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IL FUTURO DI CREMONA

Pizzetti: «Navigazione sul Po addio. Ora sfruttiamo qui l’acqua»

Il deputato del Pd: «L’agroalimentare deve diventare più sostenibile per un Pianeta da sfamare». Infrastrutture: «Siamo come un pollo: abbiamo le ali ma non voliamo. Serve una dorsale centropadana»

Massimo Schettino

Email:

mschettino@laprovinciacr.it

20 Febbraio 2022 - 05:25

Pizzetti

Il deputato cremonese Luciano Pizzetti

CREMONA -Addio alla «bella illusione» della navigabilità del Po, resa ormai impossibile dai cambiamenti climatici di fronte ai quali occorre ripensare all’utilizzo dell’acqua che dovrà essere usata prioritariamente per lo scopo nobile di dare alimenti al mondo e, quindi, destinata all’agricoltura, che dal canto suo deve ripensarsi dando più spazio alla produzione di proteine vegetali. E se la navigabilità del Po è un «bel sogno a cui ho creduto anche io», ma ormai sfumato, non esiste un Piano B per il collegamento veloce su gomma che deve collegare Milano a Mantova e che se non sarà l’autostrada regionale, «più fattibile sul piano finanziario», deve essere comunque una superstrada a quattro corsie in modo da porre Cremona al centro di una dorsale padana. Sono questi i principali scenari e le possibili scelte sul futuro di Cremona e del territorio illustrate dal deputato Pd Luciano Pizzetti, parlamentare di lungo corso e già sottosegretario di Stato con i presidenti del Consiglio Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Pizzetti parte da una premessa: «Smettiamola con quella sindrome che fa sì che un giorno consideriamo Cremona una Civita di Bagnoregio, una città che muore, e il giorno dopo una Capitale virtuale. Superiamo una buona volta quella difficoltà che abbiamo a valorizzare i nostri punti di forza e a cogliere i punti di debolezza in modo costruttivo. Oscilliamo fra l’idea di una città isolata e la pretesa di essere capitale di questo e di quello. Questa dicotomia è la manifestazione di una sindrome di impotenza che va superata. Milano non è capitale di nulla eppure traina l’intero Paese. L’altro cambio di prospettiva necessario è l’uscita dalla logica della città-stato: esiste Cremona ed esiste un territorio che dà linfa alla città. Ragionando solo in termini di capoluogo non andremo da nessuna parte e non saremo traino di nulla. È logico che poi Crema guardi a Milano e che la provincia si senta abbandonata. Dobbiamo smetterla di guardare al territorio dall’alto del Torrazzo».

Dunque quali sono gli scenari per il territorio?
«Siamo una provincia di medie dimensioni che naviga nella globalizzazione. Dobbiamo imparare a navigare meglio in queste acque, ma partendo da un presupposto. Qui ci sono presenze produttive e sociali molto significative nei più diversi campi. Basta con le geremiadi che sento ripetere da trent’anni e, invece, riconosciamo le realtà che siamo stati capaci di muovere».

Insomma non va tutto male a Cremona?
«Tutte le indagini dicono che questo è un territorio in cui sono elevate sia la qualità della vita che l’età media. Cremona e il suo territorio sono sempre nella parte alta di tutte le varie classifiche: smettiamola con il mito delle pezze al sedere e mettiamo questa consapevolezza del nostro valore al servizio di uno sviluppo ulteriore del territorio».

Tuttavia siamo in alto nelle classifiche anche a causa dell’inquinamento.
«È vero. Negli anni siamo passati da una prospettiva della dicotomia fra ambiente e sviluppo tutta a favore del lavoro a una tutta sbilanciata sull’ambiente. Invece si tratta di due esigenze entrambe fondamentali e il concetto di lavoro sembra in questi anni sparito dai radar. Dobbiamo invece tornare a parlare di lavoro e il lavoro lo fa il sistema delle imprese, chiamate ad investire di più sulla qualità della produzione dal punto di vista ambientale. Occorre lavorare perché vi sia una conciliazione fra le due esigenze con investimenti innovativi sul sistema delle imprese. Sono questi miglioramenti che porteranno benefici alla qualità dell’aria. Che, sia chiaro, non sarà mai quella di Sestri Levante. Siamo, infatti, in una conca padana chiusa fra Alpi e Appennini. Ma non per questo dobbiamo bloccare l’economia. L’aria migliora facendo investimenti tecnologici: è questa la transizione ecologica, non il ritorno al calesse e al cavallo».

Collegato con questo è il tema delle infrastrutture.
«Sono il vero e reale deficit che ha la nostra provincia. E non solo quelle materiali, ma anche quelle immateriali. Grazie al contributo lungimirante della Fondazione Arvedi Buschini questo territorio si sta infrastrutturando dal punto di vista della formazione e dell’università. Il punto non è solo evitare la fuga dei cervelli, ma anche invertire la direzione ed essere punto di richiamo dei cervelli dall’estero. E questi investimenti vanno proprio in questa direzione. Poi chi si muove in auto in questi giorni vede a bordo strada in tutta la provincia tanti escavatori al lavoro: sono i cantieri per la posa della fibra ottica resi possibili grazie agli investimenti decisi dal Governo. E un territorio fortemente digitalizzato e interconnesso è anche un territorio che può essere considerato attrattivo dalle imprese e dalle persone».

Ma per quanto riguarda i collegamenti stradali e ferroviari?
«Il nostro territorio è un po’ come un pollo. Ha due ali che sono da una parte l’autostrada A4 e la Tav e dall’altra l’A1, sempre con l’Alta velocità. Quella che manca è un asse dorsale centropadano. Per poter volare manca un dorso che da Milano vada verso il Brennero e l’Adriatico. Su questo, il tema è scegliere le alleanze territoriali. Non dobbiamo scegliere se andare verso Milano oppure verso Mantova, ma in entrambi le direzioni usando la dorsale in cui Cremona è collocata centralmente. Tanto più che i mutamenti climatici e le innovazioni strategiche cambiano molte cose. Ad esempio i veri porti di Cremona saranno Trieste e quello connesso al canale Tartaro Fissero Canalbianco».

Come siamo messi con le opere in programma?
«Il raddoppio ferroviario sulla linea Mantova-Cremona-Codogno è cosa definita. È in fase di progettazione, è finanziata per la prima tratta e c’è l’impegno al finanziamento della parte restante. La cosa è tracciata e si farà. Poi c’è il tema della strada che è quasi terminata nel collegamento da Milano a Crema. Stiamo lavorando sul tratto da Cremona Mantova con priorità per l’autostrada. Se questa non si farà a causa di obiezioni per me insensate, allora la scelta dovrà essere per un’altra strada con doppia corsia per senso di marcia come la Paullese il cui costo non sarà inferiore all’autostrada. Non la sistemazione della strada esistente. Poi si dovrà passare alla parte fra Crema e Cremona e, completata la dorsale stradale e ferroviaria, il territorio potrà dire di aver fatto un enorme salto in avanti. Attenzione, per quanto riguarda la Cremona-Mantova, sono tutti e due piani A. Ma io penso che l’autostrada regionale, su cui ci sono oltretutto già dei fondi, sia più fattibile sul piano finanziario. Il costo della superstrada si aggirerebbe infatti sul miliardo e lo Stato deve già investire sui ponti di Casalmaggiore e San Daniele Po che hanno priorità strategica e su cui dobbiamo pretendere risorse. Sarebbe complicato chiederne altre per il nostro territorio».

Il tema delle infrastrutture si lega a quello delle alleanze territoriali. Ma solo per quanto riguarda strade e ferrovie?
«No, noi dobbiamo capire con chi vogliamo fare le cose. Il tema delle alleanze è importante anche per la Fiera, che da sola non andrà da nessuna parte. Il sistema sta cambiando e bisogna immaginare una Fiera a largo spettro, per la quale servono investimenti e una ricapitalizzazione. La Fiera deve diventare un soggetto che non si limita a valorizzare i nostri totem, musica e agroalimentare, ma dia spazio a tutte le altre eccellenze dei territori».

La nostra zootecnia sta combattendo una battaglia per il giusto riconoscimento del prezzo del latte.
«Il settore sta soffrendo moltissimo. Le aziende agricole stanno lavorando in perdita fra bassa remunerazione del latte ben sotto i 46 centesimi al litro, costi dell’energia e carenze idriche. Tuttavia oltre alla logica rivendicativa, al settore serve altro. La crisi idrica innescata dal mutamento climatico mette l’accento su una produzione più sostenibile che si sposterà verso le proteine vegetali. Nel mondo la popolazione cresce e non possiamo pensare di alimentarla solo con proteine animali. Il pianeta non ce la farebbe. Occorre cominciare a ripensare. Questo non significa abbandonare la zootecnia, ma accompagnare il settore in investimenti che vadano nella direzione di una maggiore produzione di proteine vegetali. È un tema difficile, ma occorre cominciare a parlarne. A questo tema si accompagna quello dell’acqua. La navigabilità del Po è un sogno infranto, una bella illusione a cui anche io ho creduto. Ma ora occorre prendere atto che la domanda in realtà non c’è mai stata e il cambio climatico adesso la rende un sogno impossibile. Resta quella turistica, ma quella commerciale non ha futuro. Ora quindi dobbiamo ragionare sull’acqua del fiume. Siamo un territorio con un grande bisogno di acqua per agricoltura e zootecnia. Dunque la lasciamo scorrere e possiamo immaginare di farne a meno o la tratteniamo per scopi nobili: l’alimentazione animale e umana? Io non sono un tecnico e gli ingegneri diranno come, ma è chiaro che l’acqua dovrà essere trattenuta. Lo stesso canale navigabile andrà ripensato affinché non divenga ostacolo a ulteriori evoluzioni. Dobbiamo immaginare i cambiamenti per non subirli ma per accompagnarli e indirizzarli».

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