L'ANALISI
17 Marzo 2026 - 05:25
Sul ponte sventola bandiera bianca: lo cantava Franco Battiato nel 1981, facendoci tuffare nelle visioni di una musica che di leggera aveva solo il nome. La bandiera bianca veniva invocata di fronte alle miserie della vita «negli abusi di potere». Ce ne siamo dimenticati, se nel marzo 2024 papa Francesco ha subìto duri attacchi mediatici per aver affermato, durante un’intervista a Cliché, un programma dalla Radiotelevisione svizzera, che «è più forte chi vede la situazione, chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca, di negoziare». Stava commentando le guerre nel mondo, naturalmente. Putiferio da parte dei duri e puri della giustizia del ‘do ut des’, quella che ribatte colpo su colpo, quella che ha le risposte pronte con le certezze granitiche della teoria. Nell’espressione di Francesco, invece, vi era la volontà di dare spazio al discernimento concreto, che chiede di tener conto, accanto alle ragioni, anche della vita dei popoli. In guerra il bene della vita fisica delle persone è spesso ignorato, mentre dovrebbe essere parte in causa. Le sofferenze e i massacri di civili non possono essere derubricati a danni collaterali. Si pensi ai profughi, ai bambini, alle donne, agli anziani, ai mutilati… Peraltro, l’immagine della bandiera bianca porta con sé suggestioni di lunga data.
Lo storico romano Tacito ricordò nelle Historiae l’utilizzo di «veli e bianche tende» calati dall’alto delle mura per indicare la resa dei vitelliani durante la seconda battaglia di Cremona, sotto assedio dalle Legioni flaviane di Marco Antonio Primo. L’uso di un panno bianco non esprime solo il segno della capitolazione, ma prima ancora la richiesta di non essere aggredito e di non avere alcuna intenzione di aggredire, annunciando di fatto la disponibilità alla trattativa per una tregua o per la pace. C’è chi fa risalire questa usanza prima della nascita di Cristo alla dinastia Hang Orientale in Cina. Nel 1625, Ugo Grozio nel De iure belli ac pacis riconosce il segno nell’ambito del diritto internazionale ed entrerà nelle convenzioni dell’Aia del 1899. Nulla di strano, quindi, potersi appellare alla bandiera bianca come soluzione, anche giuridica, di una guerra. In sostanza, si chiede di interrompere le azioni belliche in nome del bene comune. Si deve a Søren Kierkegaard il merito di aver riflettuto sul valore antropologico dell’interruzione. Nel testo La ripetizione, il filosofo mostra che la ripetizione è il fenomeno misterioso che crea interruzione nel tempo e apre all’eternità. Se c’è qualcosa che si ripete nella vita è perché esiste la possibilità dell’interruzione. Ecco il tema della novità, così vicina alla riflessione teologica sul tempo.
La storia non è semplice somma di momenti che si susseguono uno dopo l’altro (kronos), ma conosce l’irruzione dell’avvenire, della novità, della grazia (kairos). La imprevedibile sovverte la cultura del controllo e della meticolosa programmazione, rompe con le attese preconfezionate. Nel kairos l’inatteso va oltre il prevedibile. Sorprende e desta meraviglia. Rimette in movimento le esistenze. Senza interruzione non c’è grazia, conversione, perdono e amore. Il cristianesimo vive di questa dimensione. Quando la vita va gambe all’aria, allora possiamo comprendere cosa sia la vita nuova. L’incontro con Cristo narrato nei vangeli rimette in moto le esistenze a partire da una discontinuità.
Il prima e il dopo Cristo non definiscono tanto ere temporali, ma disegnano quadri esistenziali. Si osservino le storie di vocazione e di chiamata ad opera di Cristo: da Pietro a Paolo fino all’ultimo battezzato irrompe una novità, che trova accoglienza simbolica in un nuovo nome (da Simone a Pietro, da Saulo a Paolo…). Si guardi alle vicende della Samaritana, dell’emorroissa, della donna sirofenicia, di Zaccheo, di Levi, di Nicodemo, della Maddalena… Il modello più straordinario rimane san Paolo con la sua priorità data al valore della grazia. Quando giunge il dono della vita, tutto è a soqquadro e si assiste anche a una nuova esistenza. Avviene una rinascita frutto della gratuità amorevole di Dio. Non a caso, la resurrezione è al centro della fede. E la misericordia è il cuore del messaggio cristiano. Il perdono funziona solo all’interno della logica della grazia. L’interruzione è la condizione di possibilità perchè ci sia una novità. Chi non è rimasto sconcertato dai molteplici esempi del discorso della montagna (Mt 5-7)? Come interpretare il porgere l’altra guancia dopo un’offesa (Mt 5,38-42)? Chi di noi non si è ribellato interiormente alla proposta della parabola del padrone che corrisponde a tutti gli operai la stessa paga nonostante abbiano sperimentato fatiche diverse (Mt 20,1-16)? Il Vangelo può essere compreso solo nell’esperienza della sovrabbondanza e del dono.
Come nota Luca Bagetto, la chiamata del padrone della vigna «segue una logica dell’eccedenza. Al quale non importa nulla del sacrificio degli operai che hanno lavorato di più, e che chiedono di rispettare il corrispettivo». L’eccezione interrompe la legge e spiega che cosa essa sia in modo più profondo di quanto non sappia fare la garanzia dell’ordine. Nell’enciclica Fratelli tutti papa Bergoglio ha messo in evidenza la necessità, per chi ha responsabilità di governo, di rinunce e pazienza al fine di favorire uno spazio relazionale fecondo: «Specialmente chi ha la responsabilità di governare, è chiamato a rinunce che rendano possibile l’incontro, e cerca la convergenza almeno su alcuni temi. Sa ascoltare il punto di vista dell’altro consentendo che tutti abbiano un loro spazio (…). Sembra un’utopia ingenua, ma non possiamo rinunciare a questo altissimo obiettivo» (FT 190). Dunque, l’interruzione apre al nuovo e al meglio. Ecco il senso della bandiera bianca. La guerra introduce nelle logiche perverse della violenza e della morte. Immiserisce l’umano. Di fronte al nemico la strada da percorrere sembra inevitabile: annientarlo, ucciderlo, eliminarlo, distruggerlo. Si entra così in una spirale di vendette che non conosce fine. La violenza genera violenza, il sangue chiama sangue, l’odio procura altro odio, la morte invoca morte. Come spezzare questa catena che risulta inevitabile? Per fare la guerra basta poco: alimentare la logica del nemico e armarsi. Per fare la pace serve fantasia, ossia la capacità di interrompere la violenza con un di più di perdono, dialogo, ascolto, trattativa, diplomazia... Come scriveva Martin Luther King, «l’oscurità non può scacciare l’oscurità: solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio: solo il amore può farlo». Il sentiero impervio da percorrere è quello della nonviolenza.
I processi nonviolenti di costruzione della pace introducono un elemento di gratuità. La violenza, infatti, provoca enormi sofferenze e genera sete di vendetta. La nonviolenza è «un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità» (Papa Francesco nel messaggio per la pace 1° gennaio 2017). Dunque, le armi ingannano. Esse illudono che la conclusione possa consistere solo nella vittoria sull’altro. Con le inevitabili conseguenze di risentimento e sete di vendetta. Al contrario, la non violenza praticata o il coraggio della bandiera bianca hanno prodotto risultati nell’India di Gandhi e nelle lotte razziali di Martin Luther King negli USA, tra le donne in Liberia e con la caduta dei regimi totalitari. La non violenza attiva permette di abitare i conflitti senza farli degenerare in guerra, ma in opportunità di convivenza tra diversi. L’artigianato della pace passa attraverso la costruzione di comunità nonviolente. La bandiera bianca nel contesto delle guerre distruttive odierne rappresenta un elemento di discontinuità.
Il discernimento sul da farsi non guarda solo alla vittoria come unica exit strategy. Si tratta di dare voce alle esigenze del popolo. Si scopre così che accanto alle istanze dei due contendenti nemici vi è anche la responsabilità verso le popolazioni civili. In concreto, perché continuare una guerra se c’è il rischio di perdere il popolo? Davvero impugnare le armi è sempre più risolutivo che onorare la vita della gente? Si pensi alla situazione (mai astratta!) di ingenti perdite di bambini e ragazzi, del ricorso a bambini-soldato, di perdita della fiducia della propria gente. L’orgoglio che non consente di accettare una pausa vale più della vita di una persona? La resa della bandiera bianca indica l’importanza di uscire dalla logica binaria (amico-nemico) per sposarne una ternaria, che considera le vittime, la popolazione civile, le future generazioni. L’assenza di colore rimanda a una sorta di pagina bianca su cui scrivere il futuro del Paese. La penna non è in mano solo ai capi di Stato, ma viene consegnata ai cittadini. Sul mondo sventoli la bandiera bianca. Oltre il «minima immoralia» di Battiato.
Mediagallery
CALCIO SERIE A
CALCIO SERIE A
IL FRONTE DELLA SICUREZZA. LA RISPOSTA DELLE ISTITUZIONI
Prossimi EventiScopri tutti gli eventi
Tipologia
Data di inizio 17 marzo 2026 - 12:00
Con i violini Clisbee 1669 e Vesuvio 1727
Copyright La Provincia di Cremona © 2012 Tutti i diritti riservati
P.Iva 00111740197 - via delle Industrie, 2 - 26100 Cremona
Testata registrata presso il Tribunale di Cremona n. 469 - 23/02/2012
Server Provider: OVH s.r.l. Capo redattore responsabile: Paolo Gualandris