L'ANALISI
29 Gennaio 2026 - 05:20
CREMA - Laurea in medicina conseguita all’Università degli studi di Milano e specializzazione ottenuta a Parma, Vincenzo Siliprandi è in servizio all’ospedale Maggiore di Crema dal 2016. E in largo Dossena dirige la struttura complessa di Ostetricia e ginecologia, dopo aver maturato esperienze anche alla Mangiagalli di Milano.
Dottore, quanto è diffuso il tumore al collo dell’utero?
«Si tratta di un tumore tra i più frequenti nella donna, in questo momento. È importante parlarne, perché ancora oggi, nonostante la prevenzione sia ‘sponsorizzata’ in maniera abbastanza importante, abbiamo una risposta da parte del pubblico, quindi delle utenti, che è veramente ridotta rispetto a quella che dovrebbe essere».
In quale fascia d’età colpisce maggiormente la patologia?
«Tra i 25 e i 65 anni. Si tratta della fascia nella quale c’è la maggiore incidenza di questo tipo di malattia».
Qual è il legame col papilloma virus?
«Il virus Hpv, che presenta forme differenti, è la causa di oltre il 90% dei tumori del collo dell’utero. Si tratta di un virus sessualmente trasmesso. Per cui, a oggi, il nostro obiettivo è di vaccinare a tappeto l’intera popolazione che viene invitata, a partire dagli 11 anni d’età, a sottoporvisi. Sia si tratti di femmine, sia si parli di maschi».
Per quale motivo, spesso, la diagnosi è tardiva?
«Perché la gente si trascura, cerca di trovare una scusa per ogni sintomo. E quindi, purtroppo, trascurando il sintomo e non facendosi visitare, non sottoponendosi ai controlli nei tempi indicati, frequentemente ci si trova in uno stadio di malattia abbastanza avanzata. Inoltre, la proposta di screening, che viene inviata regolarmente a tutte le donne, nella fascia d’età che abbiamo indicato prima, spesso finisce in un cassetto, perché non si risponde quasi mai. Le pazienti, in passato, venivano sottoposte al Pap test annualmente, proprio attraverso la visita ginecologica alla quale, normalmente, ci si dovrebbe sottoporre. Oggi la campagna di screening è diversa ed è cambiata anche la forma dello screening stesso».
Può spiegare l’importanza del test?
«Non viene più effettuato un test come si faceva qualche anno fa. Viene identificata la presenza o meno di un questo virus ‘incriminato’ e nella fattispecie nei ceppi ad alto rischio. Per semplificare, se è presente uno di questi virus, allora viene fatta in automatico l’analisi della cellula: viene strisciata su un vetrino, colorata e quindi valutata. Quindi si va a vedere se il virus abbia causato un problema alla cellula. Se si è alterata, quindi si è modificata, allora sarà necessario effettuare un qualcosa in più, che prende il nome di colposcopia, attraverso la quale si ‘colora’ il collo dell’utero. Si guarda con un microscopio il collo dell’utero e con questa azione, noi abbiamo la possibilità di selezionare le parti che possono essere malate o interessate dalla patologia e si effettua una biopsia e quindi una diagnosi corretta. Tra l’altro, nella maggior parte dei casi, la malattia è in stadio iniziale e si risolve, pertanto, semplicemente con un piccolo intervento».
Le conseguenze peggiori, qualora non venisse diagnosticato in tempo?
«Qualora non si dovesse diagnosticare in tempo, chiaramente il tumore diventare un carcinoma invasivo e ciò potrebbe avere dei risvolti importanti, anche perché, non si dimentichi, che sono malattie che non perdonano».
Che cosa si sente di dire alle donne che si trovino nell’età, nella quale l’incidenza di questa patologia è maggiore?
«Il messaggio, che cerco di trasmettere a tutte le mie pazienti, è che la vaccinazione si può fare non soltanto a 11 anni, ma anche a 50 anni, senza nessun problema. E inoltre, mi sento di spronare anche i mariti e i compagni a sottoporvisi, perché è ciò che, nel futuro, ci darà delle grandi soddisfazioni. Noi riponiamo una grandissima fiducia nella vaccinazione. Purtroppo, non ci sono tanti tumori che hanno una causa virale e di conseguenza con la possibilità di evitare che la cellula venga interessata. E in secondo luogo, consiglio di aderire alla campagna di screening, perché è assolutamente importante. Basti pensare che circa il 30% delle donne vi aderisce. E va quindi da sè, che ne abbiamo un 70% che non risponde affatto».
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