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Domitilla Ferrari: "Il mondo del lavoro funziona condividendo gli obiettivi"

La docente di Comunicazione digitale all'Università di Padova racconta il suo manuale 'Il pessimo capo'

Paolo Gualandris

Email:

pgualandris@laprovinciacr.it

06 Ottobre 2021 - 06:10

CREMONA - «Si disinnesca non necessariamente facendoci la lotta, ma mettendo una parete tra noi, le emozioni che genera e comunque l’incomprensione o la maleducazione o, più semplicemente, i modi diversi di interpretare ruoli diversi. Un po’ come

Sul lavoro è meglio corazzarsi, non essere sulla difensiva, ma sapersi difendere sì. È così, perché non è una lotta contro nessuno, cioè dobbiamo lavorare tutti insieme

la quarta parete che usano di solito gli attori per isolarsi dal fattore-pubblico per essere più credibili sulla scena. Ecco, questo secondo me è il trucco. L’ho imparato sulla mia pelle, soprattutto quando non l’ho utilizzata questa parete». Lo abbiamo avuto tutti, almeno un volta nella nostra vita professionale, un pessimo capo, di quelli che ti tolgono sonno, tranquillità e sicurezza professionale. Il consiglio su come disinnescarlo è di Domitilla Ferrari, autrice del libro «Il pessimo capo, manuale di resistenza per un lavoro non abbastanza smart» e protagonista della videorubrica «Tre minuti un libro» curata da Paolo Gualandris da oggi online sul sito www.laprovinciacr.it. Oggi Ferrari è docente di Comunicazione digitale all’Università di Padova, lavora come Chief Marketing Officer a Milano ed tra le più influenti esperte di marketing e digitale in Italia. La sua esperienza a proposito di capi è vasta: a trent’anni ne aveva già inanellati una trentina, avendo fatto la guardarobiera, la barista, la buttadentro nei locali, la «fotocopiatrice umana», la giornalista; tutti lavori che le hanno poi consentito di arrivare alla laurea. E adesso un capo è lei. E scrive: «Sul lavoro è meglio corazzarsi, non essere sulla difensiva, ma sapersi difendere sì». Spiega: «È così, perché non è una lotta contro nessuno, cioè dobbiamo lavorare tutti insieme. Secondo me le connessioni sono un dono del nostro modo vivere e anche il mondo del lavoro funziona condividendo gli obiettivi. In questo modo si va tutti insieme verso una direzione, non tutti contro tutti o qualcuno contro qualcuno». Da capo si fanno inevitabilmente degli errori, la domanda viene spontanea: le è mai capitato di riflettere su un suo comportamento o atteggiamento che aveva censurato nei confronti di chi le era capo allora? «Da capo mi è capitato di fallire, di non capire chi avevo davanti e, per quanto io pensi di essere molto brava – tutti noi pensiamo di essere bravi - succede che non lo siamo più. Pensavo di essere brava a capire le persone, eppure mi sono comportata con gli altri come se fossi poco collaborativa. In realtà per far prima facevo da me, senza spiegare tutto nel dettaglio. Cosa della quale comunque mi sono pentita». É lunga la lista delle categorie e sottocategorie di pessimi capi, che possono essere opachi, incapaci, inadeguati, ragionieri, maleducati, sessisti, in crisi, «ma il peggiore di tutti credo che sia quello che non condivide, che non racconta agli altri per quale motivo sta facendo fare un compito, un determinato lavoro, e non condividendo non riesce a far sì che tutti vadano nella stessa direzione». Li ha studiati tutti questi identikit e ha raccontato delle storie. Eccone una . «Un capo che non sa delegare che mi ha detto ‘potrei lasciarti scrivere di me che sono un capo che non sa delegare, ma sono più bravo io a raccontartelo e quindi ti racconterò io che capo sono’ . Comunque nel libro c’è una raccolta di storie narrate per capire come affrontare meglio il mondo del lavoro». Insomma, un manuale di resistenza, perché ci sono suggerimenti e semplici test con i quali ognuno di può confrontarsi con se stesso, capire che capo è o che capo ha e anche comprendere in che modo si affronta al meglio una situazione difficile, complessa».

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