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IL FUTURO DI CREMONA

Cabini: «Il territorio non crescerà. Sbagliato scegliere Mantova»

La severa analisi dell’ex presidente degli Industriali: «L’asse trainante è con tutta evidenza Milano. Ci sarà una provincia a due velocità con l’area Cremasca maggiormente attrattiva per le imprese»

Dario Dolci

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redazione@laprovinciacr.it

18 Febbraio 2022 - 05:05

Cabini: «Il territorio non crescerà. Sbagliato scegliere Mantova»

Umberto Cabini

CREMONA - «Il futuro di Cremona? Non vedo nei prossimi anni una città in crescita. La scelta di guardare a Mantova piuttosto che a Milano rischia di penalizzarla». Umberto Cabini, imprenditore, ex presidente dell’Associazione industriali, ex presidente della Fondazione del teatro San Domenico e attualmente ai vertici della Fondazione ADI-collezione Compasso d’Oro, entra nel dibattito sul futuro della città capoluogo, avviato dal direttore del quotidiano La Provincia, Marco Bencivenga. Un dibattito che già si è arricchito di interventi qualificati da parte di politici, rappresentanti di categoria, sindacalisti, liberi professionisti e medici, che hanno analizzato la situazione attuale di Cremona, i suoi punti di forza e le sue criticità, cercando di immaginarne il futuro e dando suggerimenti.

«Uno studio che progettasse il futuro del capoluogo e della provincia c'era già: è il Masterplan 3C, il piano di sviluppo di medio-lungo periodo promosso dall’Associazione industriali e dalla Camera di commercio e realizzato da The European House – Ambrosetti attraverso l’elaborazione di scenari innovativi su temi fondamentali per il territorio, l’identificazione di priorità e azioni coerenti partendo dagli asset principali, quali agro-alimentare, metallurgia e meccanica, cosmetica, servizi alla persona, bioenergie e tutela del territorio e musica».

Perché non è stato sfruttato?
«Se è naufragato non è colpa degli imprenditori, ma della politica, che lo ha lasciato decantare troppo, mostrando disinteresse. Oggi andrebbe rivisto e aggiornato. Dopo il Pnrr sono cambiati tutti i presupposti per gli investimenti. Almeno quattro o cinque punti si sarebbero potuti portare avanti».

A quali si riferisce?
«Alle infrastrutture, innanzitutto, considerato che, secondo lo studio commissionato, la carenza costava al territorio 160 milioni di euro all'anno. Ma anche alla liuteria, alla creazione di un brand che valorizzasse la città e il territorio o alla sinergia tra i tre centri principali per realizzare economie di scala».

Ha parlato di infrastrutture che penalizzano l’economia: cosa deve fare Cremona per cambiare marcia?
«Mentre il Cremasco guarda verso Milano, verso una città metropolitana che si allarga, Cremona ha deciso di focalizzarsi in direzione Mantova e di puntare sull’autostrada che colleghi i due capoluoghi. A mio avviso, questo produrrà una provincia a due velocità: il Cremasco sarà più attrattivo per le nuove imprese, grazie alla nuova Paullese e in un prossimo futuro alla metropolitana fino a Paullo. A Cremona, invece, tolte le grandi aziende come ad esempio Arvedi e Auricchio, l’economia sarà più stagnante. È Milano a fare da traino».

Prevede che a Cremona continuerà a prevalere la vocazione agricola?
«Ritengo di sì, anche se questo rimane un settore importante. L’agroalimentare continuerà ad essere trainante, ma io credo che la città avrebbe bisogno di diventare più attrattiva anche a livello industriale, per fare in modo che le aziende vengano a investire sul suo territorio. La politica ha il compito di creare le condizioni di studiare incentivi».

Il turismo potrebbe essere una leva importante per Cremona?
«Sicuramente il museo del violino è di grandissimo pregio e interesse anche a livello internazionale. Ma la carenza di infrastrutture rischia di isolare Cremona. Che è una bella città, accogliente, ma dal punto di vista turistico ruota attorno a poco. E poi, uno degli aspetti che vanno migliorati è il fatto che la sera si spegne ed è poco vissuta».

L'inquinamento, evidenziato dai dati recentemente pubblicati, può essere un problema per il futuro della città? E in questo caso, quali rimedi ci possono essere?
«Partiamo dal presupposto che non si può dire sempre di no a tutto. Se vogliamo le imprese, sappiamo che queste inquinano. E' un po' come la storia degli inceneritori; nessuno li vuole, ma poi i rifiuti dove li portiamo? Purtroppo viviamo in una buca e questo non aiuta la qualità dell'aria».

Quali saranno le scelte da compiere nel post pandemia?
«Uno dei temi è cosa fare della Fiera. In verità, andava affrontato dieci anni fa, quando era ancora appetibile. Adesso stanno cambiando le abitudini del mondo economico. Le fiere sono sempre meno frequentate, le aziende ormai si muovono in modo diverso».

Cosa dovrà fare Cremona per recitare al meglio il suo ruolo di capoluogo provinciale?
«Essere meno autoreferenziale. Negli ultimi cinque anni, la città ha avuto un’amministrazione di centrosinistra come Crema. Avrebbe potuto dialogare di più e tessere delle relazioni utili per entrambi. Il Cremasco pesa per più del 50% del Pil della provincia. Bisognerebbe creare sinergie, perché le divisioni non giovano alle crescita di nessuna delle due città. Auspico che in futuro le cose possano cambiare».

La Regione può aiutare Cremona a crescere e in che modo?
«Ogni tanto si sente dire che la nostra provincia è poco considerata in Regione e che conti poco in quella sede. Poi, però, vediamo che a Cremona vengono concessi 300 milioni di euro per realizzare un nuovo ospedale. Se consideriamo le dimensioni della città, non credo sia un contributo trascurabile. La sanità è un settore importante, che la gente mette al primo posto. E poi, se allarghiamo lo sguardo all'intera provincia, la Regione sta raddoppiando la Paullese, farà un nuovo ponte sull'Adda e in una decina d'anni credo che porterà la metropolitana a Paullo. Credo che la volontà di guardare anche a Cremona e al suo territorio non manchi».

Per il futuro, Cremona dovrà puntare a valorizzare ciò che ha già oppure cercare di sfruttare qualcosa di nuovo?
«Penso che la prima cosa sia la migliore. Poi, però, tocca agli amministratori pensare anche a qualcos'altro, per rendere la città più attrattiva. Faccio un esempio: il canale navigabile avrebbe potuto essere una grande risorsa. Se ne è parlato tanto, ma si è fatto poco. Un canale che collegava Milano all’Adriatico avrebbe risolto tanti problemi di traffico e di trasporto. Cremona e la sua provincia non devono diventare il territorio delle occasioni perdute».

Guardando avanti, che scenario possono attendersi la città, la sua economia e il suo tessuto produttivo una volta passata la pandemia?
«Io ritengo che il peggio sia ormai alle spalle. Per il futuro sono ottimista. C'è purtroppo ancora qualche milione di persone non vaccinate che fanno un po' da freno all'economia, anche perché non potendo usufruire di determinati servizi, penso ad esempio bar, ristoranti e alberghi, non spendono. Con i nuovi studi della medicina, comunque, penso che presto si potrà tornare alla normalità. La preoccupazione in questo momento, più che il Covid, è un'altra. Mi riferisco ai costi dell’energia, che fanno aumentare l’inflazione e il costo del denaro, con il rischio che le persone che possono contrarre un mutuo diminuiscano. Quello energetico è un problema che non si è mai voluto affrontare seriamente e per tempo. Adesso non lo si risolve certamente in uno o due anni. In passato abbiamo detto no al nucleare, no ai rigassificatori, no agli inceneritori. Il risultato ora è quello che abbiamo un notevole gap rispetto ad altri Paesi. L’economia ha bisogni di energia, ma se dobbiamo comprarla a caro prezzo da altri, la competitività delle nostre imprese si riduce».

(34-continua)

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