache per spegnere per sempre quello spirito così perseverante e mai domo.
Michele Massa
(Bologna)

Non ha senso l’autovelox senza un cartello del limite di velocità
Signor direttore,
in risposta alla lettera a firma di Fabrizio Pizzamiglio (...) che sostiene che non è obbligatorio mettere dei cartelli segnaletici che indicano agli automobilisti la velocità che devono mantenere dando per scontato che ci si deve basare sulla tipologia della carreggiata (quale? comunale, extraurbana, provinciale). Ritengo sbagliata questa tesi in quanto chi si trova alla guida di un autoveicolo deve sapere che tipologia di strada sta percorrendo: ragion di più quando durante il percorso viene installato un autovelox con postazione fissa senza controllo di organi di polizia. Che significato ha installare un cartello segnaletico stradale che segnala che 400 metri prima c’è un controllo elettronico della velocità (qual è la velocità da mantenere?) e un altro uguale sotto la telecamera dell’autovelox (che significato ha?) come quello installato nel Comune di Casalbuttano. Mi fa pensare ad una truffa premeditata nei confronti degli utenti! Così pure anche sulla strada provinciale Giuseppina nel Comune di Sospiro: anche in questo caso vi è un cartello segnaletico del controllo della velocità senza indicare qual è il limite della velocità da rispettare, anzi è stato installato un cartello che indica il limite di velocità degli 80 Km orari venti metri dopo la postazione dell’autovelox. Quindi chi distrattamente supera l’autovelox a velocità superiore di quella indicata è già stato multato mentre il rispetto del limite di velocità deve iniziare da dove è stato installato il segnale che indica il limite della velocità, anche questa la definisco una situazione poco chiara.
Credo sia necessario rivedere ciò che indica l’art. 142 del Codice della strada: se vi è stato un errore da parte del legislatore o se vi è una scorretta interpretazione da parte di chi installa questi micidiali autovelox si deve porre rimedio. (...)
Franco Nico Ranzenigo
(Cremona)

Passeggiava spesso col suo Teo. La signora Isa ci mancherà
Gentile direttore,
le rubo un piccolo spazio per ricordare una nostra cara concittadina che da poco ci ha lasciato. Chi, passando per piazza Marconi, non ha mai incontrato la signora Isa Dacquati con il suo inseparabile barboncino nero Teo? Era una persona speciale, nonostante la sua critica condizione fisica, era sempre cordiale, sorridente e gentile con tutti. Vedendola camminare ondeg-
giando con fatica non traspariva mai una difficoltà e in quei momenti tutte le nostre problema-
tiche sparivano e dicevamo: ma di che cosa ci lamentia-
mo? Ogni tanto si inquietava con Teo quando disobbediva non aspettandola creandole ansia che poi finiva con ‘vieni qui dalla mamma’. So che ora Teo è accasato bene e ogni tanto guarderà lassù dove la sua ‘mamma’ Isa vigilerà sempre su di lui.
Pier Remo Barbisotti
(Cremona)

Casa a una famiglia marocchina. Il sindaco rispetta le leggi
Signor direttore,
volevo rispondere al signor Tagliati in merito alla sua lettera riguardo l’assegnazione di un alloggio popolare ad una famiglia marocchina a Pizzighettone.
Primo: ritengo giusto che un sindaco decida o meno di assegnare un alloggio in caso di necessità appurata a prescindere dalla provenienza o dal colore della pelle.
Secondo: il sindaco è soggetto al rispetto delle leggi, giuste o sbagliate che siamo.
Terzo: se non l’avesse fatto sarebbe stato accusato di razzismo con le conseguenze del caso, strumentalizzare delle miserie è una prerogativa della sua sinistra becera e fuori da ogni logica.
Infine mi scuso se non ci siamo dimostrati cattivi, xenofobi, populisti come invece voi siete con gli italiani. Pertanto le sconsiglio di fare certe insinuazioni anche perché se i sindaci si trovano in queste situazioni non è certo per colpa della Lega, bensì per il vostro falso buonismo che si traduce in problemi per i sindaci che li devono gestire grazie alla vostra politica dissennata sull'immigrazione.
Pietro Burgazzi
(segretario cittadino Lega Nord Cremona)

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  • ilgurzo2003

    10 Agosto 2016 - 11:13

    Immagino che la sig.ra Panzi sappia già che un conto è il magistero e altro sono le linee pastorali. In questo mi pare che non ci fossero nemmeno queste ma solo poco più di un auspicio da parte della CEI. Tra l'altro anche don Franzini (e il vescovo non ha avuto nulla da obbiettare) ha accolto l'imam fuori dalla messa, ai piedi dell'abside, per rispetto della nostra liturgia e delle loro prescrizioni. Accolgo l'invito ad approfondire la mia e nostra personale conoscenza del catechismo così da irrobustire la nostra identità, anche se non sono proprio così certo che i mussulmani entrati in chiesa ne sapessero più di me (faccio solo un esempio: i ragazzi delle medie di religione islamica spessissimo non vanno neanche in gita dentro il Duomo per via delle immagini - quadri e statue - che per loro sono idolatria...e noi idolatri.)

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