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CREMO IN SERIE A

Cremonese, Pecchia: «In mezzo ai giganti una pagina di storia»

«In 18 mesi abbiamo fatto qualcosa di straordinario insieme al cavaliere Arvedi. Dietro la squadra un ambiente sempre sereno, il profilo basso è stato un bene»

Ivan Ghigi

Email:

ighigi@laprovinciacr.it

09 Maggio 2022 - 05:25

Fabio Pecchia

L'allenatore della Cremonese Fabio Pecchia

CREMONA - Il ritorno a Bologna per ritrovare gli affetti famigliari e magari staccare la spina è trascorso praticamente al telefono «e il primo giorno è come se non ci fossi stato. Ero abbastanza frastornato. Abbiamo fatto tardi la sera della festa promozione, poi ho dovuto rispondere ai messaggi arretrati, alle telefonate degli amici e dei giornalisti». Fabio Pecchia è stato accanto alle figlie Lucrezia e Ludovica «perché Sophie studia a Roma e dunque era fuori casa, ma in casa non ho fatto feste particolari. Niente lasagne, nessuna torta celebrativa solo tempo insieme alla famiglia».

Sappiamo che ha sentito anche Rafa Benitez.
«Se ci penso è qualcosa di particolare. Io ho vinto un campionato di serie B e ricevo la telefonata di Rafa che si congratula. Lui in carriera ha vinto coppe internazionali e campionati di altissimo livello. Con lui c’è un grande rapporto, le telefonate sono frequenti e abbiamo dovuto attendere questo momento per sentirci, però fa effetto pensare che lui ha vinto ad altissimi livelli e io per la seconda volta ho vinto la serie B. Confermo che andrò a trovarlo a Liverpool perché per me la maggiore fortuna è aver lavorato insieme a lui per tre anni ed è nata una bella amicizia. Sono onorato della sua chiamata.

Fabio Pecchia festeggia la promozione con la maglia celebrativa

Mister è tutto vero: in 18 mesi circa ha preso la Cremonese al penultimo posto e l’ha portata in serie A. Lei con il cavaliere Arvedi e tutta la società avete compiuto qualcosa di straordinario.
«Credo che nemmeno il più ottimista e il più grande visionario potessero immaginare un traguardo del genere. È stata una cosa impegnativa, ma abbiamo fatto le cose gradualmente. Siamo arrivati a mantenere la categoria, poi abbiamo cominciato a lavorare per il futuro cercando di non creare troppe illusioni a tutto l’ambiente viste le delusioni degli ultimi anni. La salvezza è stata raggiunta senza grossi affanni, ma comunque al termine di un viaggio impegnativo, affrontato senza paure. Quest’anno abbiamo voluto rendere la squadra competitiva, al di là dell’obiettivo raggiunto. Avevamo programmi ben definiti con Giovanni Arvedi, la dirigenza e la direzione tecnica. Braida era già qua prima di me, poi si è aggiunto Giacchetta per puntare sui giovani. In giro ci sono tanti ragazzi interessanti e questa scelta sapevamo che poteva rivelarsi un rischio. Penso ad esempio al Crotone partito con tanti ragazzi come Mulattieri a cui la stagione non è andata bene. Nel nostro gruppo i giovani hanno incontrato un gruppo di esperti sani a livello umano che li ha saputi coccolare e capire: bastone e carota, questa è stata la forza. Saper capire i giovani che sono cresciuti in un gruppo sano. Qualcuno ha giocato poco ma a volte anche una buona parola vale più della bella prestazione».

Lei ha dichiarato che in qualche caso avrebbe potuto gestire meglio qualcuno.
«Ripensandoci qualche gestione poteva essere fatta in modo diverso. Ho commesso diversi errori che mi serviranno per il futuro. Tra gli errori commessi c’è anche la gestione di un calciatore».

Ha sempre parlato di percorso di miglioramento. Anche Pecchia ha lavorato diversamente alla luce delle esperienza passate?
«Non ci sono cose sperimentate in particolare a Cremona. Piuttosto fa parte del nostro mestiere proseguire per tentativi e dare il giusto valore ai risultati. Credo che l’esperienza vissuta a Torino con l’Under 23 della Juventus mi abbia aiutato molto nella gestione dei carichi. Credo che la vera differenza l’abbiamo fatta nelle 10 gare ravvicinate: quel tipo di gestione mi ha permesso di non perdere giocatori strada facendo. Qualche miglioramento tattico rispetto a Torino lo posso ritrovare in una linea d’attacco molto alta che comportava il rischio di giocare nella metà campo avversaria con 50 metri di campo libero alle spalle. Abbiamo comunque forzato molto ma questo permetteva ai nostri giocatori di recuperare palla nella metà campo avversaria».

Nell’ultimo match a Como abbiamo visto Valzania trequartista atipico, per fare un esempio.
«Me lo immaginavo da qualche gara, la sua condizione era buona e allora ho scelto di tenere in mediana due giocatori di grande palleggio come Gaetano e Fagioli. Valzania dietro la punta comporta un dispendio straordinario, è una forma di trequartista atipico perché avevamo bisogno di velocità per uscire dalla difesa e nello stesso tempo avere dinamicità e forza per tenere gli avversari sotto pressione. Credo ci abbia dato il risultato sperato. Potevamo fare quella scelta nelle precedenti partite ma non è stata fatta per questioni tattiche».

Il tecnico grigiorosso mentre entra in Comune nella notte tra venerdì e sabato al ritorno da Como 

A Pisa la cosa non aveva funzionato.
«A Pisa avevo troppi giocatori sottotono. Fagioli non stava bene, Sernicola aveva avuto la febbre. Mi immaginavo una gara complicata anche se avevamo avuto un rigore che forse avrebbe dato una svolta alla partita. Inutile dire altro, perché col senno di poi tante cose potevano essere fatte diversamente».

Tanti hanno elogiato il calcio propositivo che ha spinto la Cremonese in serie A. Sarà ripetibile anche l’anno prossimo?
«Le idee devono essere mantenute ma la differenza tra le due categorie è abissale come ho già avuto modo di constatare. Quindi l’idea di base può restare, ma almeno metà degli avversari sarà di livello talmente alto che dovremo pensare ad altro. In serie B puoi proporre questo calcio per 38 gare, in serie A tante volte l’avversario ti costringe ad avere un altro atteggiamento».

Sta dicendo che ci sarà anche un piano B.
«Se vogliamo mantenere la categoria sarà fondamentale saper gestire le sconfitte perché affronteremo situazioni diverse. Noi abbiamo appena vinto 20 gare su 38, fate un po’ voi la media. Pensare di fare altrettanto in Serie A la vedo difficile».

Sono ragionamenti figli dell’esperienza vissuta a Verona?
«Mi piace studiare l’esperienza delle neo promosse ma non sono in condizione di fare un’analisi di quello che sarà sinceramente. Ora godiamoci il momento. Abbiamo fatto qualcosa di storico. Quando Gigi Simoni ha portato l’ultima volta la Cremonese in serie A io giocavo ancora. È bello pensare di far parte della storia di un club centenario. Sarà un caso, ma il primo giorno a Cremona ho voluto una foto di Simoni in festa nel mio ufficio, l’ho sempre guardata come monito».

È già tempo di programmi?
«Adesso nessun programma, tornerò in città perché ci sono tante cose da organizzare, come la consegna del premio della Lega B già rinviata. Restano da fissare eventuali festeggiamenti e manifestazioni, ma è giusto che sia così. Questi al momento sono gli unici programmi».

Poche volte è stata pronunciata la parola playoff e tanto meno è stata nominata la Serie A. Il profilo basso vi ha contraddistinto per tutta la stagione.
«Nell’ultimo periodo avevo cercato di spegnere i riflettori sulla squadra, ora è giusto accenderli su tutta la città. Il profilo è sempre stato basso. Fuori si dicevano altre cose ma noi volevamo stare bassi perché la squadra aveva bisogno di restare concentrata sul campo. Fino a quando ci siamo riusciti siamo stati straordinari; quando ci abbiamo pensato troppo Crotone ed Ascoli sono diventati un freno. Ci siamo ridotti ad avere una sola possibilità a Como e tra l’altro non sarebbe dipesa solo da noi, ma ho visto l’atteggiamento giusto nel fare le proprie cose contro una squadra che non aveva nulla da perdere e quindi era più libera. Non solo: se andate a vedere il Como senza Cerri ha sempre perso, mentre con Cerri si trasforma. Oppure domandatevi perché il Crotone si è messo a fare punti solo quando è stato retrocesso. La freschezza mentale fa tanto e la Cremonese con il suo gruppo straordinario per cinque mesi ha viaggiato tra i primi tre posti. È tutta questione di grande tenuta mentale in un campionato altamente competitivo, con tante squadre attrezzate. Quando dicevo che eravamo tra i giganti non scherzavo. Quando siamo partiti dicevamo “mamma mia che calendario” perché dovevano subito misurarci con le grandi e capire come sarebbe andata».

Simone Giacchetta ha parlato della grigliata dopo Ascoli per ricompattarvi.
«Vero. La cosa bella, al di là della squadra, del Cavaliere Arvedi e della dirigenza è quello che sta dietro alla squadra. Da Daniele (il magazziniere, ndr) ad Augusto (il fisioterapista, ndr) al dottore Giuliani, al Centro abbiamo sempre respirato il clima giusto per lavorare e ti permette di creare basi solide per costruire. Tante volte si parla di moduli ma dietro c’è molto altro».

A proposito di moduli, la Cremonese dei primi tempi aveva il vertice basso e i mediani alti, poi si è tornati al classico.
«Inizialmente proponevo il vertice basso poi sono tornato indietro. Col modulo classico avevo più solidità a metà campo e garantirmi comunque quattro giocatori offensivi. Così poteva sfruttare meglio il parco attaccanti. Col vertice baso invece avrei dovuto ruotare più i centrocampisti. In questo modo avrei sfruttato meno gli elementi offensivi e più i mediani. Tanto è vero che nel mercato di gennaio abbiamo pensato più all’attacco che al centrocampo».

La città in festa per la promozione dei grigiorossi

A proposito di mediani, la prova di Gaetano arretrato nata nel test col Padova si è rivelata azzeccata.
«Col Padova lo avevo provato non per tenerlo dietro ma per sfruttare le sue qualità tecniche e la sua propensione ad inserirsi e concludere. Insomma, l’ho portato indietro per sfruttarlo in avanti. Sembra strano ma è così. Anzi, visto che prima si parlava di piano B, forse è proprio questa variante tattica a rappresentare una delle possibili scelte».

Il rapporto con la proprietà sempre vicina alla squadra?
«La società secondo me ha lavorato bene per mantenere la giusta comunicazione con il cavaliere. Gli ho parlato spesso anche io, ma gli interlocutori principali erano Braida, Giacchetta e Armenia. Abbiamo sempre mantenuto un clima sereno perché poi la vera forza sono i risultati sul campo che aiutano a stare sereni. Per esperienze vissute, se si legge bene la gara fuori dal campo poi si gioca meglio quella in campo».

Il gruppo conta tanti prestiti. È chiaro che bisognerà mettere mano alla rosa.
«La squadra è da rendere competitiva per la categoria, ma sono discorsi prematuri. È talmente fresca la promozione che è meglio farsi coccolare dall’idea che ai nastri di partenza della Serie A ci saremo anche noi».

Intanto a distanza di 29 anni Pecchia ha ripercorso le orme del maestro Simoni.
«L’ho ricordato al telefono insieme alla sua compagna Monica. Una cosa splendida».

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