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IL FUTURO DI CREMONA

Antoldi: «Dal sapere... al saper fare. L’università è una risorsa

Il docente di Economia aziendale alla Cattolica, traccia le opportunità offerte dall’ateneo

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

09 Febbraio 2022 - 05:25

Antoldi

Fabio Antoldi

CREMONA - Cremona e il suo futuro letti nell’ottica di uno sviluppo del capitale umano e della formazione delle giovani generazioni si concretizza nella visione prospettica che lega il mondo universitario – l’Università Cattolica in questo caso – con la necessità di dialogare col territorio, di offrire occasioni di sviluppo imprenditoriale che passa dalla conoscenza e approda alla trasformazione della realtà. Di questo è fermamente convinto Fabio Antoldi, professore ordinario di Strategia Aziendale e di Imprenditorialità presso la Facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica nonché direttore del Cersi e coordinatore della nuova magistrale in Innovazione e imprenditorialità digitale.

Qual è il ruolo che il Cersi può giocare nel disegnare le prospettive del futuro della città?
«La missione del Cersi è chiara fin dal suo nome: è l’acronimo di Centro di Ricerca perlo Sviluppo Imprenditoriale dell’Università Cattolica. Fin dalla sua costituzione, a Cremona nel 2006, il Cersi è stato infatti un centro di ricerca a servizio delle imprese. Negli anni, alla ricerca accademica in senso stretto ha affiancato numerose analisi e ricerche sul campo, per lo sviluppo dei sistemi economici locali, e attività pratiche di supporto e accompagnamento di singole imprese, con particolare attenzione alle esigenze di management delle Pmi e alle startup innovative. La città di Cremona è stata al centro di molte nostre ricerche, diventate oggetto di dibattito e riflessioni per lo sviluppo locale. Si possono ricordare, per esempio, le ricerche sul cluster della meccanica di Castelleone, sulla produzione e l’export della liuteria cremonese, sul commercio in centro città a Cremona e a Crema, sulla gestione e le prospettive delle società canottieri, sul potenziale industriale del sito di Tencara, sul mercato italiano degli strumenti musicali, sul cluster della cosmesi cremasco e sul cluster agro-alimentare cremonese, le analisi periodiche dei bilanci delle imprese più grandi della provincia».

Quali sono i settori su cui puntare? Quali quelli da sviluppare maggiormente? E in che modo?
«A livello provinciale, i settori chiave per lo sviluppo economico del territorio sono stati ben identificati nel Master Plan 3C, realizzato nel 2019 da The European House Ambrosetti: agro-alimentare, metallurgia e meccanica, cosmesi, musica-liuteria, bionenergia-territorio, servizi alla persona. Cremona, in quanto capoluogo, è chiamata a svolgere un ruolo di coordinamento politico e strategico importante per promuovere il consolidamento e lo sviluppo di questi settori, nel rispetto delle vocazioni più specifiche delle aree omogenee della provincia. A livello cittadino, poi, se si guarda agli asset specifici, emerge chiaramente il ruolo peculiare della liuteria, non solo nella sua prospettiva storico-culturale-turistica, ma anche nella sua componente di imprenditorialità artigiana, capace di performance produttive ed esportative uniche a livello mondiale. Penso che si potrebbe fare molto anche nelle industrie culturali, promuovendo a Cremona una nuova imprenditorialità che sappia applicare le nuove tecnologie ai business culturali. Poi, è molto importante il settore dei servizi sanitari e di assistenza agli anziani, che vede protagonisti, oltre al pubblico, un privato sociale vivace e capace, fatto da fondazioni e imprese sociali. Infine è davvero strategico il settore delle tecnologie digitali e della comunicazione, su cui si aprono prospettive sempre più promettenti anche dalla collaborazione con le università presenti in città».

Quanto la ricerca è determinante nelle strategie dei prossimi anni?
«A mio parere, avere delle università prestigiose che fanno ricerca insediate nella nostra città è per Cremona una fonte di vantaggio competitivo importantissima, una ricchezza che può fare la differenza rispetto ad altre città di dimensioni come le nostre. Al di là dei corsi di laurea, le università, con le loro attività di ricerca, offrono alla città accesso diretto a conoscenze avanzate e ne permettono il trasferimento immediato alle imprese e ai cittadini. Se le università vengono incluse nel tessuto di relazioni cittadino, se vengono coinvolte nelle dinamiche decisionali della comunità, allora la nostra città diventa più capace di cambiare. Inoltre, questo favorirà lo sviluppo in loco di servizi avanzati, che contribuiranno a creare posti di lavoro ad alta intensità di conoscenza, trattenendo talenti e facendola risultare attrattiva anche verso l’esterno. Stiamo vivendo un tempo di profondi cambiamenti, a cui a volte non è facile rispondere. Per reagire, per non rimanere indietro, abbiamo bisogno di trovare risposte a sempre nuove domande. I centri di ricerca accademici possono contribuire a cercare e trovare queste risposte e a metterle a disposizione degli attori dello sviluppo del nostro territorio».

La sede cremonese può vantare sia una laurea triennale in Economia aziendale che una nuova magistrale. Cosa differenziano i due percorsi accademici dalle altre facoltà dei territori limitrofi?
«L’inaugurazione del nuovo Campus di Santa Monica ha dato un grande impulso alla Facoltà di Economia e giurisprudenza, che di fatto, nel giro di tre anni arriverà a raddoppiare i suoi iscritti. La scelta della facoltà è stata di offrire nel campus di Cremona percorsi di laurea unici nell’ambito dell’offerta formativa dell’ateneo e anche distintivi rispetto ai corsi di laurea delle altre università. Si tratta di corsi molto allineati alle esigenze del mercato del lavoro. Il corso di laurea triennale in Economia aziendale ha puntato sull’indirizzo in Export management, offrendo tre lingue straniere, lo stage in azienda al terzo anno e corsi progettati sui bisogni manageriali reali delle aziende, anche locali. La nuova laurea magistrale in Innovazione e imprenditorialità digitale al momento è unica in Italia per i suoi contenuti ed è stata sviluppata fin dall’inizio con un pool di imprese del settore digitale, con incubatori e grandi campioni dell’innovazione, che partecipano direttamente ai corsi e alla crescita dei ragazzi».

La nuova laurea in Innovazione e imprenditoria digitale in che senso è innovativa? E come sta andando?
«È nata un anno fa dall’intuizione - maturata con le imprese cremonesi del Crit Polo per l’innovazione digitale, – che oggi la società e l’economia hanno estremo bisogno di giovani talenti, capaci di trasformare le imprese, di guidare processi di cambiamento e innovazione, di creare nuovi modelli di business innovativi. Per questo scopo abbiamo dato vita a una laurea in management che mette insieme le tecnologie con il marketing, l’organizzazione, la finanza innovativa, il diritto di Internet, l’uso dei social media, i processi creativi, le politiche per l’innovazione. Abbiamo creato corsi ricchi di progetti e lavori di gruppo, dove gli studenti sono affiancati dalle imprese. Abbiamo introdotto imprenditori e manager come mentor, che affiancano i ragazzi. Al primo anno di vita, questa laurea ha visto iscriversi 65 ragazzi, provenienti da 20 diversi atenei italiani. Solo 13 di loro sono originari della provincia di Cremona, gli altri 52 vengono da 30 altre province, da 13 diverse regioni del nostro paese: dalla Sicilia al Trentino, dalla Val d’Aosta al Veneto».

In che modo l’azione formativa della Cattolica può avere un effetto sulla città?
«A mio parere l’effetto c’è già e su più piani. Partiamo dal considerare che il Campus di Santa Monica già oggi, a nemmeno un anno dalla sua inaugurazione ufficiale col presidente Mattarella, sta attraendo studenti da tutta Italia e anche dall’estero. Su poco più di 600 studenti iscritti (cresceranno ulteriormente nei prossimi anni accademici) solo il 40% vengono dalla provincia di Cremona, una quota che si sta riducendo sempre di più. Gli altri provengono da tutta Italia. Stimiamo che attualmente siano circa 200 gli studenti che si sono trasferiti a Cremona apposta per studiare da noi ed è un numero destinato a crescere ulteriormente nei prossimi anni. Il nostro campus, poi, si sta attrezzando per favorire la nascita di nuove idee imprenditoriali e promuovere l’insediamento in città – anche tramite partner locali – di startup innovative. Il che genererà un tessuto di nuove imprese dinamiche e orientate al futuro, capaci di attrarre talenti e trattenere in città giovani cremonesi brillanti (che magari oggi emigrano verso città più grandi, quando non all’estero). Ancora, l’università vede la presenza a Cremona di un corpo docente e di ricercatori di altissimo livello, spesso con curriculum internazionale, che sono anche a disposizione del mondo culturale e produttivo locale».

La città sta puntando molto su formazione e alta formazione. Può essere un motivo di sviluppo futuro? Cremona come Parma o Pavia? Da sempre città universitarie. Un sogno o una realtà possibile?
«Parma e Pavia hanno università con secoli e secoli di storia e oggi sono atenei con più di 20.000 studenti, tantissimi dipartimenti e corsi di laurea. Francamente, non credo possano essere un modello per lo sviluppo universitario di una città come Cremona. Almeno non per i prossimi 50 anni. Cremona, invece, si sta ritagliando un ruolo interessante e promettente in alcune aree specifiche della formazione, quelle legate alle sue specializzazioni e alle sue vocazioni. E lo sta facendo a partire da un legame solido con università prestigiose, originarie sì di altre città ma che hanno trovato qui una comunità civile attenta, dialogante, collaborativa. È importante notare questa specificità. Perché, di fatto, anziché costruire ex-novo una improbabile Università degli studi di Cremona la città ha saputo creare una struttura di rete del sapere, fondata sulla collaborazione sistemica con dei partner accademici di primissimo piano. Credo che la direzione da seguire sia questa: quella della partnership tra i più soggetti coinvolti. Credo che sia un’opportunità unica, eccezionale. Che potrebbe portare in città, nel giro di pochi anni, una comunità di 4.000-5.000 giovani talenti. È di sicuro uno dei pilastri su cui costruire il futuro della nostra città».

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