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IL FUTURO DI CREMONA

Vela: «L’inverno demografico? Ecco come lo eviteremo»

Il direttore del Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali, invita a investire sui giovani: «Va fatto ogni sforzo per la prospettiva dei ragazzi: cruciale il dialogo tra città e Università»

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

17 Febbraio 2022 - 05:10

Vela: «L’inverno demografico?  Ecco come lo eviteremo»

Il direttore Claudio Vela

CREMONA - Non c’è futuro senza radici, non c’è futuro senza la consapevolezza di ciò siamo. Cremona questo lo sa e forse è per questo che almeno da trent’anni definisce con più o meno convinzione la propria identità, affidandosi a ciò che la rende unica e per questo identificabile. Ciò vale per l’agroalimentare, così come per la vocazione musicale e liutaria. Un’acquisizione, questa, novecentesca; ma che negli ultimi vent’anni ha trovato una sua spinta propulsiva gravida di futuro, appunto. Anche per questo, interrogarsi sul ruolo di Musicologia, l’ex scuola di Paleografia musicale dell’ateneo di Pavia vuol dire guardare con consapevolezza a una tradizione formativa che sa innestarsi sul presente e costruire futuro, come ben argomenta, Claudio Vela, direttore del Dipartimento di Musicologia e Beni culturali dell’ateneo di Pavia, con sede in città.

La tradizione di Musicologia a Cremona è importante, ma solo negli ultimi anni si ha l’impressione che si avverta una necessità di incidere e lavorare sulla realtà locale. Da cosa nasce questa esigenza?
«Negli ultimi anni sono cambiate molte cose, in ogni campo, e senza neppure considerare i cambiamenti indotti dal Covid, che pure sono importanti. Pensiamo solo alla nuova normalità costituita dalle videoconferenze e in generale dalle connessioni telematiche che ormai fanno parte della nostra quotidianità. L’Università ha capito che il rapporto col territorio e più in generale con le comunità di riferimento è essenziale, costitutivo anzi del ‘nuovo sapere’ nella sua missione sociale, se posso definirlo così. Accanto ai tradizionali compiti dell’Università, la didattica e la ricerca scientifica, è ormai strutturale e ben consolidata la cosiddetta Terza Missione, che indica come obiettivo istituzionale il collegamento dell’Università col territorio».

Ad esempio in che modo il Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali si è messo in dialogo con la città?
«Penso alla volontà di trovare occasioni per far dialogare la comunità cremonese con l’università e mettere a disposizione le nostre competenze. Penso alle varie edizioni del Cantiere dei saperi, o ancora alle rassegne Culture in dialogo, oppure Dal locale al globale, iniziative che declinano saperi musicologici e conoscenze musicali in una dimensione interdisciplinare. In questa direzione va anche «La città della canzone», un workshop rivolto a chi fa musica e compone canzoni, un bel modo di coniugare sapere e saper fare. Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Ugo Tognazzi e il Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali sta lavorando per un importante convegno, per non dimenticare di come con l’Archivio Ugo Tognazzi si sia cominciato a raccogliere documenti del grande attore. Non da ultimo non posso non ricordare la stretta collaborazione degli studenti di storia dell’arte, in occasione delle mostre organizzate dal Comune, un esempio su tutte, la mostra del Genovesino».

Un radicamento che si traduce in azioni concrete.
«È stato naturale per una realtà come il nostro Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali, già da decenni radicato a Cremona (unico dipartimento dell’Università di Pavia che non si trovi a Pavia, a conferma di questa unione particolare e specifica del Dipartimento col territorio cremonese), inserirsi in questo movimento e aumentare e approfondire le relazioni con le realtà della cultura locale (cito solo per brevità il Museo del Violino e il Teatro Ponchielli, ma l’elenco è più esteso), con un duplice intento: mettersi all’ascolto di quanto si sviluppa nella cultura circostante, e nello stesso tempo agire con una funzione di stimolo e di proposta».

Quanto le competenze musicologiche e accademiche di beni culturali possono venire incontro alle esigenze locali?
«Direi che sono addirittura connaturate alla realtà locale. I nostri corsi musicologici, che richiamano studenti non solo dalla Lombardia, ma da tutta Italia (e anche da fuori d’Italia, soprattutto con l’Erasmus), non è un caso che siano collocati qui, con una decisione che non è solo un portato della storia ma una convinta impostazione dell’Ateneo pavese. Perché è a Cremona che esistono la realtà esclusiva della liuteria (col riconoscimento Unesco alla cui istruttoria abbiamo proficuamente collaborato), il Museo del Violino, l’Accademia Stauffer, il conservatorio Monteverdi, le altre istituzioni che con la musica hanno a che fare. Se Cremona è anche ‘città della musica’, ed è innegabile che lo sia, lo si deve anche al continuo lavoro di ricerca e di studio che ha accompagnato e accompagna da parte nostra queste realtà: ascolto, proposta e stimolo, come si diceva. A questo si affianca quell’attenzione ai beni culturali che da tempo e oggi più che mai è imprescindibile in una realtà stratificata e meravigliosa qual è il patrimonio storico-artistico di tutta l’Italia: entro il quale Cremona e il cremonese hanno un’importanza da non sottovalutare, anzi da studiare sempre meglio, segnalare e tutelare. In questa direzione vanno, come formazione di base il nostro corso triennale in Scienze letterarie e dei beni culturali, e come formazione specialistica il curriculum magistrale in Fonti e strumenti per la storia dell’arte, corsi che si affiancano efficacemente a quelli musicologici».

Fra i traguardi degli ultimi anni c’è senza dubbio l’attivazione della laurea di restauro.
«Il corso magistrale di cinque anni in Conservazione e restauro dei beni culturali è unico in Italia nella sua fattispecie cremonese, in quanto riguarda proprio gli strumenti musicali e anche gli strumenti scientifici. Quest’anno avremo i primi laureati, e posso dire con certezza che non avranno difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro: la loro formazione risulta dall’unione di tre saperi che virtuosamente formano un’unità: il sapere umanistico degli studi storico-artistici, quello delle ‘scienze dure’, in particolare la chimica ma non solo, e il ‘saper fare’ dell’attività pratica di restauro degli strumenti. Ne esce quello che vorrei definire un artigianato ad alta scientificità che da una parte ben si inserisce nell’eccellenza italiana nel campo del restauro e dall’altra si presenta con una tale specificità da costituire veramente di per sè stesso un elemento di orgoglio per tutta la comunità cremonese, non solo per l’Università. Una realtà che si integra perfettamente e armoniosamente con l’attività liutaria, col Museo del Violino e col Laboratorio Arvedi di diagnostica non invasiva: non poteva che essere a Cremona, non poteva che essere di àmbito universitario, e in prospettiva, ma già lo è ora, è destinato a diventare un punto di riferimento non solo nazionale».

Musica e tutela dei beni culturali: parole di cui spesso ci si riempie la bocca. In cosa l’università può aiutare a far emergere gli aspetti inespressi della città?
«C’è solo l’imbarazzo della scelta, in un contesto che intanto nell’ultimo decennio, e nonostante l’interruzione dei due anni di Covid, si è fatto sempre più stimolante, sempre più propenso a presentare richieste, a fare domande, anche in campo culturale. L’università può e deve fare le sue proposte, mettere a disposizione lo ‘stato dell’arte’ della conoscenza scientifica nei propri ambiti di competenza. Basti pensare agli incontri dedicati alle arti e mestieri, o agli incontri organistici che sviscerano un’altra delle grandi tradizioni musicali di questo territorio, come quella organaria, o alla raccolta dei rulli per autopiano, una vera ‘chicca culturale’. L’università sempre più si vuole offrire come punto di riferimento scientifico per sviluppare e approfondire aspetti e prassi che rendono unico questo territorio, apportando a ciò che si fa, l’approccio della consapevolezza che offre ogni disciplina di sapere».

Quali i punti su cui Cremona dovrebbe investire?
«Cremona, come tutta l’Italia del resto, si incammina verso il cosiddetto ‘inverno demografico’. Bisogna fare ogni sforzo per investire sui giovani, per preparare il loro futuro, ed è uno sforzo da fare subito con azioni concrete a tutto campo. Se Cremona ambisce a diventare una città universitaria, e ne ha le potenzialità considerate le quattro realtà universitarie ospitate, e di fatto già lo sta diventando, deve proporsi come un territorio attrattivo e innovativo, dove per un giovane sia bello vivere, dove anche il ‘tessuto culturale’ sia stimolante, dove il contesto quotidiano inviti a restare e non ad andarsene altrove. Le priorità restano ancora e sempre le infrastrutture, in particolare i trasporti, ancora penalizzanti (pensiamo a come sarebbe bello avere un equivalente lombardo di una ‘metropolitana leggera’ che potesse collegare Cremona a Milano in mezzora o poco più! e insieme avere collegamenti rapidi con l’Emilia), e subito dopo, anzi insieme, la qualità ambientale. Su questi due punti non si insisterà mai abbastanza, sono per così le precondizioni. Tocca alla politica, ma anche a ognuno di noi».

In un tempo in cui le materie scientifiche e tecniche sembrano avere la meglio, quale il ruolo delle humanities?
«Può sembrare un paradosso, ma è un ruolo destinato a diventare sempre più importante, perché solo considerando il passato come parte integrante della consapevolezza del presente potremo affrontare ‘armonicamente’ il futuro, attrezzati di un bagaglio completo. Altrimenti saremo per così dire nudi davanti alle sfide, con strumenti insufficienti. Pensiamo solo all’Intelligenza Artificiale. Come gestirla, e non farsene gestire, se non integrando tutto insieme il sapere che portiamo con noi? Pensando alla realtà locale delle Università presenti a Cremona, vedo tra di esse degli ‘snodi’ molto interessanti: l’agritech della Cattolica si integra con una parte delle competenze portate dal Politecnico, il quale a sua volta col suo corso di Music and Acoustics Engineering si collega col nostro corso di conservazione e restauro degli strumenti musicali. Siamo università diverse, offriamo formazioni diverse, ma andiamo tutte nella direzione di rispondere alle sfide del nostro tempo dando ai nostri giovani delle opportunità per costruire il loro futuro secondo le loro diverse attitudini e insieme, con la nostra stessa presenza, stimoliamo il territorio a interagire con noi in una crescita comune. Insomma, il sapere è unico, e si va avanti solo tutti insieme».

(33 - continua)

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