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IL FUTURO DI CREMONA

Il dg Rossi: «Nuovo ospedale trainante. Sarà il parco della salute»

Il direttore generale dell’Asst inquadra la «rivoluzione sanitaria» collegandola allo sviluppo della città

La Provincia Redazione

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23 Febbraio 2022 - 05:05

Il dg Rossi: «Nuovo ospedale trainante. Sarà il parco della salute»

Il dg Giuseppe Rossi

CREMONA - Proprio nel pieno delle polemiche sulla riorganizzazione dell’Area Donna, con lo sguardo inevitabilmente ancora rivolto alla pandemia — che pure pare alla stretta finale — ma anche proiettato alla prospettiva di una sanità locale che potrà contare sul nuovo ospedale, è fra contenitori e contenuti, analizzando lo scenario da manager, che il direttore generale di Asst Cremona, Giuseppe Rossi, entra nel dibattito sul futuro della città.

Due anni di pandemia hanno messo a dura prova i cittadini, il tessuto economico, socialità e formazione. L’impatto maggiore ha riguardato chiaramente il comparto sanitario, che ha pagato un prezzo salato, si è battuto in prima linea e ha palesato la necessità di riorganizzare almeno una parte dei servizi, accorciando la distanza tra cittadini e primo livello di cure ed assistenza.

Qual è la direzione da seguire? Quali le priorità?

«Modernizzazione degli ospedali, potenziamento della rete territoriale, telemedicina e prevenzione: queste sono le priorità che segnano la strada da seguire subito. Il futuro si costruisce nel presente, attraverso azioni precise, utili a creare i giusti presupposti affinché ciò che di meglio può accadere accada. Per l’ospedale di Cremona, ad esempio, significa ambire al dipartimento di emergenza e accettazione (DEA) di secondo livello. Ciò per assicurare funzioni ad alta specializzazione legate all’emergenza attraverso unità complesse quali neurochirurgia, cardiochirurgia, terapia intensiva, chirurgia toracica e chirurgia vascolare. Per questo non bisogna pensare al nuovo ospedale come un mero contenitore, ma quale elemento trainante, in grado di creare condizioni favorevoli per il raggiungimento di obiettivi ambiziosi, tesi a promuovere una evoluzione di sostanza per la sanità locale e l’intera comunità».

Cremona è stata una delle città più colpite dalla pandemia. Con la fine dall’emergenza, che ci si augura arrivi presto, in che modo le attività sanitarie possono contribuire a rilanciare gli aspetti sociali, economici e la qualità della vita?
«Il Covid-19 non sparirà all’improvviso e non spariranno d’incanto altre criticità di sistema, come la carenza di personale. Non abbiamo scelta: dobbiamo imparare a fare bene con ciò che abbiamo a disposizione e smetterla di fare confronti con il passato, di ostacolare il cambiamento in modo pregiudiziale: il contesto in cui ci muoviamo oggi è profondamente mutato e non necessariamente in peggio. Tecnologia e ricerca hanno aperto scenari inaspettati e impensabili sino a qualche tempo fa. Il vaccino anti Covid è un esempio: realizzato a tempo di record, ha salvato milioni di persone e ci ha permesso di tornare a vivere. Anziché focalizzandosi solo sulla cura delle malattie, penso sia necessario rimettere al centro la prevenzione, e in questo la pandemia non ci sta aiutando. Inoltre, è importante pensare alla spesa sanitaria non come un costo, bensì un investimento funzionale allo sviluppo economico e alla stabilità. Investire nel sistema sanitario significa, infatti, generare occupazione, benessere e di contro ridurre l’esclusione sociale. La crescita economica rende la popolazione più attenta alla salute e una buona strategia in materia di sanità pubblica è complementare ad una politica economica efficace. Viviamo in un sistema circolare, dove ogni cosa è connessa: la salute viene influenzata per due terzi da fattori che non sono strettamente sanitari (cultura, reddito, genetica, ambiente) e lo slogan Health in all policies (salute in tutte le politiche), coniato dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), riassume perfettamente questo concetto».

Le nuove tecnologie, nello specifico quelle legate alle telecomunicazioni e al digitale, aprono scenari nuovi e interessanti. Cremona è la sede di un Polo per l’innovazione tecnologica che è un fiore all’occhiello della città. Che interazione virtuosa può instaurarsi a livello locale fra sanità, nuove tecnologie e nuovi business?
«Il futuro della medicina è inequivocabilmente legato alle tecnologie digitali e informatiche, grazie alle quali sarà più facile curarsi e prevenire. La rivoluzione in atto non riguarda solo i comportamenti della vita quotidiana o professionale delle persone, ma anche il loro modo di relazionarsi con la salute, dalla ricerca sul web, alla comunicazione con il medico, al teleconsulto. Sale operatorie, diagnostica, processi terapeutici sono pervasi dalla tecnologia con un miglioramento esponenziale dell’esito dei trattamenti che si ripercuote in positivo sulla qualità e sull’aspettativa di vita delle persone. Lo specialista, grazie all’informatizzazione, svilupperà sempre di più la possibilità di osservare un caso a distanza, di discuterne con i colleghi (che magari lavorano in altre città o in altri paesi) e decidere di intervenire applicando le migliori cure disponibili a livello internazionale. Sino a qualche anno fa questo era fantascienza. Dobbiamo abituarci a entrare nell’ordine di idee che molte delle cure oggi effettuate in ospedale, grazie alla tecnologia, potrebbero essere eseguite altrove o a domicilio».

Ad esempio?
«Ad esempio penso al fronte delicato delle terapie oncologiche, che già si praticano a casa con un impatto emotivo e di comfort sul paziente che nessuna struttura è in grado di eguagliare».

Un passo in avanti notevole compiuto dalla città negli ultimi anni riguarda i centri di formazione, che sono nati e si sono sviluppati nel segno della qualità. È possibile immaginare una evoluzione analoga anche per il comparto sanitario? Da dove cominciare?
«Dove c’è cultura c’è salute, quindi la formazione è determinante sia per gli operatori sanitari, sia per i cittadini. L’Asst di Cremona è già sede distaccata dell’Università degli studi di Brescia per il corso di Infermieristica e di Fisioterapia. Il nuovo ospedale ci renderà più attrattivi e il desiderio è che i corsi di laurea delle professioni sanitarie possano entrare in stretta relazione con il polo universitario cremonese, oggi in grande e crescita. Con l’arrivo del professor Gian Luca Baiocchi, direttore dell’Unità Operativa di Chirurgia, Cremona è diventata sede della scuola permanente sulla chirurgia guidata dalla fluorescenza per le patologie dell’apparato gastrointestinale. Stiamo parlando di interventi che , spesso, vengono seguiti in rete da decine di specialisti connessi da tutta Italia e desiderosi di imparare una tecnica innovativa, praticata in pochi centri. E il dottor Antonio Fioravanti, direttore dell’Unità Operativa di Neurologia, sta promuovendo un progetto formativo altamente specialistico - CadaverLAB - che ha portato e porterà in città professionisti e specializzandi da ogni parte d’Italia e del mondo. Ecco: questo è il futuro e penso che noi, a Cremona, lo stiamo già percorrendo».

Il nuovo ospedale di Cremona, indicato come un modello regionale e nazionale, sarà una grande occasione per la città. Quali sono i percorsi virtuosi da seguire per ottenere il massimo risultato per quanto riguarda la qualità dei servizi, l’occupazione, i poli di eccellenza, l’indotto e la ricaduta sul territorio?
«Preservare i valori base del sistema sanitario significa anche rafforzare l’identità dei luoghi di cura e valorizzare il lavoro di chi cura. In Italia la maggior parte degli ospedali ha superato strutturalmente il loro limite massimo di età - in genere è di cinquant’anni - e quello di Cremona è un esempio lampante. Ho avuto più volte modo di spiegare che la costruzione ex novo è una scelta obbligata (a causa dello stato di usura dell’attuale struttura) ed economicamente vantaggiosa per fare un salto nel futuro e, perché no, diventare un modello da seguire. Non è un caso se la vice presidente della Regione Lombardia Letizia Moratti, qualche settimana fa, ha portato l’Ospedale di Cremona come esempio all’Expo di Dubai. È la prima volta che in Italia si sceglie la strada di un concorso internazionale che verrà vinto dal miglior progetto e non dal progettista».

Eppure, non mancano perplessità, critiche, persino resistenze...
«So che molti sono perplessi. Tanto che una delle domande ricorrenti che mi sento rivolgere è: ‘Cosa metterete nel nuovo ospedale?».

Ecco: quali sono i contenuti da mettere nel contenitore?
«Una cosa è certa: ospiterà tutte le unità operative e i servizi presenti oggi, ma il contesto architettonico (sicurezza) e tecnologico (innovazione 4.0) saranno di una qualità imparagonabile. Non solo. L’intera area sarà riqualificata e trasformata in un parco della salute il cui potenziale è tutto da sviluppare».

E quali saranno le caratteristiche principali del nuovo ospedale?
«Avrà 500 camere singole tutte videosorvegliate, sarà flessibile, modulare e con livelli di comfort altissimi. Il nuovo ospedale consentirà di costruire percorsi più efficaci a vantaggio della qualità delle cure e renderà il nostro territorio più attrattivo, anche per i professionisti. Non dimentichiamo che l’ospedale è parte di un sistema, per questo il vantaggio di progettarne uno in era post-covid consente di mettere in atto tutto ciò che abbiamo imparato dalla pandemia e di predisporre ogni cosa in modo funzionale all’operatività e al dialogo con la medicina di base e i servizi territoriali. In sintesi, si tratterà di un vero e proprio ospedale diffuso, interconnesso con la rete di servizi e i cittadini. Sarà fatto soprattutto dalle competenze di chi ci lavora e da modelli organizzativi innovativi, in grado di superare la logica dei singoli reparti e servizi. A questo stiamo già lavorando insieme agli specialisti. Per intenderci, nell’ospedale di domani ogni medico dovrà ragionare come se avesse in carico tutti i pazienti ricoverati e non solo quelli del suo reparto».

L’aumento della popolazione anziana a Cremona è notevole. I servizi dedicati sono destinati a crescere ancora. Quali linee di indirizzo e quali criteri bisogna seguire per garantire agli utenti della terza età un’assistenza migliore?
«Secondo le stime, entro il 2030 in Italia gli anziani potrebbero rappresentare circa il 27% della popolazione e di questi gli over 80 saranno una percentuale significativa. Per rispondere al bisogno è diventato urgente uscire da un’ottica ospedalecentrica e spostare l’attenzione verso i servizi territoriali, l’assistenza domiciliare e il supporto ai famigliari. Come dicevo prima, queste sono le priorità da affrontare».

Significa creare le condizioni per curare le persone dove e quando serve.
«Le case di comunità, che stanno partendo in Lombardia, rappresentano uno dei passaggi fondamentali per dare corpo alla medicina di prossimità a favore dei più fragili».


(38 - continua)

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