L'ANALISI
PENSIERI LIBERI
20 Gennaio 2026 - 05:25
Il tempo stringe chi sta a guardare la storia. Gli eventi vanno secondo un altro passo, che poiché sempre ci sfugge allora ricerchiamo senza sosta, tra andamenti che pongono l’accento sullo iato (non solo grammaticale): acribìa, nostalgìa, anche malìa. E si gira la pagina del calendario a muro, si aggiorna il desk, ci si appronta al giorno nuovo. In sottofondo il lirico canto della sincronia.
Non serve chiudere gli occhi per pensare a otto secoli fa, basta fare due passi in centro; la macchina del tempo è lì sul volto della Cattedrale, lungo la fronte del protiro. Se mettiamo da parte quell’approccio scolastico, turistico e un poco aristocratico (guarda caso parole sdrucciole) per cui si cerca subito di dare un nome all’artista – che nel medioevo nemmeno esisteva nel modo in cui oggi lo intendiamo – e di trovare una data da discutere in caffetteria o fra le pagine di un catalogo museale, eccoci a scorgere la narrazione continua dei mesi scolpiti, da destra a sinistra, al contrario di come scriviamo. Come in un felice rovesciamento del punto di vista consueto. Quasi sospinto dalla figura della Primavera, un giovane suona il corno (marzo), un altro avanza con in mano una fronda e un fiore (aprile), poi viene un cavaliere che a mo’ di stendardo mostra un falcetto (maggio). Fra quest’ultimo e il vicino contadino intento alla mietitura (giugno), due ragazzetti si inerpicano su un albero tra le cui fronde fa capolino un granchio: sono i segni zodiacali dei Gemelli e del Cancro.
Luglio governa i cavalli che battono il grano sull’aia, accompagnato dal Leone. Agosto è un bottaio che assesta i cerchi di un barile, mentre la Vergine dello zodiaco lo osserva cogliendo frutti. Dopo il vendemmiatore (settembre), affiancato dalla figura della Bilancia, vengono i mesi freddi, della preparazione alla primavera che verrà, dopo l’attesa nelle case. Ottobre semina granaglie, mentre un cinghiale mangia ghiande ai piedi di una quercia su cui è esposto il segno dello Scorpione. Novembre è un norcino occupato a squartare un maiale, seguito dall’arciere-Sagittario. Dicembre fa legna potando un albero a cui è appoggiato il Capricorno. Davanti al fuoco che arrostisce vivande, l’anziano gennaio siede in abiti da dignitario, bevendo vino da una tazza; verso di lui è rivolta la figura dell’Acquario con la brocca. Il segno dei Pesci chiude il corteo, preceduto da uno zappatore (febbraio) che riprende il lavoro dei campi.
Se ne può trarre una canzone, anzi una litania. È infatti questo, in sostanza, il tempo nel suo compenetrare stagioni, gesti e segni celesti. C’è spazio poi per far silenzio e domandarsi cosa e quanto oggi ci importi delle corrispondenze fra cielo e terra, dei legami fra tempo cosmico e tempo umano. Soltanto previsioni per l’anno nuovo? Generalmente bonarie, se astrologiche; oppure catastrofiche, se portate dal brusio mediatico (ancora parole sdrucciole: che la grammatica sia una forma di divinazione?).
Ma infine ci si accontenta di star bene, come se fosse poca cosa. Eppure i segni sono ancora lì, scolpiti. Raccontano realtà concrete e la non meno necessaria consistenza dello spirito. Tutto inizia infatti nel mese di marzo, poiché nel medioevo anche i calendari, come le misure, erano diversi da luogo a luogo; come all’osteria della Luna una bevuta nel modus cremonese non era uguale a quella che si serviva nel Piacentino, così nella nostra zona l’anno iniziava il 25 marzo. Si allacciavano dunque fra loro riferimenti intensi: l’anno ‘ab incarnatione’, calcolato a partire dall’annuncio dell’Angelo accolto da Maria, la rinascita della terra a primavera, la giovinezza che apre la vita umana al suo fiorire.
Sono gli inizi forti di una storia da cui nessuno può chiamarsi fuori; la scelta, folle secondo il nostro metro, di un Dio che si incarna e rinnova la salus (salute e salvezza), la risposta semplice che non trova perifrasi (sì, dice la ragazza di Nazareth), il dovere della scelta o l’iscrizione gratuita all’albo degli ignavi. La festa ebbra di vino e petardi che ha marcato la notte di San Silvestro non è stata un modo per ottundere le domande che ancora ci pone il ciclo scolpito dei mesi?
Gennaio, l’abbiamo visto, si presenta come un vecchio. Lo siamo anche noi ogni volta che non cerchiamo l’incipit del tempo. Ancora una volta non è questione di cultura intesa come cumulo di nozioni più o meno lucidate come la lampada di peltro, ma di mettere a far luce la candela. Accesa. Non si tratta di tornare al Medioevo (le cui modalità percettive, tra l’altro, non ci appartengono più né potrebbero essere riesumate), e nemmeno di rimpiangere tempi migliori, che non sono mai esistiti nello sguardo dei loro contemporanei.
Possiamo invece raccogliere echi, come il gesto della mano che indica cosa non perdere di vista. Certo, esorcizzare il buio – in tutti i sensi – era anche allora segnato da eccessi e baccano. Così, il passaggio al colmo dell’inverno – quando il seme riposa il dono che darà nella stagione opportuna – era accolto con sentimenti opposti, poiché tempo da propiziare ma anche da temere. C’erano le cosiddette feste dei folli, che permettevano di vivere un rovesciamento sociale simile al carnevale, ma le redini del calendario erano tenute dal tempo liturgico, con il suo scandire eventi densi di significato, dalla strage degli Innocenti alla venuta dei Magi.
Questa storia sacra, indipendentemente dal credo religioso di ciascuno, suggerisce nessi preziosi alla pista (amaro stazzo) priva di inizio e di fine in cui siamo spinti ad affrettarci: la scelta della violenza e le sue conseguenze, l’incredulità che impedisce di scorgere la stella, la speranza poggiata sulla roccia, il cammino pacato e quotidiano verso l’inizio della storia. E la fatica (labor) di andare, nuovamente, verso Casa: ecco i mesi solcati nella pietra con il racconto dei lavori quotidiani. Al varco del nuovo anno, che inaugura il secondo quarto del XXI secolo (ma sono computi soltanto umani), potremmo allora far posto all’insolito desiderio di lasciarci cogliere dal senso dell’inizio. Fare due passi verso il centro, sul ciglio del presente, fino ai mesi scolpiti sotto lo sguardo del grande rosone, e così immaginare che il tempo disegni una spirale, come il soffio dello spirito.
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