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LA RECENSIONE

Vorrei una voce: quando il teatro vuol dire libertà di esprimersi

Granata porta in scena il laboratorio con le detenute di Messina e trasforma le canzoni di Mina in riscatto e coraggio

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

09 Marzo 2026 - 10:51

Vorrei una voce: quando il teatro vuol dire libertà di esprimersi

Tindaro Granata in Vorrei una voce

CREMONA - Succede che un Ponchielli con 300 persone in sala su 1200 posti disponibili per calore e intensità di partecipazione emotiva dia la sensazione che offre quando è tutto esaurito in ogni posto. Lo si dice perché reduci dallo spettacolo di danza di sabato sera con più o meno lo stesso numero di spettatori: l’impressione, invece, assistendo a Duse di Opus Ballet, è stata quella di un desolante vuoto. Come può accadere questo? Accade perché a fare la temperatura della sala non sono solo le presenze fisiche degli spettatori ma è soprattutto la capacità del performer che contagia, riempie di sé i vuoti, non per narcisismo ma per generosità creativa. E questo ha fatto Tindaro Granata con Vorrei una voce, in scena domenica sera in occasione della Festa della donna. Chi non c’era deve recitare il mea culpa, perché assistere a Vorrei una voce non è solo assistere a una prova d’attore, ma è toccare con mano cosa voglia dire essere veri in scena, cosa voglia dire essere corpo che racconta con scandalosa impudicizia di sé, del mondo, della fame di amore, dell’umano sepolto nelle carceri, delle detenute di Messina.

Vorrei una voce è la testimonianza polifonica dell’esperienza di laboratorio all’interno del carcere di massima sicurezza di Messina. Granata ha lavorato con le detenute partendo dall’ultimo concerto di Mina nel 1978, sulle canzoni della Tigre di Cremona, sulla loro mimesi in playback ha operato per far ritrovare a quelle donne il loro femminile, il coraggio di raccontarsi. Tutto questo ora è Vorrei una voce, ovvero l’invito a cercare, sempre e comunque, la propria voce e a seguirla, non avendo paura di sognare. «Ogni volta che non diamo ascolto alla nostra voce, decidiamo di farci prigionieri del mondo, degli altri, negando noi stessi», afferma l’attore.

Ma ciò che piace raccontare della serata di domenica è la capacità di Granata di fare anima. Prima dell’inizio dello spettacolo s’aggira in platea, saluta il pubblico. Poi le luci si spengono: un maglione largo, pantaloni bianchi, degli appendini con abiti di paillettes, dei fari puntati sul pubblico, come se ci si trovasse sul palco guardando la platea. Ed il gioco è lì, nella gestione ‘partecipativa’ di chi assiste. Granata si rivolge al pubblico, lo fa cantare per confondere le carte, poi quando si rivolge alla platea sembra chiamare in causa gli spettatori, poi lo scarto, improvviso: l’attore è entrato nella narrazione, in realtà parla alle donne del carcere di Messina. Ma il gioco è fatto: noi siamo le detenute, noi siamo prigionieri di noi stessi, della nostra paura di sognare. Dopotutto è la stessa condizione che Granata confessa: il conflitto col proprio corpo che cambia, la difficoltà di accettarsi, di affrontare la vita, di sacrificare la propria voce al parere dello sguardo dell’altro su di noi. In Vorrei una voce l’attore gioca su più piani, entra ed esce dalla narrazione, racconta di sé, di quelle donne, madri, mogli che per troppo amore hanno accondisceso alla violenza, alla legge del maschio, negando loro stesse. Ma Vorrei una voce è di più di una emozionante prova autoriale e attoriale, è la dimostrazione della forza unica del teatro, è metamorfosi dell’anima e del corpo, è la finzione che si fa verità, è il non detto che emerge, è spazio di libertà assoluta in cui le sbarre delle convenzioni, del quotidiano cadono per lasciare spazio al sogno. Un lungo, lunghissimo applauso per una serata difficile da dimenticare.

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