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La misteriosa dimora dell'imperatore

Barbarossa a Cremona era di casa, ma... non si sa quale fosse

Per alcuni storici sorgeva dalle parti di San Lorenzo per altri invece vicino alla chiesa di Sant’Agata

Gigi Romani

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lromani@laprovinciadicremona.it

16 Maggio 2013 - 19:22

Barbarossa a Cremona era di casa, ma... non si sa quale fosse

Il cortile del Municipio di Cremona dedicato a Federico II

Federico II, come suol dirsi, a Cremona era di casa. Qui teneva la sua corte quando era nel nord d’Italia, qui celebrava i suoi trionfi e indiva le diete. Ma dove era questa...casa in effetti non si sa. Dal 1236 al 1250, Cremona funge sempre di più da capitale imperiale nel Nord Italia, a dire il vero anche Pavia è tra le città preferite dell’imperatore siculo-tedesco. La presenza imperiale si accompagna a feste e cerimonie di grande lustro: Federico celebra una ‘magna curia’, un’assemblea di tutta la sua corte, con grandi feste dopo il matrimonio di sua figlia Selvaggia, con Ezzelino da Romano. Insomma attraverso le feste principesche, i trionfi militari e i clamorosi casi di cronaca (la vicenda di Pier delle Vigne ndr) Cremona conosce un periodo di vita di corte unico nella sua storia. Mentre sui palazzi del Rinascimento, della loro struttura, dei progetti, e soprattutto dei loro proprietari sia conosce tutto o quasi, dove alloggiava lo ‘stupor mundi’ quando era a Cremona non si sa. Alcuni storici (Menant) sostiene che il ‘palatium’ era dalla parti del monastero di San Lorenzo, ma alcuni antichi documenti spostano l’attenzione nel quartiere di Sant’Agata. Una piccola disputa tra studiosi che potrebbe essere risolta da un documento del 1210 in cui l’imperatore Ottone IV di Brunswick cita il ‘palacio novo Cremonae’. Menant sostiene si tratti del nuovo palazzo comunale: e allora perché Federico II non avrebbe potuto alloggiare nella nuova costruzione? Certo il concetto di ‘proprietà’ era sacro anche allora: il palazzo imperiale era una ‘cosa’ che apparteneva all’imperatore, quello comunale invece era di proprietà della città e del suo popolo. A meno che non si debba ritenere il palazzo comunale inadatto a un imperatore nulla impediva ai Cremonesi di ospitare lo ‘stupor mundi’ nelle loro proprietà. Del resto Federico II era adorato dai suoi fedelissimi sudditi padani, e l’imperatore li ricambiava bene, esentandoli da un’eccessiva tassazione, coprendoli di onori e quasi sempre soddisfacendo le loro richieste.

Come nell’occasione della nomina del podestà. La città era dilaniata dalle contese interne scrivono a Federico: «Ricorriamo a voi come al porto più sicuro di ogni altro, e vi preghiamo di mandarci uno dei vostri fedeli che ci regga. Ci unisca e ci conservi per la gloria e il vostro onore». Desiderio esaudito con l’invio a Cremona del conte Tommaso d’Aquino, rampollo di una delle casate più nobili di Napoli. Come si nota sono analisi e considerazioni del sovrano diverse, ma su tutte pesa quella di Dante, che lo condanna senza appello. Certo il giudizio dantesco non cambia quello che la storia ha emesso, ma sicuramente mette in evidenza alcuni aspetti del carattere del nipote di Federico Barbarossa: la diffidenza, la crudeltà, la concezione del potere. ‘Difetti’ che emergono nella vicenda dolorosa di Pier delle Vigne, ovvero Pietro de Vinea da Capua, uno dei maggiori intellettuali del Medioevo e suo più fidato ‘servitore’. A Pier delle Vigne Dante Alighieri riserva un trattamento migliore di quello fatto a Federico II. L’anima di Pier è all’Inferno, però tra i suicidi, nel XII Canto. Dante lo assolve dall’accusa infamante di avere tradito l’imperatore che invece lo aveva colmato di onori, ricchezze e potere. Le disgrazie di Pier delle Vigne iniziano a Cremona. E’ il 1249 Federico II dopo la sconfitta di Vittoria da parte delle truppe di Parma, deve affrontare un momento di crisi politica e di immagine che rischia di travolgere il suo impero. Il consigliere fa una brutta fine i cremonesi lo catturano e vorrebbero impiccarlo, ma l’imperatore lo fa condurre a San Miniato e qui Pier di suicida spaccandosi la testa contro una colonna. Ma ancora una volta sono i suoi fedeli sudditi padani che lo sostengono (spesso e soprattutto contro altri liberi Comuni ‘guelfi’).

La curiosità
Un altro luogo misterioso, che schiere di storici hanno cercato di dipanare, è dove fosse ubicato l’accampamento dei soldati bizantini prima dell’arrivo dei Longobardi. Forse quello che ci va più vicino, nonostante le tracce siano labili, è il professore Ugo Gualazzini. Secondo l’insegne studioso il campo era dalle parti di San Luca-corso Garibaldi. Le sue congetture sono costruite su un documento medievale, di quasi 800 anni posteriore ai bizantini, in cui si parta di una ‘cataulada’. Secondo Gualazzini il vocabolo deriverebbe dal greco e starebbe a significare ‘campo fortificato’. Inoltre Gualazzini sostiene che fino a qualche anno fa i cognomi tipici della zona avevano a che fare con origine greche, come, ad esempio ‘talamazzi’ o ‘talamazzini’ che deriverebbe da ‘talassa’, vale a dire mare.
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