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9 marzo 1965

L'odissea nella steppa russa di Giovanni Rocca da Regona

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

09 Marzo 2021 - 07:00

L'odissea nella steppa russa di Giovanni Rocca da Regona

Regona di Pizzighettone, 8. — Il sig. Giovanni Rocca, ora padre felice di cinque graziose creature, ha un passato «bellico» di tutto rispetto. Lasciamo alla sua calda parola la rievocazione sintetica di memorie terrificanti di cui fu protagonista in quelle che furono te tappe infernali nella sterminata Russia durante l'ultima guerra.

«Rimembrare un passato di 22 anni fa e il reparto cui appartenevo sul fronte russo, ricordi lontani, svaniti, che tuttavia lasciano nell'animo una traccia indelebile, mi è particolarmente difficile ed impegnativo. Partii dalla ridente cittadina di Asti il 21 giugno 1942 con il 260° autoreparto misto posta militare 201. Dopo otto giorni di viaggio in carro-bestiame, giunsi nell'Ucraina, quindi proseguii fino a raggiungere, con successive tappe, il fiume Don. E tre divisioni alpine Julia, Cuneense e Tridentina (a quest’ultima era aggregato il mio reparto) erano in attesa di raggiungere le catene montagnose del Caucaso. Compito del mio reparto era di rifornire di armi, munizioni e viveri la nostra divisione. Il morale delle truppe era altissimo. Sul Don solo qualche scaramuccia. I tedeschi raggiungevano la città di Stalingrado sul Volga.

L’avvenimento e la propaganda ad arte dei tedeschi ci faceva presagire che i giorni del grande Ivan erano contati. Ma l’autunno spazzava via il fallace clima di euforia: gli obiettivi non raggiunti in data prestabilita mettevano il fronte in una situazione insostenibile.

Ed ecco ad un tratto profilarsi la catastrofe. Lo spostamento da parte dei russi nel medio Don e l’annientamento quasi totale del corpo di spedizione romeno con altre unità corazzate tedesche e la ritardata occupazione di Stalingrado avevano capovolto una situazione favorevole allo stato maggiore di Hitler, ora caduto in un baratro, mentre probabilmente i nostri comandi ne erano all’oscuro, di certo il mio reparto, la cui vita continuava monotona.

Dopo qualche mese vidi una cosa insolita, il passaggio di reparti magiari, rumeni e tedeschi ben equipaggiati. Chiesi notizie: nessuno sapeva niente. Intanto il gelido vento siberiano aveva indurito il terreno come una roccia e deposto una soffice coltre di neve di parecchi centimetri. Questo nuovo paesaggio, triste e monotono, i continui bombardamenti, l'andirivieni di automezzi carichi di feriti e il susseguirsi di notizie sempre più allarmanti avevano fiaccato il mio spirito allegro.

Lentamente trascorre il S. Natale, ma al mattino dopo, un assalto di carri armati russi T 34 aveva semidistrutto la cittadina di Rosos, sede del corpo d'armata della Divisione Alpina, nei pressi di Pogdornoje. Ignari della strage subita dalla VI armata tedesca a Stalingrado, con decimazione quasi completa delle truppe (non meno del 80 per cento), verso la metà di gennaio del 1943 venivamo accerchiati e schiacciati da un bombardamento a tappeto. Le truppe italiane ripiegano su Pogdornoje.

Seguono due giorni di infernale confusione, tra atroci sofferenze, congelamenti in una fredda temperatura (36 gradi sotto zero), tutto attorno strade senza nome. Enormi difficoltà e pericoli mi facevano combattere per stornare la morte che sembrava aver ragione su di me minuto per minuto, mentre i piedi stavano per cedere all'operazione congelamento... e sarei finito.

Lottavo disperatamente. Si cercava di aprire un varco per fuggire. In un canneto trovo la salvezza, quindi mi aggrego, come un automa, ad una colonna di circa 90 mila relitti d'uomini che iniziano una lentissima e dolorosa marcia verso occidente, unico riferimento ed obiettivo di salvezza.

I carri armati russi continuavano a compiere la loro opera di assottigliamento della miserabile colonna.

L'infinita steppa che dobbiamo percorrere è una autentica Via Crucis; i feriti vengono irrimediabilmente abbandonati. Le mie condizioni fisiche e psichiche sono più vicine alla morte che alla vita. Ed ecco infine l'ultimo ostacolo: la ferrovia, superare la quale significa essere salvi. Dio sa come io sia stato destinato a riuscirvi assieme a pochi fortunati...

Vengo rimpatriato, ma poi fatto prigioniero dalle SS a Verona, che mi spediscono in Francia, poi in Polonia nel 1944, quindi ancora in Russia. Ma quando finirà? Altro dietro- front: vengo rispedito in Francia per affrontare gli americani. Finalmente riesco a fuggire dalle sgrinfie naziste. Verso la fine del 1946 il rimpatrio definitivo e la fine di quella terribile odissea...».

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