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3 MINUTI 1 LIBRO

Gianfelice Facchetti racconta «C’era una volta a San Siro. Vita, calci e miracoli».

Figlio del grande Giacinto, bandiera dell’Inter e della nazionale, presenta il suo libro con prefazione di Luciano Ligabue nella video intervista di Paolo Gualandri in una nuova puntata di "3 minuti 1 libro"

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

31 Agosto 2021 - 18:26

CREMONA - «Silvio Smersi, figlio di uno dei primi portieri della storia dell’inter, e lui stesso calciatore, attaccante soprattutto di serie B e C a San Siro  giocò  in serie A una partita sola ufficiale, con il Padova allenato da Nereo Rocco. Ma prima del fischio d’inizio  venne chiamato dall’assistente del regista Renato Castellani,  che cercava il protagonista del film I sogni nel cassetto. Silvio venne distratto da questo e si dimenticò totalmente della partita perché in realtà lui era un artista e il calcio per lui era solo un modo per riuscire a pagare l’affitto, il suo sogno era dipingere e fare tutt’altro. A un certo punto lo chiamarono gli altoparlanti perché lui si era totalmente estraniato dalla partita che stava per cominciare». C’è c’è spazio anche per storie di questo genere «che secondo me fanno parte altrettanto di questa narrazione meravigliosa» nella quasi centenaria vita dello stadio Giuseppe Meazza, che per quasi tutti resta ancora San Siro. Una storia che Gianfelice Facchetti, testimone d’eccezione, racconta nel suo libro «C’era una volta a San Siro. Vita, calci e miracoli» con prefazione di Luciano Ligabue, interista doc,  stregato dai mediani forse più che dai campioni. Facchetti, attore, drammaturgo  regista teatrale nonché scrittore, è  figlio del grande Giacinto, bandiera dell’Inter e della nazionale, è il protagonista della puntata della videorubrica «Tre muniti un libro» curata da Paolo Gualandris messa in rete da oggi sul sito www.laprovinciacr.it.

Gianfelice ha San Siro nel dna, per lui non è solo uno stadio, ma un luogo dell’anima. «Siamo i luoghi che abbiamo attraversato, un minuto, un’ora, un giorno. Siamo la casa che abbiamo abitato, la strada percorsa, la terra solcata. Siamo le stanze, i corridoi, i cortili di una vita. Per me San Siro è come una seconda casa, anche solo per la quantità di  ore, di giorni che ci ho passato… ho fatto un calcolo approssimativo e potrei averci speso quai un intero anno intero della mia vita: non può essere un luogo qualunque. Non solo per la quantità, ma anche la qualità del tempo, delle emozioni  per le cose che vi sono accadute. Per tanti di noi che lo hanno vissuto così intensamente è stato anche un luogo di tappe, di crescita, di svezzamento: le prime partite  viste erano quelle tranquille, poi quelle di cartello  e infine le serali. C’erano una serie di traguardi da raggiungere sul campo attraverso  i  riconoscimenti di mio padre,  che mi dava l’opportunità di andarci». Dunque «è un luogo che meritava di avere voce,  di raccontarsi. Ha quasi un secolo di vita  e ho deciso di dargli voce in un momento in cui si parla insistentemente del suo futuro senza quasi voler coinvolgere le persone. Invece io ho voluto fare l’opposto, volevo che la gente partecipasse a questa decisione sul futuro dello stadio, perché in democrazia funziona così». Facchetti racconta di suggestioni, di emozioni, di calciatori e di partite. «Ho fatto fatica a scegliere… ricordo molto bene la prima volta in cui capii  che non si può uscire prima della fine: un Inter Napoli dell 1982, uscimmo con mio padre che vincevamo due a zero, ci trovammo in macchina nel giro di quattro minuti che il Napoli aveva pareggiato. Lì venni svezzato a questa regola». Nel cuore ha anche il match «in cui vidi forse il gol più bello: era di Carl Heinz Rumenigge  e  venne  misteriosamente annullato, contro il Ranger Glasgow in una serata di Coppa Uefa che l’Inter vinse comunque largamente, mi sembra 3 o 4 a zero». Il libro di Facchetti spiega quanto la memoria sia importante, quanto il passato sia vivo e presente e quanto la passione possa animare e colorare persino un vecchio stadio che forse qualcuno vuole mandare in pensione con troppa fretta. «Come ogni patrono che si rispetti - scrive  - dal giorno della tua nascita in poi, San Siro, non ti sei mai distratto da ciò che accadeva sotto i tuoi occhi. Partite ordinarie, epiche, spareggi, derby, goleade e disfatte, nessuna differenza. Hai continuato a osservare calcio e calciatori come fosse la prima volta fino a consumarti le pupille, ormai mutate in lampade di terza generazione».   Uno stadio con un'anima il cui destino resta in bilico. Ha rischiato la demolizione e forse passera' attraverso un maquillage dagli effetti incerti ma, con il suo futuro sospeso, resta a testimoniare le gesta indimenticabili di Peppino Meazza e del grande Torino, il Milan di Rocco, l'Inter di Herrera, Gigi Riva e Pepe, gli olandesi di Sacchi e i tedeschi di Trapattoni, Maldini e Zanetti, Maradona, Totti, Baggio e Del Piero.

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