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IL FUTURO DI CREMONA

Morelli: «La ricerca muove lo sviluppo. Con le aziende piena intesa»

Il direttore del DiSTAS della Cattolica: «Legami tra Università e mondo produttivo chiave di volta per la crescita del territorio»

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

11 Febbraio 2022 - 05:15

Morelli: «La ricerca muove lo sviluppo. Con le aziende piena intesa»

Il direttore Lorenzo Morelli

CREMONA - Se è vero che il «linguaggio è la casa dell’essere», come diceva Martin Heidegger, partire dalle definizioni e dalle parole è importante, almeno lo è per Lorenzo Morelli, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie alimentari per una filiera agro-alimentare Sostenibile, DiSTAS della Cattolica, che nel tracciare le strategie per il futuro della città, entrando nel dibattito al quale ha dato il la l’editoriale del direttore de La Provincia, Marco Bencivenga, lo scorso 16 gennaio, non può che partire dai fondamentali.

«Nella vulgata e pur nel rinnovato campus di Santa Monica c’è chi a Cremona come a Piacenza parla di facoltà di agraria, nulla di male, ma la realtà è più complessa — afferma —. La definizione dei nostri corsi di laurea è Scienze agrarie, alimentari e ambientali e con questa sottolineatura non si vuole sminuire l’importanza delle scienze agrarie, ma ampliare lo sguardo a quello che con termine anglosassone si definisce Food system, di cui l’agricoltura è il principio della filiera che prosegue nella produzione di alimenti e nel riutilizzazione degli scarti».

In questo sguardo allargato all’alimentare e alla sostenibilità ambientale quale è il ruolo giocato da Cremona?
«Il Campus di Santa Monica ha dato uno slancio non indifferente non solo all’Università Cattolica, ma credo anche alla città e questo nella direzione dell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile. La mission della Cattolica si articola su didattica, ricerca e la terza missione, ovvero l’interazione e collaborazione con i territori».

Tre aspetti dell’azione accademica che si declinano come?
«Partiamo dalla didattica, a questo è chiamata ogni università. Nel campus di Santa Monica la Cattolica ha voluto puntare sull’internazionalizzazione. Si sono attivate lauree magistrali in inglese nella convinzione che il sistema alimentare è sempre più globale e mondiale. Anzi lo stesso nostro made in Italy non potrebbe sostenersi, se non avesse buona parte del suo core business nell’esportazione».

Questa consapevolezza ha portato alla nascita delle Lauree magistrali Agricultural and food economics e Food processing: innovation and tradition...
«Esattamente: magistrali che si pongono in continuità con la triennale di cui accennavamo prima.Così come accade per il corso di laurea in economia aziendale e la nuova magistrale in Innovazione e imprenditorialità digitale.
Ma i percorsi magistrali sono pensati per essere unici e appetibili a una vasta platea di studenti che arriva da esperienze di triennali anche in altri atenei e in altre discipline a sfondo biologico.”

E questo vale sia per gli italiani che per gli stranieri?
«Direi di sì. L’altro giorno ho fatto un esame a una ragazza che proveniva dalle Hawaii e un’altra dall’Ecuador. Il richiamo internazionale delle nostre magistrali c’è e credo sia destinato a crescere.
Ma non solo. Un primo effetto del nuovo campus è dato proprio dal numero di studenti. In via Milano erano 400 e oggi in Santa Monica sono 600, riferendomi agli iscritti di tutti i corsi di laurea.
Credo che la crescita non si arresterà qui, e poi in prospettiva con l’apertura della Caserma Manfredini quale sede del Politecnico il volto della città è destinato, veramente, a cambiare. Ma bisogna scardinare un pregiudizio?».

Quale?
«Che venire in provincia a fare l’università abbia meno appeal di altre sedi in città più grandi. Non è affatto così, la gran parte di studenti stranieri lo dimostra. Frequentare le nostre magistrali vuol dire guardare al mondo».

Il sistema alimentare crea connessioni e quindi sviluppo?
«Ne sono certo, ma ha bisogno di stare al passo con i tempi, di tener conto della propria tradizione, ma anche dei processi di innovazione e di internazionalizzazione sempre più necessari. Tutto ciò — a livello didattico — è già realtà nel double degree con le università di Lione e, nel prossimo futuro, con Amburgo attivato per le nostre due magistrali. Solo per fare un esempio. La sinergia fra atenei è un aspetto determinante. Lo sarà nel rapporto di collaborazione col Politecnico di Milano con aree di ricerca comuni legate alla bioenergia o al packaging ecosostenibile».

Ricerca è l’altro punto del trinomio, motore di sviluppo non solo accademico?
«In Santa Monica abbiamo avuto la possibilità di ampliare i nostri laboratori con due piattaforme una specificatamente dedicata al settore lattiero/caseario: Milk plataform, l’altra agli altri cibi chiamata Agorà Plataform. Si tratta di laboratori che fanno ricerca, ma si offrono anche come strumenti al servizio delle aziende del territorio, luoghi per testare nuovi prodotti, per fare ricerca appunto sull’agroalimentare, rispondendo alle necessità nutrizionali del nostro mondo occidentale e non solo».

E tutto questo che ricaduta può o potrà avere per la città di Cremona?
«Come dicevo i laboratori della Cattolica assolvono a un ruolo di ricerca per l’università, ma vogliono anche essere strumenti e luoghi con cui le aziende possono dialogare e collaborare. I nostri laureati vengono contattati dalle aziende ancor prima che abbiano finito il corso di studio. Quella studentessa dell’Ecuador di cui dicevo prima è stata chiamata da un’importante azienda e ha già la tesi in mano. L’azienda le ha chiesto di fare uno studio per impiantare in Ecuador alcune tipologie di cacao che non vengono ancora coltivate, questo per avere una fonte di materia prima alternativa all’Africa. Credo che i profili professionali che formiamo abbiano la possibilità di guardare al mondo. Ma ciò non basta».

Cosa intende dire?
«Nella prospettiva di futuro che la Cattolica a Cremona persegue c’è non solo quello di rendere competitivi i profili professionali e forativi dei suoi laureati, ma creare opportunità di lavoro in loco. Mi spiego: lo sforzo sarà anche quello di dare vita ad aziende nuove, a nuove idee imprenditoriali nel capo dell’agroalimentare e non solo che possano trovare sviluppo sul territorio. A chi ha idee nuove di impresa diamo il nostro appoggio, le nostre competenze per realizzarle insieme. Si tratta di un processo lungo e che deve trovare compartecipazione ma che può cambiare veramente il volto di una comunità».

Basta fuga di cervelli da Cremona, come dall’Italia?
«Un territorio sa essere accogliente, vivo se sa creare opportunità di crescita e lavoro. Oggi la generazione fra i 40 e i 50 è quella che più di altre ha dovuto cercare lavoro lontano dalla città d’origine. Questo diventa un problema per chi ha familiari anziani e per la gestione dei legami familiari. In prospettiva tutto ciò assume aspetti preoccupanti.
Se invece, grazie alla ricerca, all’innovazione e al rapporto fra popolazione attiva e università, si riuscisse a invertire questa tendenza, miglioreremmo i territori e la loro appetibilità. È forse un piano un po’ ambizioso, ma vale la pena tentarci, almeno credo».

(27-continua)

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