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Mercoledì 28 Ottobre 2020

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Architecture, il Coronavirus e il tramonto dell'Occidente

Architecture, il Coronavirus e il tramonto dell'Occidente

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Ci sono spettacoli che – loro malgrado – rischiano di diventare un simbolo, ovvero di fare sintesi della realtà, di distillarne il senso in un’immagine, in una parola, in un pensiero. Ad Architecture di Pascal Rambert è toccato questo compito, e non solo perché dopo la sua messinscena all’Arena del Sole di Bologna, spettacolo inaugurale del festival Vie organizzato da Fondazione Emilia Romagna Teatro, le sale da spettacolo hanno chiuso in tutta Italia.

In fuga dalla Lombardia… Così sabato 22 febbraio – oggi sembra un secolo fa e ora quella sensazione si fa sempre più netta – Bologna era piena di gente, il Coronavirus era lontano, me lo ero lasciato alle spalle: a poco più di cento chilometri da Cremona, mille miglia lontano dalla paura, dal timore di un’epidemia c’era un altro mondo, c’era un’altra vita e non solo i teatri aperti. Eppure ciò che è andato in scena in Architecture è un avvertimento che oggi suona profetico, pronunciato dalla piccola Vivian: «poco fa non ho capito bene avete detto che bisognava prepararsi a un’epoca che non avevamo immaginato?». Buio.

Quel buio è il punto di riflessione di un  diluvio di parole, di un grande affresco umano, di una storia familiare che s’innesta nella storia d’Europa dal 1911 all’Anschluss, una parabola temporale e spaziale che attraversa il ventesimo secolo, il cuore del ‘900 con due guerre mondiali che ne ridisegnarono i confini, gli equilibri politici, la vita dell’intero Occidente. Pascal Rambert mette in scena la storia di una famiglia di intellettuali, lo scontro col padre, un architetto che ha condizionato la vita delle figlie e del figlio, l’unico a cercare di ribellarsi alla figura paterna, tutti intellettuali. Quel padre architetto è il simbolo di una cultura occidentale che con i suoi canoni, le sue regole fa mondo e che mal sopporta di essere messa in crisi. Ciò che si gioca in Architecture non è solo una saga familiare, ma è la parabola della cultura europea, è un viaggio che da Vienna passa per Atene, Skopie, Budapest, Trieste e nuovamente Vienna, è un tempo in cui la musica, la scienza, il linguaggio cercano nuove forme per raccontare l’indicibile, è il tentativo di sottrarsi alla dittatura del padre, di uccidere l’Edipo che soffoca, e un viaggio verso l’inatteso tramonto dell’Occidente.

«Io vedo chiaramente nei miei pazienti il nervosismo guadagna terreno ci insultiamo tutti è un’epoca terribile per il linguaggio le persone urlano, nessuno ascolta nessuno quel che vedo nei corpi è una forma di follia collettiva il corpo sociale è malato la follia del mondo attacca intimamente il corpo». E queste parole pronunciate da Emanuelle, psicologa una delle figlie di Jacques il grande architetto, suonano tremende, così come asfissiante e potente è il testo di Pascal Rambert, tre ore di parole che inchiodano lo spettatore alla poltrona, che tolgono il respiro e ti rodono dentro. La scena è vuota, gli arredi cambiano col proseguire del tempo della narrazione storica, così come i costumi: all’inizio bianchi in stile cechoviano, poi macchiati di colore e forme che ricordano il Bauhaus e infine neri, a lutto. In scena Emmanuelle Béart, Audrey Bonnet, Anne Bouchet, Marie Sophie Ferdane, Arthur Nauzyciel, Stanislas Nordey, Pascal Rénéric, Laurent Poitrenaux e Jacques Weber. I personaggi hanno lo stesso nome di battesimo, prénom dei loro interpreti, una consuetudine per il drammaturgo, regista e coreografo francese, una prossimità nominale, appellativa che accorcia le distanze, che punta sull’intimo degli interpreti che sono e diventano parole incarnate, protesi di linguaggio protese ad abbracciare una platea ammutolita e in trance. Architecture porta in scena il nostro tramonto, porta in scena la grande tradizione culturale occidentale che ostinatamente rovina su se stessa e la rovina parte dalle parole, dalle parole che uccidono: «Io non so più quel che dico ho perso tutto la lingua mi ha completamente rovinata vivevo in un mondo strutturato ma ora tutto è disarticolato ecco quello che fanno le parole contorte nei corpi disarticolano come ne usciremo come farò a tornare nel mio corpo».

Ripensare ora ad Architecture di Pascal Rambert vuol dire pensare al nostro essere al tramonto, al nostro apprestarci a una situazione che non conosciamo che per il testo di Rambert – nel suo svolgimento narrativo – coincide con l’ascesa dei regimi totalitari, ma che nell’esplosione di senso del testo in sé, del linguaggio preciso e potente del drammaturgo fugge ogni connotazione per farsi simbolico, astratto. E allora la domanda è quella che si pone la piccola Vivien alla fine: ««poco fa non ho capito bene avete detto che bisognava prepararsi a un’epoca che non avevamo immaginato?». Buio.

Architecture, testo, ideazione, installazione Pascal Rambert con Emmanuelle Béart, Audrey Bonnet, Anne Brochet, Marie-Sophie Ferdane, Arthur Nauzyciel, Stanislas Nordey, Pascal Rénéric, Laurent Poitrenaux, Jacques Weber e Césarée Genet Bonnet in alternanza con Rose Poitrenaux traduzione Chiara Elefante, luci Yves Godin, costumi Anaïs Romand, musica Alexandre Meyer, produzione Structure production, visto all’Arena del Sole di Bologna, il 22 febbraio 2020, in un altro tempo, in un altro mondo.

07 Marzo 2020