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IL FUTURO DI CREMONA

Mantovani: «La rigenerazione urbana sia il motore dello sviluppo»

Le sue quattro proposte per riqualificare la città recuperando i tanti contenitori vuoti. I fronti: formazione, commercio, infanzia e terza età. «Ma è indispensabile la sinergia pubblico-privato»

Mariagrazia Teschi

Email:

mteschi@laprovinciacr.it

21 Febbraio 2022 - 05:20

Mantovani: «La rigenerazione urbana sia il motore dello  sviluppo»

Giorgio Mantovani

CREMONA - Il futuro di Cremona passa attraverso il recupero e la riqualificazione, e — condizione indispensabile — attraverso una seria progettualità di contenuti a cui destinare i «contenitori» una volta messi a nuovo. Parola di Giorgio Mantovani, geometra di lungo corso, persona dai mille interessi e molto attento alla trasformazione del volto della città. In sessant’anni Mantovani ha svolto una intensa attività di progettazione e direzione lavori nell’ambito dell’edilizia residenziale e industriale, oltre che nella particolare qualificazione degli interni.

In questo ultimo anno Cremona ha visto rigenerare e razionalizzare patrimonio edilizio esistente e aree dismesse. È una buona strada?
«Ho sempre caldeggiato la riqualificazione e il riuso del patrimonio edilizio, con particolare riferimento alle aree abbandonate e dismesse, sottraendole così al degrado, al vandalismo e al consumo scriteriato del territorio, anche facendo fronte alle necessità succedutesi nel tempo, e tenendo in debita considerazione il costante venir meno delle superfici edificabili. Il Comune di Cremona ha individuato gli immobili di qualsiasi destinazione d’uso, dismessi da almeno un anno, che sono fonte di criticità per la salute oltre che di insicurezza idraulica. Quegli immobili, oltre a presentare problemi strutturali, offrono aspetti pregiudizievoli in termini di sicurezza, d’inquinamento, degrado ambientale, in un riquadro di termini ed effetti urbanistico-edili e sociali, sia in ambito pubblico che privato».

Questo cosa determina?
«Che possono essere tanti gli immobili individuati ed inseriti negli strumenti urbanistici, ma con la difficoltà non piccola del loro riuso e di una paritetica rigenerazione. Certo diventa prioritaria l’individuazione di una nuova destinazione d’uso e nel contempo la ricerca di risorse pubbliche e private per gli interventi necessari alla loro messa a disposizione per una nuova fruibilità».

Lei cosa propone?
«Le opere di recupero dovranno avvenire attraverso progetti di intervento minuziosi, in una cornice creativa, originale, nel rispetto della sostenibilità ambientale. Progetti, insomma, adatti a richiedere incentivi e risorse, sia alla Regione che all’Europa. Ultimamente, la cosiddetta ‘rigenerazione urbana’, si è affermata anche per promuovere l’occupazione e l’imprenditoria locale. Va da sé, inoltre, che una città degna di questo nome come Cremona, attraverso un aspetto curato, dignitoso, con edifici funzionali e ben abitabili, con una manutenzione continua ed attenta, non può che ottenere un rilancio dell’immagine per sé e dell’intero territorio di riferimento, nel quadro di una sostenibilità interagita, determinata e godibile dal punto di vista culturale, economico e sociale».

Si riferisce alla sinergia pubblico-privato?
«Da qui passano la ripresa e lo sviluppo della comunità operante nella nostra realtà urbana, dell’intera Cremona, definita spesso l’ombelico della Valle Padana, così che possa mettersi al centro di una delle regioni più sviluppate d’Europa, custode di una agricoltura eccellente e distesa su di un territorio costellato da stabilimenti industriali all’avanguardia, così come da un fitto artigianato di qualità».

Come incentivare le risorse territoriali?
«Siamo tutti consapevoli di avere un’anagrafe provvista di poche pagine, e quindi non ci si può illudere di poter favorire e produrre uno sviluppo con l’apporto limitato ai soli residenti. E quindi, considerata la realtà per quella che è, ritengo sia necessaria la creazione di interventi esclusivi ed accattivanti, che possano interessare un’utenza territoriale più vasta».

Da questa visione quale panorama riesce a scorgere?
«La consapevolezza di un dato fondamentale, ossia che il recupero e il riutilizzo del patrimonio edilizio esistente, e la rivitalizzazione dei cosiddetti contenitori abbandonati, è un tutt’uno prioritario nell’attuale fase storica. Mi riferisco a quegli ambienti inutilizzati, evidenziati nelle considerazioni preliminari, che devono suscitare e ottenere la massima attenzione da parte di una città che voglia ambire a realizzare una espansione della propria specifica economia. Ed è proprio da questa stessa considerazione che propongo quattro interventi specifici, rispetto ai tanti che si potrebbero fare a Cremona, attraverso finanziamenti Regionali, Europei e da investimenti privati. Detto questo, va sicuramente da sé che si debba considerare prioritaria la prospettiva di recuperare i cosiddetti contenitori, questi comparti e brani di città, che sono abbandonati a loro stessi da anni».

Proviamo ad elencarli?
«Intanto un centro di formazione per operatori del settore agricolo, di alta valenza professionale, nei locali dell’ex Banca d’Italia, da molti anni silente in pieno centro cittadino, nel cuore della capitale dell’agricoltura italiana. Un progetto innovativo di livello internazionale perché in Italia la reputazione di cui godono le nostre imprese e i nostri territori è talmente alta da poter attirare persone da tutta Europa ed anche più».

Numero due....
«Trasformare l’ex cinema Roxi, l’attuale Tognazzi, in mercato coperto, come avviene in tutta Europa. I mercati sono uno strumento chiave di sviluppo della rigenerazione urbana, di stili di vita sostenibili, della stessa occupazione lavorativa e della vitalità imprenditoriale. Favoriscono la nascita di esercizi di ristorazione, restituendo centralità e valenza agli artigiani del gusto. Un luogo ideale per ogni momento della giornata, sera compresa».

Il numero tre guarda a bambini e ragazzi: come è strutturato?
«Come una piccola città a misura di bambino con i suoi spazi, le sue funzioni e i suoi mestieri. Il progetto va a completamento delle ex Colonie Padane ed è dedicato al gioco, alla scienza e alla tecnologia, alle quali avvicinarsi in modo divertente, in relazione agli anni dei piccoli utenti, alla loro voglia di sapere e scoprire. Penso ad esperienze legate al fiume Po, in stretto rapporto con l’ambiente, la scienza, la storia e la cultura in maniera unica e coinvolgente, focalizzata sull’obiettivo e sull’emozione di imparare attraverso il divertimento. I bambini potranno conquistare nuove conoscenze e abilità attraverso la manipolazione, tenendo conto degli errori e dei dubbi. Questa diventerebbe una occasione anche per i genitori, gli accompagnatori ed educatori, in un quadro di condivisione del piacere della scoperta e la conquista di nuove conoscenze e abilità da parte dei bambini e ragazzi».

Siamo alla quarta ed ultima proposta per la Cremona del futuro: qual è?
«La casa albergo per anziani nell’ex chiesa di San Francesco, che i cremonesi conoscono come il vecchio ospedale. Ritengo l’invecchiamento occasione per nuove opportunità e nuovi ruoli, a patto che si promuova una nuova cultura concepita col pieno recupero di una identità al pari con i tempi. La figura del ‘nuovo anziano’ è quella di una persona attiva e partecipe della società che lo circonda. Da progettista, vedrei bene poter mettere in atto modalità nuove di orientamento sociale, in un ambiente da trasformare in un centro di riferimento per una serie di servizi personalizzati, atti e tesi a soddisfare i vari bisogni dell’anziano a domicilio. A cominciare da quelli sanitari, naturalmente».

È noto il suo impegno sociale e come patron del Filo e anche quello nella divulgazione della cultura. Questo ha influenzato la creatività del suo agire?
«Certo, un nuovo centro di formazione professionale che dovessi in futuro progettare, sarebbe sicuramente pure figlio delle sollecitazioni e degli arricchimenti di cui ho goduto negli anni in questo ambiente stimolante oltre ogni dire».

C’è un messaggio che vuole lanciare?
«Che il futuro inizi da oggi».

(37 - continua)

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