L'ANALISI
03 Marzo 2026 - 05:20
CREMONA - È un sogno che Cremona, capitale della liuteria e città natale di Claudio Monteverdi, accarezza da almeno cinquant'anni. L'idea di un' orchestra Città di Cremona è una fenice che, a intervalli regolari, rinasce dalle ceneri culturali di una comunità desiderosa di compiere il salto nel concertismo che conta.
Adesso, a rilanciare la proposta di un' orchestra stabile sono stati i consiglieri comunali di Novità a Cremona, Alessandro Portesani e Cristiano Beltrami. Un'ambizione che ritorna ciclicamente e che, nel passato recente, ha conosciuto più di un tentativo di realizzazione.
All'inizio fu l'Orchestra Barocca di Cremona, guidata da Giovanni Battista Columbro: una realtà legata al Festival Lodoviciano, che inseguiva la suggestione del dimenticato Festival Monteverdi di fine anni Sessanta. Poi, alla fine degli anni Novanta, nacque l' Orchestra Città di Cremona diretta da Mario Vitale: anche in quel caso un ensemble che cercò stabilità, espressione della volontà di produrre concerti in proprio ed ensemble nata nel seno di corsi di alta formazione di cui si occupava Michele Galli, attuale sovrintendente del Carlo Felice di Genova. Cremona, città della liuteria, avverte periodicamente l'esigenza di fregiarsi di un' orchestra che dia voce agli strumenti ad arco di cui è culla secolare. A questo sogno, per un periodo, ha risposto l' Orchestra da Camera Italiana, prestigioso ensemble fondato nel 1996 da Salvatore Accardo e formato dai migliori allievi ed ex allievi dell' Accademia Walter Stauffer.
Nata per tramandare l’eccellenza musicale italiana, si è distinta per unità tecnica e stilistica, esibendosi a livello internazionale. Anche quella, però, è stata un’esperienza a termine. Ma vale la pena delineare qual è il panorama orchestrale italiano, tenendo conto delle realtà che afferiscono alla normativa ministeriale. In Italia operano quattordici Istituzioni Concertistiche Orchestrali (Ico), complessi stabili o semistabili che svolgono almeno cinque mesi di attività all’anno. A queste si aggiungono quattordici Fondazioni lirico-sinfoniche, dotate di orchestra e coro. Entrambe possono accedere al fondo unico per lo spettacolo, che copre solo in parte i costi di gestione. È in questo quadro — complesso e parziale — che si inserisce il sogno di una stabilità orchestrale per la città di Stradivari e Monteverdi.
Non è un caso che i due nomi vengano accostati con insistenza: il liutaio che portò il violino alla perfezione acustica e materica e l’inventore del melodramma. Cremona può vantare due riconoscimenti Unesco: uno per il saper fare liutario, patrimonio immateriale dell’umanità; l’altro per il bel canto italiano, scaturito dall’invenzione monteverdiana. Il rischio, però, è che un’orchestra stabile — composta da musicisti residenti e non solo a chiamata — si trasformi in una fatica di Sisifo se non viene inserita nell’orizzonte che più appartiene alla città: la musica barocca, la prassi antica, la propria tradizione.
Non si tratta di fermare il tempo, ma di leggere la tradizione come movimento: da un passato ideale a una contemporaneità in cui Monteverdi possa vivere attraverso contaminazioni creative. In questa direzione si muove l’orchestra del Monteverdi Festival, che trova il suo nucleo nell’ensemble barocco Cremona Antiqua, diretto da Antonio Greco, direttore musicale della rassegna, recentemente presentata al Ministero della Cultura, a Roma. La città dei violini non deve perdere ciò che la rende unica.
È in questo contesto che può avere senso un ensemble stabile: non un’orchestra generica, ma un manifesto vivente di un’identità precisa — strumenti ad arco, musica antica, canto barocco — nel solco dell’eredità del divin Claudio. Si tratta, in fondo, di evitare un equivoco tipico della società della tecnica: confondere il mezzo con il fine. Violino, viola e violoncello esistono per fare musica. E per Cremona, musica significa prima di tutto Monteverdi. Non è un limite identitario, ma una forza.
La cultura barocca vive di intrecci e contaminazioni: recitazione e canto, scena e suono, tradizione e invenzione. Cremona possiede questa potenzialità. È culla della musica antica in un’epoca di connessioni e linguaggi complessi. La città dispone di un ecosistema musicale unico: quasi duecento botteghe liutarie, alta formazione, dialogo tra scienza e discipline umanistiche. Tutto convive in una comunità dove la musica si respira a ogni angolo.
Basta parlare con gli studenti di Musicologia, del Conservatorio Monteverdi o con chi frequenta Casa Stradivari per coglierne il fascino. «Ho deciso di trasferirmi a Cremona perché qui si fa musica, perché non è lontana da Milano, ma soprattutto perché qui è nato Monteverdi», racconta Davide, ex studente del Conservatorio che oggi vive stabilmente in città pur lavorando in Europa.
E tra i neodiplomati della Scuola di liuteria, lasciare Cremona è difficile: «Essere qui significa stare nel cuore della comunità liutaria. Non esiste al mondo un luogo con tanti liutai: qui ci si confronta, si dialoga, si cresce». Forse non è necessaria un’orchestra ‘made in Cremona’. Ma se orchestra dev’essere, che sia barocca: un ensemble capace di attrarre grandi direttori e di formare musicisti selezionati, interpreti consapevoli dell’eredità di Monteverdi e Stradivari. Solo in questo modo potrebbe avere un senso un’orchestra, a questo punto, effettivamente ambasciatrice di Cremona nel mondo, come se non bastassero Stradivari e Monteverdi.
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