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11 SETTEMBRE: VENT'ANNI DOPO

L'eredità e i ricordi di una tragedia che ha segnato il mondo

I pensieri dei sindaci Galimberti e Bonaldi e di Pizzetti, Arpini, Graffigna, don Rasoli, Cantarelli e Tinkle

La Provincia Redazione

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11 Settembre 2021 - 13:48

L'eredità e i ricordi di una tragedia che ha segnato il mondo

CREMONA/CREMA - 11 settembre 2001, l'eredità e i ricordi dei politici locali, di docenti, di un sacerdote, di un attore e di un giocatore americano della Vanoli Basket Cremona.

IL SINDACO DI CREMONA GIANLUCA GALIMBERTI

«Quei corpi nel vuoto, silenzio di morte»

CREMONA - 11 settembre 2001: sono in un laboratorio all’Università. Dall’altro mi chiamano. Mi affaccio. Gli amici impietriti davanti allo schermo. In diretta la prima torre ferita, fumante. Silenzio incredulo. Dentro di me non voglio accettare sia vero. Poi l’altro aereo. Senso di vuoto, angoscia, morte. Come se tutto stesse per finire. Come se quei corpi cadenti come oggetti inanimati ma ancora viventi, fossero nostri parenti, stelle spente per sempre che precipitano e con loro, nel nulla, la speranza del mondo. Poi il crollo. La nuvola mortifera rende opaco e tremendo il futuro di tutti e di ognuno. Bisogno di condividere il dolore indecifrabile con l’altro in un silenzio concorde di sguardi costernati. Desiderio impellente di tornare a casa, abbracciare le persone care custodi del senso della mia vita. Decidiamo, senza dircelo, che quel pomeriggio è inutile restare. Mentre torno, non riesco a trattenere le lacrime. Chiamo un altro amico carissimo. Perché c’è bisogno di amicizia in questo momento. 11 settembre 2021. Ancora immenso dolore nel mondo, violenza inaudita in luoghi lontani e vicini. La guerra resta una non soluzione. Costruire comunità è la speranza possibile e il dovere impellente di ognuno.

IL SINDACO DI CREMA STEFANIA BONALDI

«Chiusi i decenni della democrazia esportata»

CREMA - «I vent’anni di distanza dall’attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York si sono ristretti, per una dinamica storica straordinaria e drammatica, nell’arco temporale delle poche settimane che ci separano dalla caduta di Kabul. L’impegno militare internazionale in quel Paese si conclude con un clamoroso fallimento e probabilmente chiude anche due decenni segnati dalla dottrina politica della esportazione della democrazia, sulla quale avremo bisogno di riflettere. Fu lo spaventoso attacco di Al Qaeda sul suolo statunitense a portare i militari in Afghanistan, nell’intento di scindere la fusione tra i talebani ed Osama Bin Laden. Ucciso quest’ultimo, le spese enormi sostenute e le tante vite umane sacrificate hanno gradualmente indebolito quella visione politica e a vent’anni dall’11 settembre 2001, credo si possa dire senza ipocrisie che molte parole sui valori superiori fossero quel che erano già apparse a molti: retorica. Oggi non potremmo assistere in silenzio, altrimenti, alla caccia, abitazione per abitazione, delle donne attiviste afghane. Da cosa ripartire, dunque, pensando a quell’11 settembre? Forse, dalla più semplice constatazione che siamo ancora alle prese col fondamentalismo e che qualunque cosa i nostri leader decideranno di fare dovrà essere diversa».

IL DEPUTATO LUCIANO PIZZETTI

«Quel giorno è cambiata la lingua del mondo»

CREMONA - «Ho un ricordo nitido di quel giorno: ero in strada a Milano ed ero appena uscito dal mio ufficio quando mi hanno richiamato urgentemente. Le Torri Gemelle erano state colpite, ma non si capiva bene cosa fosse successo: incidente? O qualcosa di ben più grave?». Lo ricorda così, l’11 settembre 2001, Luciano Pizzetti , ora deputato del Pd, allora segretario regionale dei DS. «Da allora nulla è più stato come prima: il mondo parlava una lingua e ha iniziato a parlarne un’altra. E’ iniziata l’epoca in cui le nostre libertà hanno dovuto fare i conti con esigenze di sicurezza. Uno spartiacque per la politica internazionale e per quella interna di ogni Stato». E oggi? «La lotta al terrorismo è un mantra comune, ma mi pare che ci sia da compiere ancora molta strada e la situazione dell’Afghanistan lo dimostra. Il modello dell’esportazione della democrazia concepita dall’Occidente non funziona. Se da un lato possono essere comprese le ragioni americane per un disimpegno è altrettanto vero che le ragioni di Stato non combaciano con le ragioni etico morali. Abbiamo illuso un popolo, a unirsi e a combattere, e lo stiamo abbandonando al suo destino».

IL PRESIDE FLAVIO ARPINI

«Non sappiamo imparare dagli errori del passato»

CREMONA - «Ricordo perfettamente dov’ero l’11 settembre di vent’anni fa — racconta Flavio Arpini, preside del liceo Anguissola —. Ero negli uffici dell’Irrsae, l’Istituto Regionale Ricerca Sperimentazione Aggiornamento Educativi della Lombardia. Ad un certo punto, ho sentito da uno degli uffici la voce concitata di un giornalista televisivo. Di primo acchito mi sono chiesto perché il telegiornale a quell’ora. E poi ho capito. Ora, vent’anni dopo, ci si rende conto che l’attentato alle Torri Gemelle è stato un punto di passaggio, una svolta nella storia. Aggiungo che in questi giorni, guardando all’Afghanistan, rileggendo quell’attacco a distanza e in sintonia con quanto sta accadendo, ci si rende conto di come l’uomo difficilmente sappia prendere spunto dagli errori del passato. La ferita è ancora aperta. A noi educatori spetta il compito di costruire memoria e dare ai ragazzi la possibilità di leggere ciò che è accaduto come un monito, un esempio per cambiare e per non fare più gli stessi errori. In questo senso, ripensare all’11 settembre significa cercare di capire, con i ragazzi, anche quanto accade oggi in Afghanistan. Personalmente, penso che quell’11 settembre di 20 anni fa ci abbia resi tutti più fragili.

LA DOCENTE UNIVERSITARIA GUENDALINA GRAFFIGNA

«Così l’Occidente si è scoperto vulnerabile»

CREMONA - «Ero in università a Torino, studentessa di psicologia — ricorda Guendalina Graffigna, docente di psicologia dei consumi presso l’Università Cattolica —. Mi ricordo che quando tornai a casa e vidi le immagini avvertii un senso fisico di vulnerabilità». Dai ricordi di studentessa universitaria nei giorni dell’attentato alla riflessione di docente di psicologia il passo è breve: «L’11 settembre è stato l’accadimento che ha proposto in maniera eclatante la vulnerabilità dell’America in primis e dell’Occidente in generale. È stato il primo atto di una serie di crisi che nel primo ventennio del XXI secolo ci hanno messo a dura prova e continuano a provarci — prosegue —. La paura e il senso di vulnerabilità sono stati perpetuati dagli attacchi terroristici successivi, poi c’è stata la crisi del 2008 che ha messo in evidenza l’estrema volatilità del nostro sistema economico. Per non tacere, poi, della crisi pandemica che stiamo vivendo. Ognuno di questi punti di rottura nell’apparente tranquillità dell’Occidente hanno avuto e continuano ad avere anche ora pesanti ripercussioni sulla psicologia di ognuno di noi. Incertezza e vulnerabilità sono sensazioni con cui abbiamo imparato a convivere ma che ci lasciano sempre, per così dire, sospesi».

IL PARROCO DON CLAUDIO RASOLI

«Non si uccide in nome di Dio»

CREMONA - Attimi di terrore rimasti indelebili anche nella memoria di don Claudio Rasoli, ex parroco di Paderno, ora presidente dell’opera pia di Castelverde: «Ho un ricordo vivissimo – conferma il sacerdote – di quel martedì che sconvolse il mondo; mancavano pochi giorni all’inizio dell’ultimo anno di Seminario, in novembre il nuovo vescovo, monsignor Dante Lafranconi, mi avrebbe ordinato diacono e nel giugno 2002 sacerdote. Approfittando delle vacanze ero a Cremona da un confratello, stavamo sorseggiando un caffè quando squillò il telefono: era un parrocchiano che invitava ad accendere il televisore. Non potrò mai dimenticare quegli uomini e quelle donne che pur di non rimanere soffocati dal fumo o bruciati dalle fiamme si scaraventarono nel vuoto alla ricerca dell’unica via di uscita possibile: la morte. Avemmo entrambi la stessa convinzione: le religioni del mondo avevano il sacrosanto dovere di condannare l’attentato perchè è un abominio e una bestemmia uccidere in nome di Dio. Ai tanti interrogativi che si agitano nell’animo solo Cristo può dare una risposta e se anche la forza delle tenebre sembra prevalere, il credente sa che il male e la morte non hanno l’ultima parola».

L'ATTORE DARIO CANTARELLI

«Anche recitare non è più stato lo stesso»

CREMONA - «Quell’11 settembre ero a Isola Dovarese, in vacanza — ricorda Dario Cantarelli, attore prediletto di Nanni Moretti, grande interprete della scena teatrale italiana —. Mi ricordo lo sgomento che provai, davanti a quelle immagini che arrivavano dall’America. Era impensabile pensare di attaccare gli Stati Uniti ed invece stava accadendo sotto i miei occhi, in diretta tv». Ma il sentire di un attore va oltre l’istante dell’accadimento, scava nel profondo: «Quando, erano gli anni de I Fratellini, tornammo in scena o semplicemente a provare sul palco mi accorsi che nel recitare era cambiato qualcosa e non solo nel mio modo di affrontare la parola, il personaggio. C’era un senso di insicurezza e di fragilità che pervadeva tutti. Mi sono reso conto che, anche non pensandoci consciamente, in ciò che facevamo in quei mesi persisteva una fragilità, un’attenzione all’imprevedibile. Si tratta di un atteggiamento normale per chi recita, ad un certo punto l’attore è altro da sè, in balia dell’imprevisto, ma in questo caso l’inatteso era il timore di una minaccia piovuta dal cielo e che si era annidata nelle nostre anime di attori».

IL GIOCATORE DELLA VANOLI TRES TINKLE

«Ero piccolo, ma quelle immagini...»

CREMONA - Chi meglio di un americano può raccontare quel tremendo 11 settembre? A parlare è Tres Tinkle giocatore della Vanoli, nato a Missoula nel Montana nel 1996. «Nel 2001 non avevo ancora compiuto cinque anni, ho dei ricordi confusi. Non posso però dimenticare quelle torri in fumo e gli aerei che entravano nei palazzi. È stata una scena vista moltissime volte in tv. I miei genitori non si staccavano dal video. Io giocavo, non capivo bene, ma qualcosa ricordo. Poi sono cresciuto e ho capito in fretta che quanto è successo ha cambiato la vita di tutti negli Stati Uniti. Si è creato un clima di grande patriottismo, la bandiera americana è diventata un simbolo. La vicinanza è stata tanta anche dal resto del mondo. L’attentato ha colpito noi, ma in realtà è stata una coltellata per tutti. Negli anni ho capito quanto quel gesto pazzesco ci abbia cambiato l’esistenza. C’era una vita prima dell’11 settembre e c’è una vita dopo, diversa. Sono stati anni di paura, di guerre, di difficoltà. Quando sei giovane dai poco peso alle cose, ma questo evento mi ha davvero segnato. A distanza di anni rivedere quelle scene mi mette ancora i brividi».

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