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IL FUTURO DI CREMONA

Montini: «Non dimenticate gli anziani, rappresentano una risorsa»

L’analisi e l’appello del presidente dell’Arsac: «Non possiamo ragionare delle prospettive senza tutelare il passato e imparare da esso. Invece ci sono molti pregiudizi. E anche i fondi del Pnrr...»

Elisa Calamari

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06 Febbraio 2022 - 05:10

Montini: «Non dimenticate gli anziani. Rappresentano una risorsa»

Il presidente Walter Montini

CREMONA - «Non si può parlare di futuro senza tutelare il passato e imparare da esso»: è la premessa da cui parte Walter Montini, presidente dell’Arsac (Associazione delle Residenze socio sanitarie), inserendosi nel dibattito sulle prospettive future della città del Torrazzo. E se al termine ‘futuro’ vengono quasi sempre collegati i giovani, dicendo ‘passato’ si pensa agli anziani. Che per Montini sono da considerare risorsa imprescindibile da salvaguardare, anche attraverso una riorganizzazione socio-sanitaria di ampio respiro.

«Non parliamo solo di muri — argomenta riferendosi ai tanti progetti di rilancio sul tavolo, come quello del nuovo ospedale — ma cerchiamo di valorizzare prima il fattore umano. Anche attraverso la formazione continua».

Com’è la situazione a Cremona?
«Complessa e difficile. E per quanto riguarda il mio settore, quello dell’assistenza e del welfare, negativa. Anche perché spesso dobbiamo fare i conti con i pregiudizi, soprattutto negli ultimi due anni».

Cosa intende per pregiudizi?
«Faccio un esempio: quando è scoppiata la pandemia tutti a dire ‘chiudiamo le case di riposo’, tutti a considerarle incapaci di affrontare la situazione. C’è stata un visione ospedalocentrica, un po’ lontana dalla realtà. Quando dico pregiudizi mi riferisco a questo. I nostri operatori sono gravemente provati, ma tutta l’attenzione viene concentrata su infermieri e operatori dell’ospedale. Quelli delle Rsa però sono altrettanto professionali e hanno avuto, e hanno, gli stessi problemi. Se non più gravi, perché hanno a disposizione meno attrezzature e stipendi più bassi. E poi le condizioni economiche delle case di riposo: sono molto fragili a causa dei maggiori costi sopportati in pandemia e per le minori entrate legate ad una ridotta occupazione dei posti letto. Queste condizioni rischiano di aggravarsi ancora di più considerata la situazione economica in corso e i rincari: nella mia piccola struttura, a Isola Dovarese, pagavo 4.000 euro per l’energia e ora è arrivata una bolletta da 9.000. D’altra parte gli anziani non possiamo certo lasciarli al freddo o senza luce».

Soluzioni a tutela della terza età?
«Innanzitutto dobbiamo continuare a batterci per un maggior riconoscimento del ruolo delle Rsa, a livello politico. Lo dico perché oggi, a mio parere questo ruolo non è invece riconosciuto. Basti guardare il Pnrr».

Non crede possa essere un volano per l’economia?
«Per gli anziani non prevede nulla. Per chi si prende cura di loro nemmeno. In provincia di Cremona le 30 Rsa assistono circa 5.000 ospiti e, visto che il rapporto è uno a uno, questo significa che ci sono circa 5.000 addetti impegnati. Quindi stiamo parlando della più grande azienda del nostro territorio. Non so se ce ne rendiamo conto. A Sospiro con 750 posti letto la Fondazione è la prima industria del paese, ma anche se ragioniamo nel piccolo vale lo stesso discorso: così è, ad esempio, anche ad Isola Dovarese con 50 posti letto e 50 lavoratori. Sono aziende a tutti gli effetti. E come tali incidono su reddito e famiglie, con l’aggiunta del servizio sociale. Un servizio che non tocca solo i degenti, perché diverse Rsa si occupano dei pasti al domicilio per conto dei Comuni. Ecco, mi pare che questi importanti ruoli non vengano considerati a sufficienza».

Dalle istituzioni?
«La Regione, la Provincia e i Comuni, tutti, dovrebbero avere a cuore tutto questo. Servono supporti per queste realtà ma anche e soprattutto una visione prospettica futura. Anche perché non dimentichiamo che la popolazione invecchia sempre più, in Lombardia credo che Cremona e Mantova siano le città con l’età media più alta. La casa di riposo di un paese non è dunque da considerare patrimonio solo per quel paese, ma è un patrimonio e servizio ad ampio raggio. Quindi anche l’attenzione delle istituzioni dovrebbe essere corale, allargata».

Il ruolo delle Rsa poi incide anche sulle organizzazioni famigliari e quindi su altre tipologie di lavoro, giusto?
«È così. Anche se oggi la situazione è cambiata rispetto al passato: ci sono più famiglie che tentano di tenere gli anziani a casa perché lo richiede la situazione economica, poi c’è chi avendo perso il lavoro decide di prendersi cura personalmente del nonno o della zia. Senza contare che i rincari e i maggiori costi hanno avuto come conseguenza l’innalzamento delle rette. Ma allo stesso tempo c’è la natura sempre più sanitaria del malato che richiede più cura, più assistenza. Quindi sì, non dimentichiamo che un servizio all’anziano è di fatto un servizio alla famiglia di quell’anziano e di conseguenza alla comunità intera».

La pandemia ha anche contribuito a cancellare altri importanti servizi per la terza età: sono stati chiusi diversi centri pensionati che rappresentavano un ritrovo ricreativo, sono state cancellate iniziative di vario genere. Come sopperire a queste mancanze?
«I centri diurni, che praticamente tutte le case di riposo hanno, stanno sostituendo i circoli pensionati. Ma sono fortemente limitati dalle regole dell’emergenza sanitaria: non possono operare al 100%. E poi in questa situazione é difficile organizzare qualunque tipo di servizio, le attività ricreative purtroppo sono un po’ scemate. Ma è ora di iniziare a pianificare il futuro, soprattutto per quanto riguarda l’apertura delle strutture al territorio. Io sono convinto che le Rsa abbiano bisogno di uno scatto in avanti, di un supplemento di vita. Devono ampliarsi, al contrario di quanto dice la commissione Paglia. Si sta inculcando il messaggio che le case di riposo sono superate e che l’anziano deve essere curato a casa: ma con quali soldi, con quale disponibilità di personale e di tempo? Bisogna capire che non sempre è possibile, perché ci sono anziani che hanno bisogno di assistenza 24 ore su 24 e i loro cari devono lavorare».

Quando parla di apertura al territorio si riferisce anche ad un incremento dell’attività di volontariato?
«A dire il vero credo che dopo la pandemia le associazioni di volontariato siano a loro volta in forte crisi: hanno bisogno di rivisitazione e aiuto, perché vivevano con attività, incontri, sponsorizzazioni che sono venuti a mancare dall’oggi al domani. Sono tutte in sofferenza».

E quindi cosa intende per apertura al territorio?
«Innanzitutto che le istituzioni devono fare la loro parte. Tre le cose che servono: formazione permanente del personale, pianificazione, rivisitazione della missione sul piano sanitario. Vista la natura attuale degli anziani ricoverati, infatti, bisogna rivedere i servizi che le Rsa possono offrire sul piano salute, anche per non gravare sugli ospedali. Con i quali dobbiamo colloquiare senza invadere le competenze. E viceversa».

Visto che parla di ospedale: cosa ne pensa del progetto per la realizzazione di un nuovo nosocomio a Cremona?
«Se arrivano i soldi si fa alla svelta a farlo, ma per quale missione? Lo stesso discorso vale per le case di comunità: chi le gestisce e come? Anziché andare avanti per slogan, pensando solo a costruire o a recuperare vecchi stabili abbandonati, pensiamo alla programmazione. Al contenuto».

E adesso parliamo di giovani: che ruolo possono avere le Università? Possono fare da collante fra passato e futuro?
«È un fronte interessante, che collegherei proprio alla programmazione di cui parlavo e che a Cremona manca. Le Università ci sono: Cattolica, Politecnico, distaccamenti dell’università di Pavia e Brescia. Io stesso ho insegnato al corso per assistenti sanitari di quest’ultima. Serve allora aprire un confronto ampio con le Università, per capire come avviare una formazione continua. Cremona necessita di una visione prospettica. Per tutto servono i fondi, certo, ecco perché anche in questo il Pnrr poteva essere di aiuto».

In che modo?
«Ad esempio proprio per finanziare la formazione permanente del personale, oltre che per dare ossigeno alle Rsa viste le spese affrontate. Non parlo di qualche contributo periodico per i posti letto non occupati — puntualizza —, ma di una missione a lungo raggio. Non si tratta solo di servizio alla persona, ma di servizio all’intera comunità. E per il rilancio di Cremona, i servizi sono fondamentali».
(20 - continua)

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