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Il ‘vuoto’ di Cremona la nostra opportunità

Non è una città morta: è una realtà con relazioni di qualità e spazi che attendono di essere riempiti. È facile dire «non c’è niente da fare»: è una constatazione immediata, quasi automatica. Molto più complesso è cambiare prospettiva e chiedersi: cosa posso costruire io? Qui e adesso?

31 Marzo 2026 - 05:20

Il ‘vuoto’ di Cremona la nostra opportunità

Sono uno studente fuori sede. Arrivo da Riva del Garda, una città di poco più di 20mila abitanti che, per certi aspetti, risulta paradossalmente più viva di Cremona, che conta quasi quattro volte la popolazione. È una percezione che non riguarda solo me, ma che ritorna spesso nei discorsi tra gli studenti che arrivano qui per studiare: poche attività, un’offerta limitata, una sensazione diffusa di staticità.

Ma fermarsi a questa lettura significa cogliere solo una parte della realtà. Il problema, più che ciò che manca, è il modo in cui si interpreta ciò che esiste. Sono arrivato a Cremona nel settembre 2023 per iniziare il mio percorso al Politecnico. Prima di arrivare qua però, ho avuto modo di vivere in contesti molto diversi: da grandi città internazionali come Francoforte e Zurigo, fino a piccoli centri del Trentino. Questo mi ha insegnato ad adattarmi rapidamente e a ricominciare da zero, senza particolari difficoltà.

Anche a Cremona è stato così. Tuttavia, fin dai primi mesi, mi è apparso evidente come il contesto offrisse meno stimoli immediati rispetto ad altri poli universitari: meno eventi, meno associazioni, meno occasioni strutturate di incontro e crescita extracurricolare. Molti interpretano questa condizione come un limite. Io ho scelto di leggerla in modo diverso: come uno spazio vuoto. E gli spazi vuoti, per loro natura, possono essere riempiti.

È da qui che è iniziato un percorso che, insieme ad altri studenti, ci ha portato a costruire qualcosa che prima non c’era. All’inizio si è trattato di iniziative semplici, quasi spontanee: momenti di aggregazione, attività pensate per creare gruppo e senso di appartenenza tra studenti che, come me, si trovavano lontani da casa. In una città che non offre automaticamente occasioni di socialità, il primo passo è stato proprio questo: generarle.

Una volta creato un primo nucleo, però, non ci siamo fermati. Abbiamo iniziato a strutturare proposte più articolate: seminari, workshop, incontri con professionisti e figure di riferimento in diversi ambiti. Eventi capaci non solo di riempire un calendario, ma di dare valore reale al percorso universitario, integrando ciò che si apprende in aula con esperienze concrete. Da questo processo è nata Cres, un’associazione studentesca che oggi rappresenta uno dei tentativi più strutturati di costruire un ponte tra università e territorio. Non solo attività per studenti, ma anche progetti rivolti alle aziende locali, con l’obiettivo di supportarle in percorsi di innovazione e miglioramento attraverso le competenze sviluppate durante gli studi. Non si è trattato di rispondere a una domanda già esistente.

Al contrario, è stato un tentativo di crearla. E proprio qui emerge uno degli aspetti più sorprendenti della mia esperienza a Cremona: la risposta del territorio. Fin dall’inizio ho avuto la possibilità di entrare in contatto diretto con realtà che, in contesti più grandi, sarebbero difficilmente accessibili: il Polo di Cremona del Politecnico, il Comune, Confindustria, la Fondazione Arvedi Buschini, oltre a numerose aziende locali. Ciò che accomuna questi interlocutori è una disponibilità all’ascolto che raramente si incontra altrove. Non si tratta solo di apertura formale. Le idee vengono discusse, approfondite, messe alla prova. Se hanno valore, trovano spazio. Se sono ben costruite, possono essere realizzate.

Questo tipo di dinamica è molto più difficile da attivare in città più grandi, dove le opportunità sono spesso già strutturate e, proprio per questo, più difficili da influenzare. A Cremona esiste invece un dialogo diretto. Ed è questo, probabilmente, il vero punto di forza della città: non la quantità di ciò che offre, ma la qualità delle relazioni che consente di costruire. Dopo tre anni, osservando anche altre realtà, è chiaro che definire Cremona una città morta è una semplificazione fuorviante. Cremona non è una città morta: è una città con un vuoto. Un vuoto che può essere percepito come un limite, oppure come un’opportunità.

Nel mio caso, questo vuoto si è trasformato in uno spazio di possibilità. Il percorso universitario non è stato solo accademico, ma anche profondamente formativo dal punto di vista personale e professionale. Ho avuto la possibilità di confrontarmi con istituzioni, imprese, professionisti; di capire cosa significa proporre un’idea, difenderla, svilupparla e trasformarla in qualcosa di concreto. Non perché il contesto fosse già pronto ad accoglierla, ma proprio perché non lo era. Questo porta a una riflessione più ampia, che non riguarda solo il ruolo degli studenti, ma di tutta la cittadinanza all’interno del territorio. È facile dire che ‘non c’è niente da fare’. È una constatazione immediata, quasi automatica. Molto più complesso è cambiare prospettiva e chiedersi: cosa posso costruire io, qui, adesso? Cremona, da questo punto di vista, rappresenta una palestra straordinaria.

Non offre tutto, ma offre qualcosa di più raro: la possibilità di incidere davvero. Di lasciare un segno tangibile, visibile, misurabile nel tempo. Naturalmente, questo richiede un cambio di mentalità. Significa passare da un atteggiamento passivo, in cui si attendono opportunità già confezionate, a uno attivo, in cui si accetta la responsabilità di crearle. Significa esporsi, proporre, rischiare anche di sbagliare. Ma significa, allo stesso tempo, poter vedere le proprie idee prendere forma. Questo non implica negare i limiti del territorio.

Cremona non è Milano, e non deve diventarlo. Ma proprio in questa differenza risiede il suo potenziale. Una città di dimensioni più contenute può diventare un laboratorio. Un luogo in cui sperimentare, testare soluzioni, costruire connessioni più dirette e meno filtrate. Un ambiente in cui studenti, istituzioni e imprese possono dialogare senza le barriere tipiche dei contesti più grandi. Per questo, continuare a definirla una città ‘morta’ rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera. Se la si vive come tale, finisce inevitabilmente per esserlo. Se invece la si interpreta come uno spazio aperto, il quadro cambia radicalmente. E questo voglio sottolinearlo perché è facile per uno studente che viene da fuori, molto meno per chiunque la abiti da sempre.

Cambiate percezione di quello che avete di fronte, perché forse vedete la città da troppo vicino, e non considerate la prospettiva più ampia. Cremona non è una città universitaria nel senso tradizionale del termine, e forzare questa narrazione può risultare persino controproducente. Ma non è nemmeno una città priva di energia o di prospettive. La differenza, in ultima analisi, non la fa il contesto, ma l’atteggiamento con cui lo si attraversa. Ed è un cambiamento di prospettiva che riguarda non solo gli studenti fuori sede, ma anche i cremonesi stessi, che spesso guardano alla propria città con una sfiducia quasi automatica, senza riconoscere le opportunità che essa offre proprio in virtù della sua dimensione. Perché le opportunità, a Cremona, non sono sempre evidenti. Ma esistono. E, soprattutto, possono essere costruite. Cremona non è una città morta, ma è una città profondamente malleabile, che si adatta a chi vuole costruire.

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