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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Per i partiti è arrivato il momento della verità

Marco Bencivenga

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04 Febbraio 2021 - 06:41

Per i partiti è arrivato il momento della verità

Il direttore Marco Bencivenga

Basta giochi, giochini e giochetti. Accertata l’incapacità delle forze politiche di uscire dalla crisi con una nuova maggioranza, il Presidente della Repubblica le ha disarmate e messe all’angolo: «Ora dite no a un Governo guidato da Mario Draghi, se ne avete il coraggio», ha detto in sostanza il capo dello Stato. In un momento così delicato per il Paese e il mondo intero, a deputati e senatori dei diversi colori servirebbe in effetti tanto coraggio, al limite dell’irresponsabilità, per negare la fiducia all’italiano più stimato sulla scena internazionale, l’uomo che con il suo celebre «whatever it takes» (tutto ciò che serve, a ogni costo) nove anni fa si oppose ai grandi investitori e speculatori della finanza mondiale, salvando in un sol colpo l’Euro e... l’Italia. Con la perentorietà che solo i miti sanno avere (perché sono miti, appunto, non fessi), Sergio Mattarella ha inchiodato i partiti alle loro responsabilità. Troppo rischioso bloccare l’attività politica per 6-7 mesi (il tempo necessario per indire le elezioni e insediare i nuovi) e finita la stagione dei ricatti e dei veti incrociati, la mossa del presidente obbliga ogni forza politica a dire di fronte agli italiani - e ai suoi elettori - cosa vuole fare «da grande», se conta di più vincere le battaglie di bandiera o la guerra di tutti, se sono più importanti gli interessi di parte o il bene del Paese, se valgono di più i principi astratti o le scelte concrete. Il discorso vale innanzitutto per il Pd: da sempre europeista e responsabile, dopo aver «digerito» e sostenuto Giuseppe Conte, come potrebbe negare la fiducia a uno dei più grandi paladini dell’Euro e dell’Unione Europea?

Di fronte a un bivio è pure la Lega: Matteo Salvini come potrebbe spiegare alla sua base sovranista un eventuale no al presidente della Bce che sfidò Angela Merkel ed è ancor oggi inviso all’odiata Bundesbank? Ma soprattutto: dopo aver ceduto sul reddito di cittadinanza, quando era al governo con il M5S, il leader della Lega come potrà spiegare il mancato sostegno a Draghi all’esercito degli imprenditori, delle partite Iva e degli artigiani che cita a ogni piè sospinto e che due anni fa gli hanno concesso tanta fiducia credendo alle sue impegnative promesse (più opere pubbliche, meno tasse, meno burocrazia...)? Non solo: Salvini come potrebbe rifiutare l’irripetibile occasione di «riabilitarsi» davanti ai leader europei che oggi lo considerano un soggetto pericoloso e inaffidabile? Draghi gli offre l’opportunità di tornare in campo dalla parte giusta e il Capitano sarebbe autolesionista a non approfittarne. E gli altri? Dando per scontato l’appoggio di Italia Viva e dei partitini di centro, nel mare dei dubbi navigano Leu, Forza Italia, Fratelli d’Italia e il M5S, tutte forze in apparenza ostili a SuperMario. Ma la sinistra radicale, dopo avere provato l’ebbrezza di stare al Governo, davvero è pronta a tornare ad essere ininfluente? E il partito di Berlusconi potrebbe osteggiare un campione del libero mercato come Draghi? Le dichiarazioni delle ultime ore di Tajani più che paletti sembrano impegni scritti sulla sabbia: armi tattiche, utili solo per alzare il prezzo del sì e strappare un ministero in più. Alla fine - c’è da scommetterci - i voti di Forza Italia arriveranno, con buona pace di chi parla di «centrodestra compatto». Diverso il caso di Giorgia Meloni, una che non ha mai avuto paura ad andare controcorrente e, dopo essersi affrettata a dichiararsi contraria alla svolta presidenziale («Non c'è alcuna possibilità che FdI sostenga il governo Draghi») ha compiuto «mezzo passo» in avanti (così l’ha definito lei stessa) ipotizzando l’astensione. Sua e di tutto il centrodestra. Ma SuperMario difficilmente accetterebbe di governare con un consenso così fragile. Resta poi l’incognita più grande, il M5S, in apparenza un monolite, in realtà dilaniato dalle beghe interne. Il redivivo Beppe Grillo ha subito dettato la linea: «Compatti e fedeli a Conte, no al Governo Draghi». E i pasdaran Crimi e Di Battista hanno subito preso la scia. Anche Di Maio fa professione di fede («Siamo la forza politica più grande del Parlamento e dobbiamo reagire con forza e sangue freddo: nessuno pensi di dividerci») ma davvero getterà alle ortiche la credibilità internazionale che si è appena ritagliato come ministro degli Esteri affossando Draghi? E davvero i «peones» del Movimento voteranno contro il Governo del presidente, ben sapendo che - a quel punto - l’unica alternativa saranno le elezioni anticipate con il concreto rischio, per ognuno di loro, di non essere rieletti? Pochi giorni e si saprà la verità. Anche in vista della prossima, importante scadenza: l’elezione del successore di Mattarella. Nel frattempo, non resta che levarsi il cappello di fronte a Draghi e al modo in cui si è proposto: senza alcuna arroganza, addirittura lasciandosi scappare un raro sorriso, il premier incaricato di guidare un Governo «che non abbia a identificarsi in alcuna formula politica», come gli ha chiesto Mattarella, in due soli minuti ha fissato le priorità del suo programma di governo («Vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale, offrire risposte ai problemi quotidiani e rilanciare il Paese, con uno sguardo attento al futuro delle nuove generazioni e al rafforzamento della coesione sociale») e ha scacciato il sospetto di essere in qualche modo un usurpatore: «Con grande rispetto mi rivolgerò al Parlamento, espressione della volontà popolare», ha puntualmente ricordato Draghi, dicendosi certo del fatto che «dal dialogo e dal confronto con le forze politiche e sociali emergeranno l’unità e la capacità di dare una risposta responsabile e positiva all’appello del Presidente della Repubblica». Per ora SuperMario non ha aggiunto «costi quel che costi». Ma non era necessario: è sottinteso.


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