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"Assange in cella è il vero scandalo"

Stefania Maurizi presenta il libro-inchiesta "Il potere segreto" sulla vicenda del fondatore di WikiLeaks

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

08 Settembre 2021 - 06:30

CREMONA - Dopo l’arresto da parte di Scotland Yard compiuto dentro l’Ambasciata dell’Ecuador, da due anni e mezzo Julian Assange è imprigionato in una cella di massima sicurezza di 9 metri quadrati a Londra, in attesa che si concluda il processo di estradizione intentato dagli Stati Uniti, dove rischia 175 anni  di carcere. Un rischio concreto: l’11 agosto un punto a sfavore di Assange nell’udienza preliminare all’Alta  Corte di Londra dell’appello contro il no all’estradizione negli Usa del fondatore di WikiLeaks emesso in istanza dalla giustizia  britannica nei mesi scorsi, sulla base del timore di un presunto   rischio di suicidio per l’imputato. I giudici hanno infatti riconosciuto come sostenibili le argomentazioni presentate a nome delle autorità  di Washington fissando per il 27-28 ottobre la discussione sul merito della causa. La «colpa» di Assange è aver fondato WikiLeaks, un’organizzazione che ha profondamente cambiato il modo di fare informazione nel XXI secolo, sfruttando le risorse della rete e violando in maniera sistematica il segreto di Stato quando questo viene usato non per proteggere la sicurezza e l’incolumità dei cittadini ma per nascondere crimini e garantire l’impunità ai potenti. Quasi nelle stesse ore della decisione dei giudici inglesi, è uscito, con prefazione del regista Ken Loach,  il libro-inchiesta di  Stefania Maurizi  «Il potere segreto, perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks». «Questo libro dovrebbe farvi arrabbiare moltissimo», scrive il regista inglese, «È la storia di un giornalista trattato con insostenibile crudeltà per aver rivelato crimini di guerra; della determinazione dei politici inglesi e americani di distruggerlo; e della questa connivenza dei media in questa mostruosa ingiustizia».


L’autrice è l’unica giornalista che ha lavorato fin dall'inizio su tutti i  milioni documenti segreti di WikiLeaks, a stretto contatto con lo stesso Julian Assange, incontrandolo molte volte. Ha citato in giudizio quattro governi – gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Svezia e l’Australia – per accedere ai documenti del caso. Gli abusi e le irregolarità emersi da questo lavoro d’inchiesta sono entrati nella battaglia legale tuttora in corso per la liberazione del fondatore di WikiLeaks. Nel suo libro  ripercorre tutta la vicenda, con documenti inediti, una narrazione incalzante e sempre puntuale. «La storia di una vendetta silenziosa ma feroce», spiega, che rischia di mettere la pietra tombale sul giornalismo d’investigazione a livello mondiale. Maurizi è la protagonista della videorubrica «Tre minuti in libro». La prima, inevitabile  domanda, viene dal titolo del libro.  «Vogliono distruggere Julian Assange perché ha aperto uno squarcio per la prima volta sul potere segreto, blindato dal segreto di Stato che non serve a proteggere i cittadini ma a impedire all’opinione pubblica di scoprire la criminalità di Stato e a garantire l'impunità ai criminali di Stato che commettono  atrocità come crimini di guerra e torture-afferma Maurizi-. Noi italiani conosciamo bene questa storia,  pensiamo alle nostre stragi: Bologna, piazza Fontana... Da decenni i cittadini vorrebbero la verità, che non arriva mai proprio a causa di questo  grumo di segreti di ricatti e impedisce di  far sì che le Istituzioni rendano conto di ciò che hanno fatto».


Assange ha rivoluzionato questo sistema di protezione. «Assolutamente — spiega  Maurizi -  ha permesso per la prima volta nella storia di creare uno squarcio in questo potere. Fin da quando ha iniziato a fare questo tipo di lavoro lo vuole morto». Molti hanno tentato di distruggere l’immagine di Assange  sotto il profilo personale, per esempio con l’accusa di violenza sessuale.  «Io lo conosco molto bene — spiega la giornalista -,  credo che l’osservazione di una persona nel lungo termine di  oltre dieci anni  con contatti regolari, scambio di opinioni e di lavoro insieme, sia l’unico modo di giudicare una persona: vedi come  si comporta, così ti fai un'idea di chi è, che valori ha come lavora su chi lavora. Ebbene:  è una persona intelligentissima che crede veramente in quello che fa, che a livello umano è profondamente diversa da come appare, è caloroso, certo è anche difficile, ha aculei e  difficoltà, non c’è dubbio. Un essere umano complicato, ma è anche una persona che veramente ha dato tutto per un progetto in cui crede invece che, da genio del computer, fondare un’azienda  e fare soldi. Non è questo il valore che ha». 

Ora è in carcere in attesa di processo e se dovesse essere estradato negli Stati Uniti lo chiudono nella cella più remota e più buia e buttan via le chiavi. Il problema non è solo la sua salvezza o la sua condizione, ma è ben più vasto, cioè riguarda la libertà di stampa. «Assolutamente sì —  afferma  decisa Maurizi - Bisogna capire che fin da quando ha rivelato, con i giornalisti di  Wikileaks i documenti segreti del governo americano tra cui quelli  sulla guerra in Afghanistan che già dipingevano  il disastro al quale assistiamo oggi, Assange non ha più conosciuto la libertà, sono 11 anni e ora rischia di finire chiuso in una prigione di massima sicurezza, la più estrema degli Stati Uniti, quella in cui trova il re dei narcotrafficanti  El Chapo e di rimanerci per  tutta la vita. E se questo succederà, vorrà dire che nelle nostre democrazie non puoi rivelare  i crimini di guerra, le torture e pensare di poterlo fare in modo sicuro. Questo è veramente ciò  che distingue la democrazia dalla dittatura. In dittatura non puoi rivelare la criminalità di Stato ai più alti livelli perché o finisci ammazzato, in democrazia deve essere possibile, la stampa deve poter fare il suo  lavoro in modo sicuro e libero. Vorrei  sottolineare non solo il rischio che corre Julian, ma tutti i giornalisti di Wikileaks:  dopo di lui toccherà a loro, è solo questione di tempo». Maurizi ha avuto al suo fianco il noto regista inglese Ken Loach. «È è stato coerente, non si è mai lasciato suggestionare dalle operazioni di demonizzazione e ha sempre tenuto fisso lo sguardo su quello che Assange ha rivelato e sul perché il complesso militare-industriale vuole distruggerlo, quindi non si è lasciato manipolare da tutta l’imponente campagna di disinformazione e demonizzazione su Julian e Wikileaks. E il suo contributo al libro dà una misura di quanto tiene a che Julian vengae liberato e salvato, perché la sua vita è veramente appesa a un filo».

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