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L'INTERVISTA

Govoni protagonista alla Festa del Torrone: «Grazie Cremona»

Il Ceo di Still I Rise, organizzazione umanitaria che tutela i diritti dei bimbi in sei Paesi sarà premiato domani con il Torrone d’oro. «Sono partito da qui e mi risento a casa»

Nicola Arrigoni

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

19 Novembre 2021 - 05:30

Govoni protagonista alle Festa del Torrone: «Grazie Cremona»

CREMONA - Mancava da due anni, è stato volontario nel mondo al fianco dei bambini, è tornato nella sua Cremona. «E mi fa un certo effetto essere qui, riabitare la mia casa, la mia stanza, vedere dalla finestra la facciata di Sant’Ilario».

È un fiume in piena, Nicolò Govoni, al quale non è mai mancata la voglia di raccontarsi e di comunicare i suoi sogni e la sua capacità di realizzarsi. Una missione del cuore che si chiama Still I Rise e che si concretizza in scuole d’emergenza per profughi in cui è possibile ottenere il baccalaureato internazionale. 

Mi intimoriscono nomi così importanti e non posso che essere onorato di questo riconoscimento. E poi la consegna del Torrone d’Oro è senza dubbio un buon pretesto per ritornare a casa

CHI E' NICOLO' GOVONI. Classe 1993, attivista dei diritti umani, Nicolò riceverà domani il Torrone d’oro, il riconoscimento che la festa organizzata da SGP Eventi in collaborazione con il Comune e Camera di Commercio, assegna a chi porta e onora il nome di Cremona fuori dai confini locali. E Nicolò è in buona compagnia: lo hanno preceduto Carla Fracci, Ugo Tognazzi, alla memoria, ma anche Gianluca Vialli, Dario Cantarelli, il rapper Frankie Hi-nrg, la scrittrice Rosa Ventrella, il giornalista Beppe Severgnini, il regista Marco Tullio Giordana con Cristiana Mainardi, solo per citarne alcuni.

«Mi intimoriscono nomi così importanti e non posso che essere onorato di questo riconoscimento. E poi la consegna del Torrone d’Oro è senza dubbio un buon pretesto per ritornare a casa. E mi onora vedere che la città da cui sono partito con un po’ di amarezza - quale adolescente non vuole fuggire dal luogo in cui è nato? – riconosce quanto sto facendo».

Per fare il verso al suo ultimo libro, Fortuna, pubblicato da Rizzoli, si considera un ragazzo fortunato?
«Credo che tutti noi che siamo nati in Occidente e in Europa possiamo considerarci ragazzi fortunati rispetto a chi è nato in altre zone del mondo meno sviluppate e in cui il benessere è ancora un miraggio, così come i diritti democratici e umani».

E il suo romanzo parte proprio da qui...
«Fortuna è un libro che ha avuto una gestazione di due anni e in cui ho messo non solo tutto me stesso, ma tutto quanto stiamo facendo con Still I Rise. Come per tutti, questi sono stati due anni difficili, caratterizzati dalla pandemia, ma noi di Still I Rise non ci siamo arresi e abbiamo realizzato l’apertura di nuove scuole, mantenuto attive quelle in essere. In questo contesto mi hanno sostenuto il piacere della scrittura e la consapevolezza che nascere in Occidente è una fortuna».

Acquisita questa consapevolezza, cosa accade in Fortuna?
«Ho immaginato che l’Europa a cui tutti i popoli del Mediterraneo, e non solo del Mediterraneo, guardano e tendono, fosse distrutta e annientata da una pandemia. Ecco: Fortuna racconta di noi europei costretti a fuggire dal nostro continente in cerca di una nuova vita nei Paesi che oggi sono quelli da cui arrivano i migranti».

Ma Fortuna è anche altro.
«Sì, Fortuna è il nome del portale social che regola il campo profughi da cui arrivano gli europei in fuga dalla miseria. Fondi e aiuti vengono eroganti in base alla performance online che si riesce a ottenere con like e interazioni, dalla realtà virtuale dipende quella reale. Il romanzo mette in atto una esasperazione della realtà e al tempo stesso un suo capovolgimento».

Come dire che ci ha messo dentro tutto quello che sta vivendo nell’esperienza di Still I Rise?
«Diciamo che la cornice fiction è solo una cornice. Ciò che racconto, dal viaggio dei migranti alla realtà dei campi profughi, la miseria e i drammi dei bambini, sono frutto di un’esperienza diretta iniziata nel 2018 nell’isola di Samos quando ho cominciato ad occuparmi di bimbi profughi dell’Hospot».

Romanzo a parte, la pandemia non ha interrotto le attività di Still I Rise.
«È stata dura e tutt’ora è dura. Abbiamo proseguito sul nostro doppio canale. Da un lato lavorare per accogliere i bimbi profughi e offrire loro un futuro, dall’altro operare con la nostra equipe di avvocati per le battaglie sui diritti umani, è il caso dell’approdo alla Corte Europea di Giustizia del caso dell’hotspot di Samos, ma anche della mostra fotografica Attraverso i nostri occhi, ospitata presso la Camera dei Deputati. Non possiamo abbassare la guardia».

Perché questa doppia prospettiva di azione e comunicazione?
«Perché il dramma della migrazione globale è difficile da vedere. Il fenomeno migranti interessa 82 milioni di persone, una nazione che si muove in cerca di una nuova vita. Sono 400 mila i bambini che vivono in situazioni di guerre. Il rischio è che tutto questo rimanga una cifra, noi cerchiamo di dare volto e storie a queste cifre. In questa direzione va anche il capovolgimento di realtà che ho messo in atto in Fortuna. Gli stessi protagonisti del romanzo sono persone assolutamente reali: i due bambini, per fare un esempio, sono stati due miei studenti».

Il 2020 e il 2021 hanno visto Still I Rise ampliare il proprio numero di scuole, non da ultima quella aperta in Kenya e il progetto del Congo e poi l’annuncio della Colombia. Non vi fermate…
«Se possibile no. Le nostre scuole di Samos e in Siria sono scuole di emergenza, mentre quelle aperte in Turchia e Kenya vogliono rappresentare un’occasione di sviluppo per i ragazzi del paese in cui operiamo. Stiamo operando per aprire una scuola anche in Repubblica Democratica Congo, un paese immenso».

Pur nella differenziazione della mission delle scuole, qual è l’idea comune che lega le diverse istituzioni?
«Che la scuola sia casa. Nelle nostre scuole i bambini entrano la mattina e ritornano a casa la sera, sono luoghi di vita e di esperienza in primis, spazi di relazioni fra pari e con gli adulti. Entrano bambini ed escono adulti, ragazzi maggiorenni. Se le scuole in Grecia e in Siria sono avamposti per dare ai bambini sostegni anche di prima necessità, quelle in Kenya e Turchia sono luoghi in cui l’obiettivo è offrire un’istruzione che sia spendibile in tutto il mondo, dare loro la formazione che hanno le classi dirigenti, diciamo formare la classe dirigente del futuro partendo da chi è meno fortunato. Per questo, per noi è stato importante ottenere il Baccalaureato Internazionale. Per fare un esempio chiaro: l’attuale presidente del Kenya ha alle sue spalle un baccalaureato internazionale. Certo la pandemia non ci ha aiutato. La scuola in Turchia a causa del Covid è ancora chiusa e speriamo di poterla aprire nel primo trimestre del 2022».

All’orizzonte ci sono due nuove scuole, una in Congo e l’altra in Colombia?
«Ci stiamo lavorando. Giovanni Volpe, anche lui cremonese, è partito per il Congo proprio per seguire la partita. La scuola in Congo dovrebbe nascere come scuola di emergenza, ma la natura estesa del paese africano e la sua complessità sociale ci fanno pensare a un prossimo futuro in cui le due mission: emergenza e istruzione possano, proprio in Congo, andare di pari passo».

C’è poi in prospettiva una scuola anche in Italia: perché?
«Perché l’emergenza scuola in Italia c’è, se pensiamo che uno studente su sette non arriva al diploma. Siamo i primi per dispersione nell’Unione Europea. Un quindicenne su quattro non riesce a comprendere un testo di basica complessità. Siamo 11 punti sotto la media dei Paesi OCSE per quanto riguarda le competenze matematico/linguistiche. Il livello di soddisfazione per insegnanti, alunni e genitori è al di sotto del 50% e siamo i terzultimi in Europa Save the Children. Ma abbiamo anche qualche primato. Proprio così, gli studenti italiani si classificano primi tra i più ansiosi al mondo. Siamo al vertice della classifica OCSE per stress sui banchi di scuola. L’Italia è 121ª nel mondo, ha riferito IlSole 24 Ore».

Qual è l’apporto delle scuole Still I Rise?
«È un progetto da costruire insieme, ci piacerebbe lavorare insieme al Ministero. Le nostre scuole sono luoghi di formazione, formiamo ad apprendere, i professori non valutano su ciò che si sa, ma sono dei facilitatori di apprendimento, lavorano con gli studenti e sono al loro fianco. Professori così si incontrano una volta nella vita… se sei fortunato. Noi cerchiamo di fare in modo che ciò che nelle scuole istituzionali è un’eccezione da noi possa diventare la norma. La normalità per tutti».

E lei ha incontrato un professore così?
«Sì, sono stato davvero fortunato. Mi ha salvato Nicoletta, una docente di lettere al liceo classico Manin che mi ha risollevato, mi ha dato una nuova prospettiva di vita quando ne avevo bisogno. Le devo molto e siamo diventati amici. Io vorrei che ogni ragazzo potesse avere la sua Nicoletta».

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