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IL FUTURO DI CREMONA

Marsella: «L’assistenza casa per casa. Noi un riferimento sociale»

Il presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche, analizza il fronte sanitario. Il ruolo dell’infermiere di famiglia per garantire risposte adeguate ai cittadini: ecco cosa cambierà

Lucilla Granata

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redazione@laprovinciacr.it

12 Febbraio 2022 - 05:20

Marsella

CREMONA - La sfida lanciata dal direttore del quotidiano La Provincia, Marco Bencivenga, continua a stimolare gli attori del territorio a disegnare la Cremona del futuro. È il turno di Enrico Marsella, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche. «Innanzitutto voglio ringraziare il direttore de La Provincia, Marco Bencivenga, per l’idea di dare voce ai cittadini e in special modo ai professionisti. Sicuramente un’iniziativa molto importante che può dare spunti interessanti a chi è chiamato a progettare e a governare lo sviluppo di una città che, a mio avviso, ha grandi potenzialità. I professionisti che rappresento, gli infermieri, in questi due anni di pandemia sono stati posti sotto i riflettori dell’opinione pubblica. Questo ha consentito ai cittadini di conoscere meglio questa figura e di apprezzarne le peculiarità, la preparazione, la competenza. Il riconoscimento sociale è molto importante e il cittadino ha diritto a ricevere un servizio da professionisti abilitati a erogare determinate prestazioni operando sulla salute delle persone. A Cremona e provincia siamo 2.860, impiegati in gran parte negli ospedali, ma anche nelle strutture e nei servizi territoriali mentre sono circa 200 i liberi professionisti».

Quali scenari si prospettano per i prossimi anni?
«La mia è un’analisi socio sanitaria. Dal punto di vista epidemiologico e demografico, Cremona, come del resto l’Italia intera, è destinata a una popolazione sempre più anziana e sempre più affetta da patologie croniche. Oggi sono circa 22 milioni le persone con cronicità in Italia: 8,8 milioni con almeno una patologia cronica grave e 12,7 con due o più malattie croniche in tutte le fasi della vita. Il fenomeno si acuisce soprattutto nei Comuni sotto i 2.000 abitanti e nelle aree interne dove troviamo la quota più elevata di cronici: quasi il 45%. E le prospettive non sono migliori: nel 2028 in Italia il numero di cronici salirà a 25 milioni e i multi-cronici a 14 milioni».

In questo scenario si inserisce il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
«La pandemia ci ha fatto capire che occorre ripensare il Servizio Sanitario, per questo il Pnrr punta su un’assistenza territoriale sanitaria, ma anche sociale e, soprattutto, di prossimità. Gli sviluppi dovranno essere tangibili già nel 2022 con il cosiddetto Dm 71 che prevede fra le altre cose, le Case della Comunità».

In concreto, quali cambiamenti per Cremona?
«Cremona avrà un nuovo ospedale efficiente e tecnologico che diventerà un modello per l’Italia intera, ma non dobbiamo dimenticare che il futuro richiederà sempre più un’assistenza di prossimità, extraospedaliera, sviluppata sul territorio».

E proprio in quest’ottica sono pensate le Case della Comunità.
Il Pnrr ne prevede una ogni 50.000 abitanti. La Casa della Comunità diventerà lo strumento attraverso cui coordinare tutti i servizi offerti sul territorio, in particolare ai malati cronici. In queste strutture i cittadini potranno trovare tutti i servizi sanitari di base, i Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera che lavoreranno in équipe e in collaborazione con gli infermieri di famiglia. Ancora gli specialisti ambulatoriali e gli altri professionisti sanitari quali logopedisti, fisioterapisti, dietologi, tecnici della riabilitazione e gli assistenti sociali che rafforzeranno il ruolo dei servizi sociali territoriali integrandosi con la componente sanitaria assistenziale. La figura chiave nella Casa della Comunità tuttavia sarà l’infermiere di famiglia».

La Cremona del futuro avrà quindi un professionista in più sul territorio?
«Certamente, l’infermiere di Famiglia e di Comunità. Per la Cremona di domani mi piace immaginare lo sviluppo di una rete extraospedaliera dell’assistenza sociosanitaria, che consenta la vicinanza alle persone partendo dalla ‘casa come primo luogo di cura’ e l’infermiere di famiglia può veramente giocare un ruolo importante in tutto questo, anche perché ce lo chiede il cittadino stesso. Da un’indagine recente condotta da CittadinanzAttiva i cittadini chiedono soluzioni sul territorio che promuovano la figura dell’infermiere nella realtà quotidiana della persona. Il 78,6% vorrebbe poter disporre di un infermiere di famiglia/comunità, strutturato proprio come il Medico di Medicina Generale. Un infermiere di famiglia e di comunità che si prenda in carico un certo numero di persone (e quindi nuclei familiari) di un determinato territorio. L’Agenas specifica che ogni infermiere di famiglia dovrebbe avere in carico all’incirca 2500 abitanti».

Può descrivere meglio la figura dell’infermiere di famiglia e il suo possibile ruolo nella società del futuro?
«È una figura innovativa. Un professionista che consentirà di potenziare il controllo che le persone hanno sulla loro salute. È una figura di riferimento per tutta la popolazione, ad esempio per i soggetti anziani, per i pazienti cronici, per gli istituti scolastici ed educativi che seguono bambini e adolescenti, per le strutture residenziali non autosufficienti, con particolare attenzione alle fragilità. Lavora in modo proattivo, ovvero non aspetta solo le prescrizioni, ma intercetta autonomamente i suoi assistiti di cui conosce le problematiche di salute».

L’obiettivo?
«La finalizzazione dell’azione fondamentale degli Infermieri di Famiglia e di Comunità mira al potenziamento e allo sviluppo della rete sociosanitaria con un'azione che si sviluppa dentro le comunità e con le comunità. L’Infermiere di Famiglia fa una valutazione dei bisogni di salute; prevenzione primaria, secondaria e terziaria; conosce i fattori di rischio prevalenti nel territorio di riferimento, la relazione d’aiuto e l’educazione terapeutica; stende piani assistenziali infermieristici, individua quesiti di ricerca infermieristica».

Orienta anche il cittadino ai servizi?
«Fa una valutazione, dà indicazioni e fa prescrizioni dei presidi necessari. Monitora l’aderenza terapeutica, l’empowerment e valuta i sistemi di tele monitoraggio (la telemedicina è un altro versante su cui si punterà molto nel futuro del sistema sanitario). È lui che attiva consulenze infermieristiche, si occupa della formazione dei caregiver e delle persone di riferimento. Soprattutto collabora a strategie assistenziali di continuità ospedale territorio. Per realizzare in modo completo il progetto, è necessario tuttavia che questo professionista venga inserito nel sistema in modo corretto, è un’occasione questa che non va sprecata se si vogliono dare al cittadino risposte efficaci e appropriate ai suoi bisogni di salute».

Perché? Potrebbe essere interpretato in modo diverso?
«La Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche spiega che l’Infermiere di Famiglia non è l’infermiere di studio del medico. E non è nemmeno l’infermiere che garantisce solo prestazioni, esempio in Adi, ma collabora con tutti e può erogare prestazioni correlate alle sue specifiche competenze clinico assistenziali. Al contrario di altre professioni sanitarie, l’infermiere di famiglia e comunità (e in generale l’infermiere) non è una figura tecnica perché il suo intervento non si esaurisce con la prestazione erogata a fronte di un bisogno, ma agisce in modo preventivo, proattivo e partecipativo rispetto al paziente e anche alla sua famiglia perché questi siano in grado di comprendere la loro situazione e di affrontarla secondo i parametri necessari all’assistenza e alla tutela della salute, ma anche da punto di vista sociale e di integrazione per una qualità di vita migliore».

È la risposta concreta ai bisogni del futuro?
«Come Ordine siamo costantemente impegnati nel presidiare l’implementazione di questa importante figura, che riteniamo la miglior risposta ai futuri bisogni di assistenza della popolazione cremonese».

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