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CORONAVIRUS: LA RIPARTENZA

Ancorotti: «Alla fine le nostre imprese ce la faranno come sempre»

L’industriale a tutto campo: «Ora c’è l’occasione per eliminare i troppi lacci burocratici. Manca un programma per chi perderà il posto»

Cristiano Mariani

Email:

cmariani@laprovinciacr.it

08 Giugno 2021 - 08:08

Ancorotti: «Alla fine le nostre imprese ce la faranno come sempre»

Renato Ancorotti, 65enne Cavaliere del lavoro e presidente di Cosmetica Italia

CREMA - Il primo chiodo l’ha conficcato nella roccia nel 1984, iniziando la scalata verso l’Everest della cosmesi. Vale a dire l’ascensione coronata, nei giorni scorsi, dalla nomina a Cavaliere del lavoro e corroborata da un bilancio 2019 da 104 milioni di euro. «E pensare che all’inizio, a Pandino, eravamo in 3 in 300 metri quadri». Ora, che di anni ne ha 65 anni, i dipendenti di Renato Ancorotti sono 300 e i metri quadri sono quelli dei capannoni dell’Olivetti che, mezzo secolo fa, con la campagna di assunzioni cambiò la vita di centinaia di famiglie cremasche. La bufera del Coronavirus ha colpito duramente anche chi «produce bellezza», ma l’industriale del makeup guarda oltre. Con ottimismo: «Ora, con la campagna vaccinale che inizia a essere costante, c’è una ricrescita. Speriamo si consolidi. C’è voglia di normalità e quindi anche di benessere. Sono convinto che l’imprenditoria italiana ce la farà, come sempre». E se gli affari, quelli che arricchiscono il fatturato, lo portano lontano; c’è pur sempre l’acqua del Serio nelle vene del già assessore comunale alla Cultura, che ha seduto sia ai banchi dell’aula degli Ostaggi, sia del consiglio provinciale. Un legame, quello con la città, non solo declinato nell’impegno politico-amministrativo, ma anche e soprattutto in quello industriale. Dalla prima creatura, la Gamma Croma della quale vendette le quote nel 2009, sino all’attuale Ancorotti Cosmetics, il baricentro è sempre rimasto all’ombra del Torrazzo.

Una laurea in Controllo della qualità alla facoltà di Farmacia dell’Università di Novara, ottenuta dopo la maturità scientifica, la vocazione rotariana valsa un mandato alla presidenza del Club Crema ma anche l’onorificenza Paul Harris Fellow; prima di portare a quattro il numero di Cavalieri del lavoro della provincia di Cremona, Ancorotti sfoggiava già la spilla da Commendatore sul bavero della giacca, durante le riunioni di Cosmetica Italia. Ossia la branca di settore di Confindustria di cui è presidente; oltre a vantare un seggio nel consiglio nazionale di Federchimica. Quella battezzata col cognome di famiglia e plasmata con la figlia Enrica è ormai una tra le prime aziende nella produzione conto terzi di prodotti di bellezza, con il 90% della clientela oltre confine. Dove il termine «estero» non è sinonimo solo d’Europa, ma soprattutto di Stati Uniti d’America. Dal suo ufficio in cui i dipinti alle pareti rimandano al passato e le vetrate al futuro, guarda a quelli che furono i capannoni dell’Olivetti e non fa mistero dell’orgoglio d’aver «ricucito una ferita urbanistica», recuperando gli spazi dismessi e facendone il suo polo industriale, in quella che oggi è la via del Commercio.

Dottor Ancorotti, come vede l’orizzonte della cosmetica dopo l’uragano Coronavirus?
«Inizio a scorgere la luce in fondo al tunnel, ma non è certo il bagliore di un boom. Noi ci aspettiamo una crescita, che quest’anno possa riportare l’azienda vicina al bilancio del 2019. Ma nel settore, c’è anche chi si occupa di igiene e quindi non ha sofferto. Usare certi prodotti, ci fa sentire bene. Certo, c’è l’indispensabile: basti pensarsi al dentifricio; ma c’è pure un’altra forma di essenzialità: stare bene con noi stessi. Ed essere più sereni nel rapporto con gli altri, grazie alla cosmesi. Un comparto come il nostro non fa bene al Paese solo per i numeri che registra. Ma anche e soprattutto come fiore all’occhiello del made in Italy, sebbene sia un po’ dimenticato. Noi facciamo del bene alle persone: abbiamo delle Onlus, all’interno del nostro mondo, con operatori che vanno negli ospedali per truccare le donne che hanno subìto l’insulto del tumore. E non dimentichiamo la ricerca: sono 30 mila gli scienziati in Europa che lavorano per la cosmesi».

Sul versante economico, quanto vale il settore che lei rappresenta all’interno di Confindustria?
«Nel 2019, eravamo attorno 12 miliardi e mezzo in Italia; ma l’intera filiera raggiunge i 33».

Se l’industria della bellezza guarda con ottimismo al domani, come valuta, nel complesso, il sistema impresa italiano post Covid?
«Dopo questa tragedia, c’è un’occasione unica: quella di togliere lacci e laccioli della burocrazia. E ciò non vuol dire poter fare ciò che si vuole, ma semplicemente non doversi confrontare con tempi biblici per una certificazione. Ci controllino pure in continuazione, ma almeno non ci blocchino. Se un processo, da noi, dura anni e anni, chi dall’estero potrà investirà in Italia? Con la paura di rimanere impigliato in queste situazioni. L’imprenditore ha bisogno di certezze, a tutti i livelli».

Il problema della scarsità di materie prime si sta diffondendo su scala globale, come può essere affrontato?
«Mancano perché qualcuno, vedi la Cina, ne ha fatto incetta. Si parla tanto di sostenibilità... Per quanto ci riguarda, come Ancorotti Cosmetics non abbiamo costruito un metro quadro in più, ma al contrario sanato la ferita urbanistica dell’ex Olivetti. Il rammendo, del resto, è anche la filosofia di Renzo Piano. Vanno trovati imprenditori che abbiano il coraggio di ricucire. Oggi, tutto è sostenibilità, ma l’Europa è responsabile dello sversamento in mare solo dello 0,35% della plastica che si trova negli oceani. Mentre tutto il resto arriva dai fiumi cinesi, africani e indiani. Quello che noi possiamo fare, direttamente, è sanare lo 0,35%. Ma occorrono accordi commerciali coi Paesi che inquinano di più, nei quali il tema venga affrontato seriamente. Altrimenti, è come curarsi il raffreddore e non occuparsi del cancro. La Pastic tax è un’assurdità, perché non prevede fondi per aiutare le imprese nella trasformazione. Non è una tassa di scopo, che alimenti la ricerca per eliminare i residui».

La sostenibilità è diventata un mantra, ma la materia non è forse troppo vasta per essere ricompresa in un termine?
«Esatto. Sotto la bandiera della sostenibilità si parla di tutto e del contrario di tutto, bisogna avere obiettivi chiari».

L’Europa non sempre è parsa imboccare la direzione auspicata dalle imprese italiane, vede un cambio di rotta nel nuovo corso della Commissione Ue?
«Credo che l’Ue sia fondamentale, ma bisogna avere un’unità d’intenti maggiore di quella di oggi. Gli interessi di ogni nazione devono confluire in quello europeo. Qualcosa va rivisto, quindi; ma ho completa fiducia che le cose si sistemeranno. Serve però un’Italia forte. Ci sono Paesi con un costo del lavoro che non consente competizione: non è accettabile se si vuole un’Europa vera».

Cosa chiederebbe al Governo, in questo momento, non solo per il comparto cosmetico, ma per l’economia italiana?
«Una sburocratizzazione e non solo per l’industria. Ci siamo bruciati grandi possibilità per un certificato».

Cosa pensa del blocco dei licenziamenti?
«Inizialmente era doveroso: ha tamponato la situazione. Ma oggi rischia di essere un legaccio che ci frena. Si è fatto poco per affrontare la situazione: che programma ha stilato lo Stato per chi uscirà dal mercato del lavoro? Questo è il vero tema».

L’impresa ha anche una responsabilità sociale? «Chiaro, dobbiamo tornare a valorizzare imprenditori come Adriano Olivetti. Parlava di Welfare negli anni Quaranta. ‘Se altri riescono a vedere ciò che ho visto io, allora possiamo chiamarla visione anziché sogno’, diceva spesso. Era un visionario? Sì, ma con la visione realizzi meglio ciò che hai in testa. Spesso le industrie di successo, invece, tendono a sedersi sugli allori e non fanno innovazione. L’autocompiacimento affonda le imprese.

Francesco Buzzella verso la guida regionale di Confindustria e Riccardo Crotti al vertice di Confagricoltura Lombardia, cremaschi sempre più protagonisti?
«Complimenti al presidente Crotti per l’elezione e per quanto riguarda l’amico Francesco, non dimentichiamo che la Lombardia è la locomotiva d’Italia ed essere al vertice di Confindustria regionale è ancora più prestigioso. In entrambi i casi, una soddisfazione per la nostra città».

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