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IL VOTO SUL MERCOSUR

Rinvio alla Corte Ue: agricoltori ascoltati

Dopo le proteste l’Eurocamera approva la richiesta di sottoporre l’intesa al vaglio giuridico. Ora Strasburgo dovrà attendere il parere legale. In gioco il modello europeo di produzione

Andrea Niccolò Arco

Email:

andreaarco23@gmail.com

22 Gennaio 2026 - 12:38

Rinvio alla Corte Ue: agricoltori ascoltati

STRASBURGO - Mercosur, l’Eurocamera frena: 334 sì, 324 no, 11 astenuti. L’accordo va alla Corte Ue. E per una volta gli agricoltori vengono ascoltati: dopo mesi di proteste, piazze e prese di posizione, la plenaria continentale frena e si pone il dubbio di aver fatto il passo in direzione sudamericana (molto) più lungo della gamba. Il Parlamento di Strasburgo ha approvato la richiesta di inviare il testo dell’accordo di libero scambio Ue-Mercosur alla Corte di giustizia europea. Traduzione: tutto fermo, per ora. 

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Una vittoria di comparto e di filiera. Di voce. Di megafono che ha funzionato. Come rimarca il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti: «Il voto dell’Europarlamento è in linea con la posizione che abbiamo sempre difeso e mostra chiaramente quanto questo accordo sia divisivo e non vantaggioso per l’agricoltura italiana ed europea. Le politiche commerciali internazionali – sostiene – non possono non tenere in considerazione il principio di reciprocità, che deve essere alla base degli accordi bilaterali. Non possiamo permetterci intese che premiano standard produttivi più bassi, mentre agli agricoltori europei viene chiesto di fare di più con meno».

E sta tutto lì il punto. Non è solo la burocrazia. Quel che conta è che adesso la Corte dovrà esaminare in che misura l’accordo sia compatibile con il principio di precauzione sancito dai trattati in vigore. Per il mondo agricolo è questo il passaggio chiave, il vero ‘fil rouge’, di tutta la vicenda: l’Europa, in soldoni, può discutere di commercio e di mercati, purché non metta in discussione la sua stessa impostazione su ambiente sano e alimenti sicuri. E senza permettere che la concorrenza si giochi abbassando gli standard. Questa peraltro non è una posizione dei sindacati di categoria, è pura logica.

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Benché si incrocino i pensieri. Tant’è che in questa direzione va anche la lettura di Cesare Soldi, presidente della Libera Associazione Agricoltori Cremonesi. «Il risultato del voto di ieri in Parlamento dà la misura della complessità e divisività di questo dossier». La voce della filiera cremonese ricorda come la decisione arrivi dopo una lunga stagione di mobilitazioni, vero sprone allo ‘stop’: «Il voto, che avviene dopo le nostre manifestazioni del 18 dicembre e di martedì scorso a Strasburgo, è d’altronde in linea con le posizioni che abbiamo sempre difeso», prosegue Soldi.

In sostanza: la politica europea ha capito che non basta dire ‘libero scambio’ perché il tutto si avveri come una formula magica. Sarebbe bello, certo, ma senza garanzie il gioco non vale la candela: «L’intesa – richiama imperativo Soldi – fornisca una solida ‘rete di sicurezza’ per i produttori e i consumatori attraverso meccanismi davvero efficaci e tempestivi: reciprocità, controlli e clausole di salvaguardia. Non mi stancherò di dirlo».

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Perché nessuno è necessariamente più bravo di un altro. Ma se il giudice è il campo, e quello sta bene a tutti, dev’essere un giudice imparziale: «È necessario che tutti i giocatori in campo, siano essi del nostro territorio o oltreoceano, abbiano le stesse identiche regole. Ciò vale per il Mercosur e per tutte le politiche commerciali internazionali». Il rischio, quella famosa area grigia in cui si naviga spesso, è di dimenticarsi che dietro queste scelte non ci sono solo gli interessi economici, ma la fiducia di chi compra e di chi lavora. «Il consumatore – ricorda il presidente della Libera – chiede standard di sostenibilità e sicurezza tra i più alti al mondo e non può essere ingannato. Altrimenti – avverte – andremo incontro a costi maggiori e rese pregiudicate per noi produttori e minori tutele ambientali e per la società».

Per dirla ‘terra terra’, stante che di terra alla fine si parla o almeno da lì si parte, il nodo non riguarda solo un accordo. Riguarda il modello europeo di produzione: quello che chiede agli agricoltori investimenti, limiti, controlli, tracciabilità, sostenibilità. E che proprio per questo, se vuole almeno evitare di auto-sabotarsi o sentirsi ipocrita, non può poi spalancare il mercato a prodotti ottenuti con regole diverse, più leggere, meno costose. Soldi affida la chiosa non una paternale ma a un monito: «In un momento in cui le condizioni di mercato per le produzioni di cereali e zootecnia, come latte e carne, sono estremamente volatili e gli agricoltori sono intrappolati in una stretta tra l’aumento dei costi dei fertilizzanti e dei fattori di produzione e il calo dei redditi, stiamo attenti a non danneggiare la competitività dell’Ue e minacciare le fondamenta stesse del suo modello di produzione».

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