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IL FUTURO DI CREMONA

Bianchi: «Il Po, i parchi, le cascine. Un piano verde per la città»

Recuperi ambientali e soluzioni green (a cominciare dall’ex Tamoil) nella visione del professore associato del Politecnico di Milano

Elisa Calamari

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15 Febbraio 2022 - 05:20

«Il Po, i parchi, le cascine Un piano verde per la città» Recuperi ambientali e soluzioni  green (a cominciare dall’ex Tamoil) nella visione di Bianchi (Politecnico)

Alessandro Bianchi

CREMONA - Alessandro Bianchi, professore associato del Politecnico di Milano (Dipartimento di Architettura e Studi Urbani) entra nel dibattito sul futuro della città avviato dal direttore del quotidiano La Provincia, Marco Bencivenga, con l’editoriale pubblicato il 16 gennaio scorso. Un dibattito ricco di visioni e di approcci differenti, al quale hanno già preso parte diversi politici, rappresentanti di categoria, sindacalisti, medici, religiosi: tutti hanno tracciato la loro idea di Cremona nel passato, presente e futuro. Soffermandosi su punti di forza e carenze. Bianchi ora fa altrettanto, dando spazio principalmente al futuro green della città, aspetto che ha affrontato anche insieme agli studenti del suo corso in Land representation: proprio loro hanno immaginato e disegnato l’ipotetica Cremona del futuro, nell’ambito della realizzazione del Piano del verde, fra recuperi ambientali e soluzioni per ridurre l’inquinamento.


Professore, partiamo dal presente: com’è Cremona?
«La città di Cremona è un importante centro produttivo di cultura, colture, manifattura e servizi, baricentrica rispetto alla Pianura Padana e area strategica del Nord Italia in quanto a connessioni e relazioni di ogni tipo, materiali e immateriali. Nel tempo, questa posizione strategica della città ha permesso un progressivo miglioramento dei fattori economici e culturali, determinato dall’operosità delle popolazioni locali ma anche dall’aver fatto tesoro dalle sofferenze inferte dagli eserciti che l’hanno occupata, austriaci, spagnoli e francesi. Questi fattori hanno condotto la città e il suo territorio al risultato che oggi è sotto gli occhi di tutti, di grande ricchezza culturale ed architettonica, paesaggistica ed ambientale, rinvenibile ante litteram nei dipinti di Giuseppe Bottani, Felice Giuseppe Vertua, Adriano Bruneri, e nella straordinaria cultura del violino che ha segnato profondamente questo territorio e lo ha reso famoso nel mondo».


Grandi potenzialità, quindi. Ma?
«Questa eredità potrebbe essere oggi difficile da ricordare, seppellita ed abbruttita dai mille problemi contemporanei, così come la storia della città e della ricchezza del suo paesaggio agrario, come Emilio Sereni ebbe a scrivere nella sua celebre storia (1961). Gli stili dell’architettura e gli edifici cittadini ne sono la prova, i pittori appena citati ci hanno lasciato una rappresentazione di una città che ha saputo domare la pianura alluvionale del Po, per sviluppare la skyline visibile alla distanza, rendendo riconoscibile le chiese e le torri da lontano, prospettive felici che accoglievano i viaggiatori. Oggi questo paesaggio rurale o abbandonato della provincia di Cremona è purtroppo divenuto, da risorsa, una sorta di grattacapo».

Cosa intende?
«Penso all’inquinamento. Anche se il passato industriale è stato ridimensionato negli ultimi decenni con il controllo delle emissioni di carbonio, c’è ancora inquinamento proveniente da particolari aree industriali e autostrade ad alto traffico. Ciò nonostante, i danni provocati sul territorio sono ormai consolidati, come si evince ormai da tutte le statistiche pubblicate. Allora non è più sufficiente bloccare o diminuire le emissioni, occorre assorbire gli inquinanti in circolazione, sottoterra e nell’aria».

La domanda a questo punto è: come può un piano del verde contribuire a queste riduzioni mantenendo strategica la dimensione della bellezza nella rigenerazione del paesaggio?
«Non è sufficiente una gestione scientifica e manageriale dei problemi, occorre restituire alla memoria dei cittadini la bellezza della Cremona di una volta, restaurando gli scenari dei pittori che hanno immortalato il tipico skyline di Cremona, anche quello novecentesco. Occorre un piano strategico che connetta le diverse aree critiche della città e del territorio, creando un circuito di ‘aria pulita’, ‘terra pulita’ e ‘punti di vista’ improntati al ripristino della bellezza, allo scopo di fruire interamente del territorio, e non solo di parti di esso come, per esempio, il centro storico».

A quali strategie concrete pensa?
«Una possibile strategia potrebbe passare per due punti. Il primo riguarda un sistema connettivo a Sud della città, che ingeneri un modo diverso di legare la città consolidata con l’area industriale e l’ex-raffineria Tamoil (a Sud-Ovest), i parchi lineari lungo il Po (a Sud), e le aree agricole con il sistema delle cascine (a Sud-Est) utilizzando percorsi esistenti o antichi tracciati abbandonati rinvenibili dalle carte storiche, costeggiando i campi agricoli.

Tali nuovi corridoi ecologici ravviverebbero anche le aree verdi degradate o in disuso e dovrebbero determinare una rigenerazione delle interferenze prospettiche con i canali d’irrigazione, migliorando la qualità dei nodi.
Il secondo punto riguarda la rigenerazione in chiave naturale della ex-raffineria Tamoil, che deve divenire una sorta di porta d’ingresso verso la bonifica e la rigenerazione delle aree inquinate industriali. Può essere trasformata in un parco tecnologico, per la generazione di energia elettrica attraverso fonti rinnovabili e contemporaneamente divenire polo di cattura dei gas inquinanti. Ad esempio, mantenendo la memoria delle cisterne: esse possono essere trasformate in elementi filtranti che assorbono il particolato, il biossido di azoto, l’ozono troposferico. E poi vegetazione rampicante sulle cisterne o di nuova piantumazione, per assorbire l’anidride carbonica».

L’ex Tamoil potrebbe ospitare anche altro?
«Sì, penso ad attività commerciali come ristoranti o servizi al turismo per riattivare anche le attività lavorative di presidio delle aree, nonché incentivare l’insediamento di laboratori di ricerca su agricoltura biologica a tecnologie sperimentali in collegamento con l’Università Cattolica che ospita a Cremona corsi di Scienze agrarie, alimentari e ambientali».

Parlando di Piano del verde, però, non si può non pensare agli aspetti più burocratici e normativi. Cosa ne pensa?
«Il piano del verde da un punto di vista amministrativo, di tecnica urbanistica, è principalmente un articolato di norme, che devono essere riscritte e rinnestate nella strumentazione territoriale vigente (comunale, provinciale e regionale) in vigore.
Ma queste regole devono avere una prospettiva progettuale, non semplicemente di controllo, devono aprire degli orizzonti verso un futuro migliore, in cui l’esercizio della fantasia non è messo al bando ma diventa strumento di trasformazione della città e del paesaggio, a beneficio di tutti».

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