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SPORT. IL PERSONAGGIO

Penna, orgoglio cremonese. Il «gigante buono» del ring

Una grande carriera alle spalle dai Dilettanti ai Professionisti, sfiorati i Giochi di Roma 1960

Giorgio Barbieri

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redazione@laprovinciacr.it

07 Maggio 2021 - 09:55

Penna, orgoglio cremonese. Il «gigante buono» del ring

BONEMERSE - «Sono nato a Castagniin, in italiano Castelverde, nella casa di fianco al macellaio del paese, il 17 marzo del 1940. Ho appena compiuto 81 anni e continuo a tenermi in forma nella mia casa di Bonemerse». Benito Penna, il gigante del pugilato cremonese, appena dopo averci raccontato la storia della sua vita, ci fa vedere gli attrezzi del mestiere nel giardino della sua villetta. Spesso indossa ancora i guantoni e molla quattro o cinque scariche di pugni contro il sacco. Così, tanto per rinverdire una carriera piena di successi. Peso massimo, cinquantotto incontri, 35 vinti (22 per ko) e 19 persi. Fra i Dilettanti vicecampione mondiale nel 1961 a Fort Dix negli Usa, vice campione europeo a Belgrado nel 1961, vicecampione italiano a Bologna nel 1961, l’Olimpiade a Roma solo sfiorata nel 1960 (sconfitto da De Piccoli). Fra i professionisti una striscia di 14 incontri vinti consecutivamente e più volte il tentativo di strappare il titolo italiano. «Benitone» Penna per i cremonesi rimane il «gigante del ring».

Si parte da?
«Il pugilato è entrato nella mia vita per caso. Ogni giorno in bicicletta partivo da Castelverde per andare a Cremona, dove lavoravo come apprendista muratore. Mio padre Giovanni conosceva Colombo, che aveva una palestra in via Dei Mille. Un giorno parlò con lui di questo figlio grande e grosso (ero già un metro e 90) che voleva fare sport. Cominciai così ad andare in palestra, facevo ginnastica ed esercizi con le corde. Mia mamma Maria (che di cognome faceva Robusti, quasi un segno del destino) alla mattina mi dava i soldi per comprare il pane. Quando tornavo a casa il sacchetto era mezzo vuoto, l’altra metà del pane me l’ero mangiata io durante il tragitto in bicicletta. Sono sempre stato un uomo di grande appetito, in effetti lo sono ancora anche se adesso mi tengono un po’ a stecchetto».

Dalla ginnastica al pugilato, un passo non automatico...
«Un giorno Colombo mi ha invitato a mettere i guanti e a salire sul ring. Sembrava uno scherzo ma mi è piaciuto subito, ho capito che quello ero lo sport che volevo fare. Da lì sono iniziati i duri allenamenti per arrivare a combattere sul serio. Tutti i giorni, per tre ore, dalle 17,30 alle 20,30 in palestra. Il primo match vero è stato contro un bresciano, nel 1957, allora ero un ‘novizio’ nel torneo ‘Primi pugni’. Ho vinto facile e da quel momento ho cominciato a entrare nel mondo del pugilato. Nel 1959 ero nella nazionale Juniores e quell’anno ho battuto anche l’astro nascente Canè. Ho combattuto sino al 1976».

La palestra di via dei Mille, un luogo di incontri.
«Ricordo che ogni tanto passava di lì Mina, anche lei classe 1940, dopo le prove a casa del maestro Donzelli che abitava vicino. E poi Oreste Perri, mio vicino di casa a Castelverde. Un grande amico di ieri e di oggi con il quale ho anche incrociato i guantoni sul ring. Poi lui ha scelto la canoa vincendo tutto. Alla fine degli allenamenti si andava a mangiare qualcosa nelle osterie ancora aperte. Si baraccava, avevo sempre fame».

Che pugile era Benito Penna?
«Un buon incassatore, capace però di tenere a distanza l’avversario. Colpivo con entrambe la mani, lavoravo molto con il

Di pugni ne ho presi tanti ma non mi hanno mai rotto il setto nasale. Qualche livido sul viso, magari un occhio gonfio, ma nessuna ferita importante. Anche in occasione dei ko non ho mai avuto grandi conseguenze

fisico. Di pugni ne ho presi tanti ma non mi hanno mai rotto il setto nasale. Qualche livido sul viso, magari un occhio gonfio, ma nessuna ferita importante. Anche in occasione dei ko non ho mai avuto grandi conseguenze. Le racconto un episodio. Un giorno combattevo a Milano e sono finito ko a terra. Mi hanno portato nello spogliatoio e disteso su un letto. Sentivo che i medici parlando fra loro dicevano ‘è morto, non c’è più niente da fare’. Ho avuto la forza di reagire e di muovermi per far capire che non era ancora il mio momento. Non mi ero accorto che sul lettino sotto di me c’era l’arbitro De Anna, che quando sono caduto sul ring ha avuto un attacco di cuore. Il morto era lui».

I grandi risultati da Dilettante con la maglia militare della Polizia. Qualche rimpianto?
«Ho fatto il servizio militare a Roma nelle Fiamme Oro della Polizia. Sono andato in finale ai mondiali e agli europei. Entrambe le volte mi hanno rubato il titolo. Negli Stati Uniti hanno fatto vincere l’americano Johnson, a Belgrado il russo Abramov. Entrambe le volte ai punti, sono ancora convinto che quei titoli spettavano a me. Gli arbitri nel pugilato contano tantissimo, a volte sono condizionati dall’ambiente».

Da Dilettante a professionista, sempre a Cremona.
«È stato il grande manager Geo Castellani a farmi passare al professionismo. Ho indossato le maglie della Negroni e della Abc Cremona. Non ho mai voluto andare via dalla mia città, in quel periodo ho rifiutato parecchie richieste da altre scuderie. Dopo 14 vittorie consecutive ho tentato nel 1964 la scalata al titolo italiano, ma ho perso in semifinale ai punti con Tomasoni. Gli ho chiesto la rivincita e abbiamo combattuto all’Arena Giardino a Cremona. C’era un sacco di gente dentro e una lunga fila all’ingresso. Ho vinto per ko tecnico all’ottava ripresa. Ho continuato a boxare fra alti e bassi, ho smesso e ripreso. L’ultimo match è stato il 23 aprile 1976 a Madrid contro Alfredo Evangelista. Alla seconda ripresa ho alzato la mano e mi sono ritirato. Quel giorno è finita la mia carriera».

Accanto a Benito ci sono la moglie Laila Rossetti e il figlio Patrick. Ed è Laila che ci racconta come è scoppiato l’amore fra i due.
«La sorella di mia mamma aveva sposato il fratello del papà di Benito. Di lui quindi avevo sentito parlare in famiglia, ma non lo

 Ci siamo sposati nel 1965 nella chiesa di San Sebastiano a Cremona. Lui abitava in via Tonani, io nella stessa zona. Abbiamo due figli: Peter, classe 1966, sposato con Marina, e Patrick, classe 1972, single convinto. Non abbiamo nessun nipote

avevo mai visto. Un giorno mi hanno portato ad assistere a un match alla palestra Spettacolo e per la prima volta ho potuto osservare quel Benito di cui parlavano tutti. Io, 16 anni, uno scricciolino di 45 chili. Lui un gigante alto e grosso. No, non faceva per me. Dopo il match tutti a far festa a Castelverde, dove me lo hanno presentato. Per lui è stato un colpo di fulmine, a me continuava a non piacere. Beh, per un mese e passa ogni giorno si è presentato davanti alla scuola dove studiavo pianoforte per accompagnarmi a casa. Così pian piano ho cominciato a trovare in lui molte affinità, mi ha colpito il suo modo di essere. Mi ha preso per sfinimento ma sono contenta di avere vissuto una vita intera con lui. Pensi che da fidanzata andavo a vedere i suoi incontri e sapevo che la mia voce lo caricava. Una volta per farlo reagire gli ho persino urlato ‘cornuto’, dimenticando che ero la sua ragazza. Ci siamo sposati nel 1965 nella chiesa di San Sebastiano a Cremona. Lui abitava in via Tonani, io nella stessa zona. Abbiamo due figli: Peter, classe 1966, sposato con Marina, e Patrick, classe 1972, single convinto. Non abbiamo nessun nipote».

Benito, i film sul pugilato ci parlano di incontri truccati e malavita intorno a questo sport. Cosa c’è di vero?
«Della malavita non so nulla, almeno da noi. Per quanto riguarda gli incontri truccati non possiamo nascondere che ce ne siano stati tanti. Una volta il grande pubblico non sapeva nulla, con le trasmissioni dei match in televisione se ne sono accorti in molti».

Qual è stato l’avversario più forte con cui ha combattuto?
«Sicuramente De Piccoli, una guardia destra che quando ti colpiva faceva male».

Il più grande della storia?
«Certamente Cassius Clay, elegante ma cattivo al punto giusto. Un pugile completo nella categoria che è stata la mia».

Chi deve ringraziare per la sua carriera?
«La mia famiglia per prima. Poi Colombo, Geo Castellani e il figlio Cesare, i miei allenatori, l’amico Oreste Perri e tutti i cremonesi che mi hanno sostenuto e che si ricordano ancora di me. Una menzione particolare per Giuseppe Miglioli, anche lui di Castelverde, che ha organizzato per me un match nel nostro paese».

Cosa guarda in televisione?
«Poco per la verità, preferisco giocare a carte con mia moglie. Però di sera vedo qualche partita di calcio e i match di pugilato che trasmettono in orari decenti».

La Cremonese?
«L’ho seguita negli anni di Miglioli dirigente, ero amico di Mondonico e Finardi. Andavo con loro anche in trasferta. Adesso sono molto meno attento ai risultati dei grigiorossi».

Lei è dal 2008 Cavaliere della Repubblica. Perché?
«Oltre che per i meriti sportivi mi hanno dato questa onorificenza perché quando ho smesso di boxare sono andato ad insegnare pugilato in istituti per disabili. Ho insegnato, ma ho imparato molto da queste persone».

Una grande sorpresa?
«Era il giorno del mio settantesimo compleanno, invito mia moglie Laila e i miei figli a mangiare qualcosina fuori, magari in pizzeria. Lei mi propone di andare da Corrado a Livrasco, a me sta bene. Arriviamo alla trattoria e Corrado mi dice che purtroppo non c’è nemmeno un tavolo libero, che è dispiaciuto ma non non c’è nulla da fare. Quando stiamo per uscire Corrado mi chiama e dice che forse si è liberato un tavolo nella sala in fondo. Mi invita ad aprire la porta, è tutto buio. Ad un certo punto sento gridare ‘Benito, Benito’, si accende la luce e ci sono tutti i miei amici in piedi. Mondonico, alcuni giocatori della Cremonese, Giuseppe Miglioli, Oreste Perri, Augusto Galli, Cesare Castellani e tanti altri. Mi sono commosso, giuro che ho pianto. Erano mesi che mia moglie stava organizzando questa sorpresa. Mi sono detto ‘Guarda quanta gente mi vuole bene’».

La pandemia come l’ha vissuta?
«In casa, non ho sofferto molto. Qui abbiamo un bel giardino, dietro di noi ci sono i campi, l’aria è pulita. Ho giocato tanto a carte, in casa mia ci sono mazzi ovunque. Ma solo le nostre carte: l’ass de bastoon, la checca, l’angiuliin, le cupe. Le carte che arrivavano sempre sul tavolo quando si andava a fare merenda all’osteria. Come mi mancano quei tempi e... quelle mangiate di pane e salame accompagnato da un bel bicchiere di vino. Mi hanno fatto la prima dose di vaccino, il Moderna, a casa. Aspetto la seconda».

È stato un piacere parlare con Benito, un orgoglio di Cremona sportiva. Io con un calice di vino bianco frizzante davanti, lui con un bicchiere di spuma. Ho cercato di fare cambio, ma non me lo hanno permesso...

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