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IL PUNTO

La giustizia dei film e lo Stato di diritto

Nessuno può essere condannato se la sua colpevolezza non è dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio

Marco Bencivenga

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mbencivenga@laprovinciacr.it

30 Ottobre 2021 - 05:35

La giustizia dei film e lo Stato di diritto

Sabrina Beccalli e Alessandro Pasini

Il dilemma è vecchio come il mondo: meglio un presunto colpevole in libertà o un innocente in galera? Nello Stato di diritto la risposta non può che essere la prima: nessuno può essere condannato se la sua colpevolezza non è dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio.

Nessuno può finire in carcere per un reato che non ha commesso. Difatti succede solo nelle dittature o nei regimi inclini alla giustizia sommaria. L’Italia per fortuna non è fra questi: è un Paese garantista, che non chiede ai presunti colpevoli di dimostrare la propria innocenza, ma assegna l’onere della prova all’accusa.

Se la colpa è dimostrata, scatta la condanna; in caso contrario, l’assoluzione è dovuta, per quanto emotivamente possa sembrare ingiusta. Per questo non si può gridare allo scandalo per l’assoluzione di Alessandro Pasini, il 46enne di Crema finito sotto processo per la morte di Sabrina Beccalli.

La legge non è «maledetta», come hanno urlato al cielo i parenti della vittima, spiazzati da una sentenza che immaginavano di condanna. Si può discutere se sei anni siano una pena congrua oppure no per la distruzione di un cadavere. E se sia giusto che una persona condannata in primo grado per un reato tanto grave possa tornare subito in libertà, in attesa della sentenza definitiva. Ma che Pasini abbia dato fuoco al corpo ormai privo di vita di Sabrina è l’unica certezza del processo (su questo, addirittura, l’imputato era reo confesso).

Resta un mistero tutto il resto. Cos’è successo quella notte dopo che Alessandro e Sabrina si erano dati appuntamento per consumare cocaina insieme? Le indagini non sono riuscite a scoprirlo.

La verità è che la vita reale non è un film: né C.S.I. né Sherlock Holmes. Al cinema bastano mezza impronta digitale per incastrare un colpevole o l’impronta di uno pneumatico per condannare l’assassino che era al volante dell’auto usata per un delitto.

Nella realtà il DNA può dire tanto, ma non dice tutto. La Scientifica può trovare tracce e indizi, ma se non c’è la «pistola fumante» o la prova schiacciante nessuno può essere condannato per omicidio volontario solo perché sul suo conto gravano pesanti sospetti.

In attesa di conoscere le motivazioni della sentenza di ieri, non si può dunque che aspettare i prossimi gradi di giudizio del processo. Solo allora, forse, si saprà se Sabrina è stata uccisa o se è morta in conseguenza del suo stato psicotico alterato dalla cocaina. Può dare fastidio, può sembrare inaccettabile, ma potrebbe succedere che la verità non si saprà mai. Il caso potrebbe restare irrisolto. Nel dubbio, bisogna restare civili e garantisti: meglio un presunto colpevole in libertà che un innocente in galera.

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