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IL FUTURO DI CREMONA

Piloni: «Uniti e più ambiziosi. Solo così cresceremo»

L’analisi e l’appello del consigliere regionale del Partito Democratico: «Liberiamoci della sindrome di Calimero e impariamo a ragionare da territorio»

La Provincia Redazione

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13 Febbraio 2022 - 05:10

Piloni: «Uniti e più ambiziosi. Solo così  cresceremo»

Matteo Piloni, consigliere regionale Pd

CREMINA - Quale futuro per Cremona? Entrando nel dibattito aperto sul quotidiano La Provincia, alla domanda risponde questa volta Matteo Piloni, consigliere comunale del Partito Democratico. E lo fa ponendo, in apertura, un altro interrogativo: «Parliamo della città o di tutta la provincia? Perché ho spesso l’impressione che quando si parli di Cremona ci si fermi sempre e solo tra le porte del capoluogo. E io invece credo che se vogliamo crescere ed essere competitivi lo dobbiamo fare come territorio, con tutte le sue complessità e differenze».

Non è semplice...
«Lo so ma se non siamo in grado di avere una visione d’insieme è un grosso limite. Che va affrontato e superato una volta per tutte. E lo dico riferendomi a tutta la classe dirigente diffusa della nostra provincia. Fatta questa premessa, gli scenari di sviluppo sono molteplici».

Indichi le priorità allora.
«Due: punterei ricerca e agroalimentare, con attenzione particolare alla realizzazione di distretti del cibo che coinvolgano imprese, Comuni e associazioni per lo sviluppo di una forte filiera agroalimentare anche come motore di attrattività turistica».

Poi?
«Il post Covid deve puntare al benessere e alla salute, sapendo coniugare cura della persona ed economia. Poi guarderei all’energia, con l’atteggiamento di chi vuole essere ambizioso. La nostra Regione è la più inquinata d’Europa e il nostro territorio ne è pienamente coinvolto. Non solo transizione energetica, ma la capacità di autodeterminarsi puntando a diventare il primo territorio ad emissioni zero».

Le ricchezze da valorizzare?
«Noi siamo un territorio piccolo ma che ha molto. Credo che la nostra forza stia qui. Non bisogna forzare la mano su ciò che non abbiamo, ma valorizzare ciò che abbiamo. Partendo dalla capacità di tutelare e valorizzare il nostro paesaggio, la nostra cultura e le nostre tradizioni. E sapendo innovare».

E i rischi da evitare?
«Due: isolamento e desertificazione. La maggior parte dei nostri Comuni ha meno di tre mila abitanti. La nostra provincia in vent’anni ha visto un drastico calo delle nascite, con il conseguente invecchiamento della popolazione. Abbiamo Comuni dove non si registrano nascite. Dobbiamo invertire la tendenza rispondendo ad una domanda: come ci immaginiamo tra 10 anni?».

Lei come ci immagina?
«Io credo che Cremona abbia e stia investendo molto su ricerca e formazione. Mi sembrano due strade che daranno i lori frutti. Ma penso sia necessario stringere maggiori e più forti relazioni con tutto il territorio e con altre province. Cremona, così come Crema e Casalmaggiore, sono realtà più grandi e maggiormente strutturate rispetto ai Comuni più piccoli, e per questo possono dare una mano concreta in ottica di pianificazione territoriale sovracomunale. È il momento di pensare ad una pianificazione di area vasta. E l’urbanistica, che prima ancora che tecnica è politica, può dare un grande contributo, puntando a consolidare e rafforzare il rapporto tra pubblico e privato».

Il nodo?
«Prima di tutto va risolto il gap infrastrutturale per collegarci meglio da e verso Milano (sia su ferro che su gomma), puntare sulla formazione professionale e sul coworking (tra 10 anni ci saranno lavori che oggi nemmeno immaginiamo) e dare risposte ai giovani per quanto riguarda la casa e la conciliazione dei tempi lavoro e famiglia. Mettere in campo politiche attive per chi perde il lavoro dopo i 50 anni e rafforzare le politiche per gli anziani e i più fragili. E tra tutte queste necessità, puntare sulla pianificazione sovra comunale, anche in ottica di rigenerazione. Non comunale, ma territoriale. Ha senso avere un pgt sotto ogni campanile? È come avere il freno a mano tirato. Dobbiamo disegnare adesso il territorio del futuro. Solo cosi affrontiamo il rischio del calo demografico e diamo risposte all’ambiente e al lavoro. Perché non pensare ad un’unica area industriale per la nostra provincia, ad esempio, veramente connessa con l’intermobilità? Il Cise, immaginato vent’anni fa insieme al polo di Tencara, andava in quella direzione. La Regione non ci ha mai creduto e questo è stato un errore che paghiamo. Ora mi auguro che con la possibilità di identificare una zona logistica speciale per Cremona si riesca, seppur in parte, a recuperare».

Con il Covid si è capito come lo smart working possa diventare una concreta modalità lavorativa. Cremona è pronta?
«Allora: territori come la provincia di Cremona, costituita da numerosissime realtà che corrono il rischio di venir tagliate fuori dal processo di modernizzazione del paese, proprio tramite lo smart working possono invece creare i presupposti per una rinascita attraverso la creazione dei villaggi smart. Il motore propulsivo di queste realtà sono le comunità di persone che sono già presenti purchè supportate dalla digitalizzazione. Ed anche in questo caso il collante si chiama cooperazione. Cooperazione tra abitanti e amministrazioni locali e tra amministrazioni locali e amministrazioni regionali. Tutti dovrebbero devono comprendere che il livello di azione non può assolutamente limitarsi all’interno dei propri ristretti confini, ma deve coinvolgere realtà limitrofe e similari, dando vita a diverse forme di collaborazione. I villaggi smart dovrebbero avere la capacità di adottare una visione innovativa che trasformi le difficoltà e alcuni limiti geografici in opportunità, accogliendo soluzioni digitali e reciproca solidarietà. In molte parti d’Europa questo processo è già avviato e molte realtà, anche molto piccole, sono riuscite ad interrompere il processo di spopolamento e superare il problema legato alla carenza di servizi. Posare 100 chilometri di fibra ottica costa inifinitamente meno che costruire di 1 chilometro di ferrovia. Il lavoro da remoto ci ha consentito di vedere un cambiamento possibile, necessario e concretamente realizzabile. Sta a noi saperlo realizzare».

Nello scenario che ha appena descritto, cosa può fare la Regione?
«Molto. Spesso mi capita di dire che la macchina regionale è una super potenza, fatta da professionisti e ricca di competenze. Ma chi la guida tiene il freno a mano tirato. Invece la Regione dovrebbe essere al fianco dei territori, supportarli e valorizzarli, puntando su una programmazione almeno quinquennale».

Non è così?
«No, non c’è nemmeno l’ombra di una programmazione. Eppure oggi, con la quantità di risorse economiche che stanno arrivando e arriveranno, la programmazione è indispensabile. Ad esempio: il cremasco deve puntare sul collegamento veloce verso Milano, tra cui il prolungamento della M3. Partita su cui la Regione è totalmente assente. Cremona su formazione e Università. E anche qui la Regione non è protagonista. E il Casalasco, che soffre più di tutti in termini demografici, deve rientrare tra le strategie per le aree interne, puntando su sviluppo e sostenibilità, ma che la Regione ha escluso. Bisogna essere onesti: quanto fatto fino ad oggi non è sufficiente. Sui traporti siamo all’anno zero, così come sulle tematiche ambientali non viene fatto granché. Sul Po, risorsa ambientale straordinaria, la Regione è totalmente assente. Così come sui servizi ecosistemici, che farebbero un gran bene a territori come il nostro. Ma Regione Lombardia è milanocentrica. Ecco: io partirei da qui. Io penso ad una Regione al fianco dei territori e delle imprese, costantemente. Dalla pianificazione e valorizzazione ambientale alla formazione professionale, dal sostegno alle imprese a politiche su misura per i più fragili. Una Regione che non tenga fermi i territori, ma li riconosca e supporti nelle loro differenze e opportunità».

Tra un anno si vota...
«Si ma non credo che in un anno si potrà fare quanto non fatto per decenni. L’unica soluzione è cambiare rotta cambiando chi da 27 anni la guida, e che ha ottenuto l’unico risultato di averci rallentato».

Il suo obiettivo?
«Immagino una provincia più unita e più consapevole. Più capace di condividere gli obiettivi e il percorso per raggiungerli. Più attenta alle politiche ambientali e ai giovani. È responsabilità di tutti. A volte ho l’impressione, e forse è più che un impressione, che ci siamo abituati a parlare degli stessi problemi, che vanno affrontati, ma che non possono limitarci nel discutere di prospettive. Dobbiamo liberarci dalla sindrome di Calimero e diventare più ambiziosi. Uniti e ambiziosi».
(29 - continua)

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Commenti all'articolo

  • cirio2

    13 Febbraio 2022 - 09:58

    Ovvietà , meglio buttare soldi colorando i marciapiedi di rosso per pseudo ciclabili e fare la città una discarica grazie alla raccolta puntale dando pure incarichi ai soliti amici, scordate che Cremona quasi da sempre e in mano alla sinistra e partirò di Piloni.

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  • iemmecr

    13 Febbraio 2022 - 09:53

    Se la Regione è Milanocentrica dica il consigliere come individualre e organizzare lo strumento o cabina di regia che riesca a collegare Cremona e Crema fra loro e con il resto del territorio per trasformare le belle parole in azioni. La politica chiaccherata non porta da nessuna parte.

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  • nicola.nolli

    13 Febbraio 2022 - 08:08

    Non voglio buttarla in politica, ma sono le forze di sinistra, pd in testa, che hanno ridotto Cremona uno straccio. Ha fatto comodo isolarla e ha fatto piacere anche alla maggior parte dei Cremonesi considerato che li hanno sempre votati, questo è l’uguale.

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