L'ANALISI
15 Gennaio 2026 - 05:25
CREMA - Tiberio Oggionni, medico specializzato nelle malattie dell’apparato respiratorio, è il direttore della struttura complessa di Pneumologia della Azienda sociosanitaria di Crema.
La fibrosi polmonare è una patologia che compromette progressivamente la respirazione del paziente. Di cosa si tratta, nello specifico?
«Più che di una sola patologia, si tratta di più malattie che colpiscono l’interstizio e il polmone. L’interstizio è la struttura di supporto del polmone stesso, quella che sorregge gli alveoli e le malattie fibrotiche interessano questa parte.
Si possono classificare come patologie rare, o sono relativamente frequenti? Colpiscono prevalentemente gli anziani?
«Come abbiamo detto, sono più patologie: alcune mantengono la caratteristica di patologia rana, ma sommate fra di loro hanno una prevalenza significativa. Nel nostro ambulatorio dedicato, a oggi, ci occupiamo di cento pazienti affetti di queste malattie. La diagnosi avviene attraverso la Tac del polmone, normalmente ad alta risoluzione. Quindi, si chiede ai pazienti, ad esempio, se siano fumatori, se abbiano avuto esposizioni professionali, o ambientali a determinate sostanze. E se presentino malattie, che possano complicarsi con la fibrosi».
Esistono forme familiari per queste patologie?
«Si chiede sempre al paziente se abbia un parente di primo grado, che ha avuto una fibrosi del polmone. Anche se le forme familiari sono rare. La forma più comune è una patologia dell’anziano. Altre, invece, interessano persone più giovani».
Quali sono i sintomi iniziali, quelli che devono indurre a un approfondimento di tipo diagnostico?
«I sintomi iniziali sono la dispnea e la tosse. Quindi si tratta di sintomi che, di per sé, sono molto comuni».
Dalla fibrosi si guarisce? Esiste una terapia specifica, o più terapie specifiche?
«Da qualche anno, per fortuna, abbiamo dei farmaci che permettono di non far progredire il processo fibrotico. Il processo cicatriziale, però, non può regredire; ma queste terapie consentono un rallentamento importante della malattia. È quindi importante poter formulare il prima possibile una diagnosi, per mantenere un’adeguata funzionalità respiratoria. Il processo diagnostico non è comunque immediatamente semplice, in quanto multidisciplinare. Ma nel nostro ospedale, è possibile seguire un percorso adeguato. Per alcuni pazienti, sono anche necessarie indagini invasive, come una broncoscopia o una biopsia e per questo, negli ultimi mesi, abbiamo lavorato per poter eseguire la criobiopsia. Ossia una biopsia, ottenuta mediante una sonda con una punta, che viene raffreddante -80°, con cui si lavora su un piccolo pezzetto di polmone, evitando un intervento chirurgico vero e proprio. E la stessa tecnica possiamo usarla quando, in alcune malattie, è necessario eseguire biopsie sui linfonodi toracici».
Si conoscono le cause della patologia? Ed è possibile parlare di prevenzione?
«Alcune cause si conoscono, ad esempio le esposizioni professionali che, ovviamente, si prevengono con l’utilizzo degli adeguati dispositivi di protezione. Di altre non è nota la causa, ma si conoscono i rischi. E tra tutti, il fumo di sigarette».
Si tratti di patologie che incidono anche sull’ambito familiare del paziente?
«Certo, soprattutto nelle forme più progressive è necessaria una presa in carico globale del paziente, insieme alla famiglia. In particolare, nelle farsi più avanzate della malattia, i pazienti necessitano del supporto dell’ossigeno e sono quindi limitati anche nelle attività quotidiane. Per questo, da anni, abbiamo un ambulatorio dedicato e una modalità di accesso veloce per la consulenza, così da rispondere il prima possibile al bisogno dei malati e delle loro famiglie».
La ricerca sta facendo progressi nella cura?
«Negli ultimi anni, sono stati condotti molti studi clinici e nei prossimi mesi, oltre ai due farmaci a oggi disponibili, ne sarà disponibile uno nuovo. Purtroppo, però, tutte le terapie rallentano la progressione della malattia, ma non permettono, come detto, di far guarire dalla fibrosi. È pur vero, che nei pazienti più giovani, esiste comunque una risorsa: quella del trapianto».
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