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Il Premio Nobel punta il dito contro la violenza e la corruzione

Mo Yan racconta la ferocia della Cina tra realtà e finzione

Gigi Romani

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26 Gennaio 2016 - 17:34

Mo Yan racconta la ferocia della Cina tra realtà e finzione

Mo Yan
‘Il paese dell’alcol’
Einaudi
364 pagine,€ 21

Prelibata carne di bambino viene servita in alcuni selezionati ristoranti della Cina profonda. Ma sarà vero? Questo dicono le anonime accuse ricevute in procura dall’ispettore Ding Goùer che parte alla volta della cittadina mineraria di Jiuguo per verificare se esista davvero questo terribile traffico. Il premio Nobel Mo Yan segue il percorso di una surreale indagine nel noir ‘Il Paese dell’alcol’, considerato il suo capolavoro del ‘realismo allucinato’, che esce nei Supercoralli Einaudi nella traduzione di Silvia Calamandrei. «Non sono ubriaco, non mi posso sbagliare: ho davanti agli occhi un bambino brasato, che loro chiamano dono dell’unicorno», dice l’incredulo ispettore davanti a un grande vassoio dorato con in bella mostra un corpicino a gambe incrociate.
Arrivato a Jiuguo, l’ispettore Ding viene coinvolto in banchetti, pranzi ufficiali e feste che lo stordiscono e tra i fumi dell’alcol, che diventa un protagonista della storia, non riesce bene a capire se quella che gli viene servita sia davvero carne di bambino. Tutto si gioca su una sottile ambiguità: «Questo è il braccino, fatto con radice di loto del Lago della luna, a cui si mescolano sedici ingredienti assemblati con straordinaria maestria. Ed ecco la gambina, in realtà una salsiccia di prosciutto. Il torso è fatto con un maialino arrostito e poi lavorato in modo speciale», viene spiegato all’ispettore che non resta sospeso nel dubbio.
In un gioco di specchi tra realtà e finzione, nell’inchiesta, in dieci capitoli, si innesta anche uno scambio epistolare tra l’autore e un giovane aspirante scrittore, esperto di distillazione di alcolici. E nella parte finale anche Mo Yan si ritrova nel ruolo di personaggio. «Nella Cina d’oggi in cui l’alcol scorre a fiumi, non c’è specializzazione più promettente e con un futuro più sicuro di quella che hai scelto», scrive Mo Yan al suo allievo Li Yidou.
Durante l’inchiesta, il nostro ispettore incontra una serie di personaggi assurdi: la prima è una seducente camionista dagli «occhi scuri con un riflesso verde, i capelli corti e folti, nerissimi e lucidi». Ma ci sono anche un venditore ambulante di ravioli, la responsabile di un’Accademia di cucina che insegna a cuocere gli ornitorinchi, un diabolico imprenditore e il guardiano del cimitero dei martiri rivoluzionari. Scritto in prima stesura nel luglio del 1989, subito dopo i massacri di piazza Tienanmen, ‘Il Paese dell’alcol’ è uscito in Cina per la prima volta nel 1993 e in una versione riveduta, che è quella proposta ora da Einaudi, nel 2000.
Il ritratto che viene fuori è quello di una società corrotta di cui Mo Yan - che si è fatto conoscere in tutto il mondo con ‘Sorgo rosso’ da cui è tratto l’omonimo film di Zhang Yimou - racconta lo sviluppo esponenziale che comporta una certa ferocia. Riecheggia anche il tema della politica di controllo delle nascite in Cina a cui lo scrittore ha dato voce ne ‘Le rane’ attraverso il ritratto di una donna venerata come la dea della fertilità e odiata come un boia per aver praticato aborti forzati.

Mauretta Capuano

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