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IL FUTURO DI CREMONA

Mattioli: «Imparare a fare comunità e condividere nuovi saperi»

Community manager e licenzatario di TedX, ipotizza le strategie da adottare per una vera ripresa: «Dobbiamo cambiare prospettiva d’azione e vederci legati gli uni agli altri in un sistema di interdipendenze»

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

14 Febbraio 2022 - 05:20

Mattioli: «Imparare a fare comunità  e condividere nuovi saperi»

Andrea Mattioli

CREMONA - Fare comunità, costruire relazioni, frequentare un pensiero condiviso e praticare piccole e grandi azioni che possano cambiare dal basso abitudini, comportamenti e fare futuro. Non solo parole, ma la certezza che cambiare si può anima l’azione e gli incontri promossi da TedX Cremona. A spiegare come immaginare il futuro della comunità cremonese è Andrea Mattioli, People&Culture Manager - Community Manager - Formatore e licenziatario di TedX per Cremona.

In che modo le azioni promosse da TedX possono contribuire a disegnare Cremona del futuro?
«Non c’è una ricetta, almeno noi come TedX non l’abbiamo. C’è comunque una volontà che è quella di lavorare per costruire comunità, una comunità che sia permeabile, ovvero sappia accogliere anche da fuori idee e capitali e non si limiti a esportare solo le proprie eccellenze».

Sembra di capire che non basti pensare a un ecosistema in cui, solo per fare esempi ricorrenti, violini, musica e agroalimentare non possono bastare?
«Non so se questi elementi bastino o meno; si tratta di fare in modo che ciò che ci rende esclusivi diventi motivo di attrazione, meglio se permanente, e di qualità quasi inimitabile ma anche di scambio e di crescita condivisa in un’interconnessione che da locale possa diventare globale».

E tutto ciò come si realizza?
«Credo stiano arrivando in città opportunità offerte da università e centri di alta formazione. Il potenziamento delle realtà accademiche possono e devono attrarre studenti, ma ciò che è importante è che tutto questo non si esaurisca a un fatto numerico legato al numero di iscritti. Bisognerà poi, fra l’altro, avere strutture adeguate per accogliere giovani e far vivere bene la città offrendo servizi, ma anche svago e cultura. Questo è solo un aspetto che andrà potenziato».

Quale altro aspetto rimane sotto-traccia?
«La nascita di nuovi centri di formazione permette non solo di attrarre studenti che arrivano da ogni dove, ma di attrarre nuove conoscenze che possano trovare radicamento a Cremona, proprio grazie ad un humus relazionale inclusivo, capace di accogliere novità e svilupparle in uno spazio a portata di essere umano; dobbiamo aprirci al sapere ».

Un aspetto non facilissimo per una comunità come la nostra che spesso appare chiusa e refrattaria alle novità.
«Credo che le azioni che TedX mette in campo e il nostro impegno possano indurre altri ad aggregarsi per fare comunità, magari partendo proprio dalla scuola, dai ragazzi e dalla loro naturale propensione a mettersi in gioco e a relazionarsi in maniera spontanea e aperta».

Tutto ciò concretamente come accade?
«Con tanti piccoli passi e azioni e con un po’ di determinazione e coraggio. Ad aprile, salvo sorprese, organizzeremo un laboratorio al Torriani con ospite Lilian Thuram con cui gli studenti elaboreranno la loro narrazione su quello che l’ex calciatore, e ora scrittore, definisce pensiero bianco e su come questo ha condizionato l’approccio alle altre culture. Passando ad un altro progetto in cantiere, incentrato sull’agroalimentare del nostro territorio, proporremo un incontro dedicato a cibo e cultura per offrire ‘un pungolo gentile’ verso la consapevolezza del cibo che mangiamo e dando evidenza alla cultura che sta dietro ogni cibo e alla tradizione gastronomica di qualità. Tra fine settembre e inizio ottobre torneremo al Ponchielli con nuovi personaggi e ospiti, sperando riescano a suscitare interesse per molti di noi, alzando sempre un po’ l’asticella rispetto al primo anno. In quell’occasione vorremmo parlare di relazioni non solo tra essere umani ma anche tra altri sistemi che abitiamo quotidianamente».

Dopo aver affrontato il tema delle connessioni al vostro debutto al Ponchielli, ora tocca alle relazioni?
«I due anni di pandemia hanno o stanno rischiando di trasformare le relazioni in connessioni, rendendoci connessi come lo sono i computer in rete, ma senza valorizzare i sentimenti. Essere connessi non significa essere in relazione, o almeno non sempre. Le relazioni quando sono veramente tali devono avere la capacità di scatenare energie, emozioni e di portarci a cambiamenti nella vita reale».

Un processo comunque lungo...
«Ma non abbiamo via di scampo, dobbiamo agire in questa direzione, dirò di più: frequentando la gentilezza e il rispetto possiamo alimentare buone pratiche che partono dal basso, dai quartieri, dalle scuole, dalle famiglie. Le piccole azioni possono aiutare a fare trasformazioni. Questo è tanto più possibile in una città piccola come la nostra, in cui la possibilità di venire a conoscenza di buone pratiche può essere da stimolo ad altri. Su questo dobbiamo lavorare, altrimenti rischiamo un nuovo ‘Medioevo’, mi viene da pensare. Ciò che condividiamo diventa parte di noi, ciò che viene calato solo dall’alto rischia spesso di avere il sapore dell’imposizione e necessita di controllo. Oggi credo non sia più tempo di ordini solo dall’alto, ma sono convinto che a premiare sia l’ascolto attivo e partecipato. Siamo alle prese con una complessità dei fenomeni sociali e la deriva di certi atteggiamenti non può essere affrontata in maniera semplice senza capirne il contesto e gli impatti più in generale. Dobbiamo cambiare la prospettiva d’azione e vederci legati gli uni agli altri con un sistema di interdipendenze».

E tutto questo tornando alla nostra realtà cremonese e al suo possibile e auspicabile sviluppo?
«Serve forse capire che gli aspetti che ci caratterizzano, come la musica e l’agroalimentare debbano intrecciarsi, vivere di interconnessioni, essere motivo di export per la città, ma anche motivo di forte richiamo da fuori. A Cremona il sistema musica, il sistema agroalimentare hanno radici forti ma potrebbero non bastare nel lungo periodo in un mercato a volte non etico. Il locale e il globale possono e sempre più devono coesistere e collaborare. Questo vuol dire che piccole comunità possono mettersi in rete, sostenersi e lavorare per valorizzare, nella diversità e nelle differenze, le proprie peculiarità».

Ciò che bisogna perseguire sembra, dunque, un cambio di sistema?
«Ce lo impongono, ad esempio, il cambiamento climatico, ce lo impone il rischio, che è certezza, di nuove migrazioni di massa anche in Europa. Viviamo in un sistema complesso, in una continua connessione. Sarebbe bello che quanto la comunità scientifica ha fatto per la pandemia, mettere insieme competenze e saperi per trovare vaccini contro il Covid a livello mondiale, diventi un atteggiamento diffuso per incoraggiare le comunità a connettersi per un bene comune e non solo legato al profitto. Gli scenari che ci attendono chiedono atti di responsabilità collettivi».

A cosa si riferisce?
«Penso anche che una città come la nostra possa avere un alto impatto dall’invecchiamento della popolazione. È importante che la popolazione attiva, in età lavorativa, si faccia carico di una responsabilità collettiva e non individualista, aggregando generazioni e trovando nuovi modi di creare un clima di sicurezza psicologica condivisa. Questo cambio di mentalità dovrebbe essere facilitato in piccole realtà, come la nostra Cremona, in cui le relazioni possono crearsi con maggiore facilità e tra generazioni a stretto contatto».

Nell’idea di Andrea Mattioli Cremona può diventare realmente un laboratorio di futuro, un futuro che si costruisce tutti insieme.

(30 - continua)

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