L'ANALISI
08 Gennaio 2026 - 05:25
CREMONA - C’è solo la scrivania, qualche libro e un computer. «Devo ancora arredare l’ufficio, mi hanno detto che nella stanza accanto ci sono alcuni quadri. Per ora c’è l’essenziale». A parlare è Luciano Baresi, docente di Fondamenti di informatica e nuovo prorettore del Politecnico di Milano – Polo territoriale di Cremona. Succede al professor Gianni Ferretti, raccogliendo un’eredità importante in una fase di forte trasformazione per la sede cittadina: nuovo campus, nuovo studentato e, soprattutto, l’avvio di un corso di laurea triennale in inglese.
Professore, che eredità raccoglie alla guida della sede di Cremona?
«Un’eredità molto importante. Ricordo quando venni a Cremona la prima volta: ero ricercatore, c’era ancora il professor Claudio Maffezzoni e la sede era quella ‘vecchia’. Da allora sono passati molti anni. Oggi abbiamo una casa nuova, bellissima, che però va mantenuta e soprattutto fatta crescere».
Tutto ciò riguarda l’organizzazione, ma non solo.
«Mi faccia ringraziare il professor Gianni Ferretti che ha lavorato molto bene e fatto tantissime cose importanti per il Politecnico a Cremona. L’eredità è quindi significativa e richiede tempo ed energie. L’obiettivo è mantenere ciò che funziona e farlo evolvere».
La grande novità è il nuovo corso di laurea triennale in inglese. Di cosa si tratta?
«Il corso si chiamerà Process Engineering. Noi siamo ingegneri, quindi qualunque cosa, per noi, è ingegneria. Qui parliamo di formare professionisti capaci di ingegnerizzare i processi industriali».
Cosa significa, in concreto, ‘ingegnerizzare un processo’?
«Significa saper modellare un processo, individuarne gli elementi fondamentali, scegliere le tecnologie più adatte, ottimizzarlo dal punto di vista economico e temporale. Oggi è fondamentale anche la sostenibilità: molti processi non sono pienamente sostenibili, ma non possiamo farne a meno. Serve qualcuno con le competenze giuste per ottenere il meglio, dati i vincoli di partenza».
Quanti studenti conta oggi il Polo di Cremona?
«Gli iscritti complessivi sono circa 800. Coprono quattro corsi di laurea: due triennali, Ingegneria Informatica e Ingegneria Gestionale, e due magistrali, Agricultural Engineering e Music and Acoustic Engineering».
Quali obiettivi vi ponete in termini di numeri?
«L’obiettivo del Politecnico è mantenere almeno questi numeri e possibilmente migliorarli. Per il nuovo corso non ci aspettiamo né classi minuscole né numeri enormi: deve essere sostenibile per la sede e per l’ateneo. Una laurea triennale significa 180 crediti e quindi costi importanti: serve un equilibrio. La nuova sede è una risorsa importante, piace e motivo di attrazione, le potenzialità per aumentare l’offerta didattica e di ricerca ci sono».
Quanto conta lo studentato in questa strategia?
«Moltissimo. La nuova sede ci permette di offrire un numero significativo di posti letto non solo vicino all’università, ma dentro l’università. È una caratteristica quasi unica in Italia e avvicina Cremona al modello del campus americano».
Ci sono ancora aspetti da sistemare.
«Siamo qui solo da tre mesi. È normale che non sia tutto perfetto: dagli spazi per le cucine all’idea di aprire un bar all’interno del campus, fino alla possibile mensa, o uno spazio dove cucinare e dove i ragazzi possano mangiare insieme. Un’università ha anche una dimensione sociale. Se tra un anno fossimo ancora a questo punto, direi che è tempo di darsi una mossa. Ma oggi siamo in una fase di avvio».
Quanti studenti ospita oggi lo studentato?
«Circa 70–80, su una capienza di 140 posti. Non abbiamo saturato subito per prudenza, vista l’incertezza sui tempi di trasferimento. I primi feedback, però, sono molto positivi».
Lei è di Chiari, in provincia di Brescia, ma conosce bene il territorio cremonese. Come immagina il rapporto con il contesto locale?
«Le sedi del Politecnico devono essere funzionali al territorio. Io vengo a Cremona da più di vent’anni e credo fortemente nell’integrazione con istituzioni, industria e comparto agricolo, che qui è centrale. Agricultural Engineering va esattamente in questa direzione».
C’è spazio per rafforzare ulteriormente questo legame?
«Sì, senza distruggere nulla di quanto fatto finora. Il mio obiettivo minimo è non peggiorare ciò che c’è. Ma vorrei trovare sempre più sponde con il territorio, capire cosa si aspetta dal Politecnico, restando però una scuola di ingegneria: offriamo ingegneria, architettura e design, non siamo un’università generalista».
La laurea in inglese guarda anche all’estero.
«Assolutamente. Speriamo di attrarre studenti italiani e internazionali. E speriamo che non sottragga studenti ai corsi esistenti, ma che aumenti il numero complessivo. L’idea non è redistribuire, ma crescere».
Come valuta i rapporti con le altre università cittadine?
«Credo molto nel buon vicinato. Con l’Università Cattolica stiamo organizzando un master su intelligenza artificiale e industria. Abbiamo avviato contatti anche con l’Università di Pavia. Offriamo percorsi diversi, non ci ‘pestiamo i piedi’: collaborare è la strada giusta, soprattutto perché i problemi di oggi sono sempre più multidisciplinari».
Cremona investe molto sull’università, ma pesa l’inverno demografico.
«È una delle ragioni principali per cui il Politecnico ha deciso di avviare lauree triennali in inglese. Se il bacino è limitato agli italofoni, non possiamo crescere. Inoltre, avere studenti più giovani ci consente di formarli più a lungo e meglio».
Il tema dell’abbandono resta critico.
«Lo vedo ogni anno nei miei corsi del primo semestre. Le classi si riducono progressivamente: dopo le prime settimane, dopo le prove in itinere, poi nel secondo semestre. È un problema serio, perché significa che non siamo riusciti a offrire un servizio percepito come adeguato».
E la concorrenza delle università telematiche?
«Il Politecnico ha già corsi online. Ma fare un corso in presenza e uno online sono due mestieri diversi. Mischiare i due modelli rischia di abbassare la qualità per tutti. Io credo ancora nell’aula fisica e nella dimensione sociale dell’università».
Se ci ritrovassimo tra tre anni, che bilancio vorrebbe fare?
«Mi auguro di avere ancora un numero importante di studenti, possibilmente in crescita, soprattutto nelle magistrali. Vorrei che Process Engineering fosse una scommessa avviata e compresa. Mi piacerebbe rafforzare il rapporto col territorio, magari con nuovi laboratori nati da esigenze locali. Il Politecnico dovrebbe essere un punto di riferimento».
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