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LA TESTIMONIANZA

Lanca Livrini, estirpati pali simili a quelli riemersi dal Po

Giuseppe Ghizzoni racconta: «Nel ’39 -’40 mio padre pescatore li estrasse con molta forza. Purtroppo sono andati perduti i chiodi di ferro, avrebbero aiutato a datare il ponte scomparso»

Fulvio Stumpo

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redazione@laprovinciacr.it

15 Aprile 2022 - 05:00

Lanca Livrini, estirpati pali simili a quelli riemersi dal Po

CREMONA - «Le prove che ci avrebbero detto di che epoca fosse il ponte le abbiamo cancellate e poi smarrite, ma erano altri tempi, tra gli anni ‘30-’40. Non ci eravamo neppure posto il problema, ma oggi mi spiace tanto non aver potuto contribuire a risolvere il piccolo mistero». È un racconto di duro lavoro (la pesca), di storia, di eserciti e di Po, quello che narra Giuseppe Ghizzoni, imprenditore oggi in pensione, ma animatore della Fondazione Masserini, già presidente dell’Api e dell’Ocrim. Uno spiraglio di luce sui tentativi fatti, da decenni, di datare i pali che sorreggevano un ponte, che emergono dal Po di fronte al pennello delle Colonie Padane, partendo dal Piacentino. Oggetto delle teorie più disparate: ponte servito agli eserciti spagnoli, francesi, imperiali, perfino ai tedeschi nella Seconda guerra mondiale. Ebbene la storia narrata da Ghizzoni, almeno esclude quest’ultima ipotesi e lascia agli esperti ‘prove’ per altre teorie, anche se solo sotto forme di parole, di descrizioni.


Di questi manufatti di recente si è occupato Angelo Garioni, architetto e ricercatore, e a suo avviso potrebbero essere datati tra il Settecento e l’Ottocento. Ebbene, quanto racconta Ghizzoni potrebbe accreditare la sua ipotesi. «La mia era una famiglia di pescatori, vivevamo di pesca, non a caso abitavamo in via Vecchia, un villaggio riservato a chi viveva di Po. Quei pali li abbiamo sempre visti, i monconi arrivavano anche sulla sponda cremonese, poi interrati e distrutti per la costruzione del pennello delle Colonie Padane – racconta Ghizzoni - . La fila terminava nella lanca Livrini, che era una nostra zona di pesca. Ogni famiglia di pescatori aveva la sua zona, la nostra arrivava fino al Bosco». L’imprenditore (che ha donato al Museo del Cambonino tutti gli attrezzi di pesca della sua famiglia, compresa una barca) racconta anche dei rapporti con i pescatori piacentini, parmigiani, di qualche battibecco per le zone di pesca, «ma tutto sommato si andava d’accordo».

Giuseppe Ghizzoni



Quello che ai Ghizzoni non andava giù erano proprio i pali del vecchio ponte. Erano conficcati sul fondo della Livrini, vi si impigliavano le reti, ed erano pericolosi per la navigazione, «e così un giorno, era il ‘39 o il ‘40, mio padre decise che era l’ora di sradicarli: li abbiano legati alla barca uno per uno e piano piano, con grande sforzo sono venuti via». E qui il racconto si fa ancora più interessante per la storia del ponte. «Inchiodate ai pali c’erano ancora alcune traversine inchiavardate da grossi chiodi». La legna recuperata, dopo averla fatta asciugare, è finita nei camini cittadini. «Mio padre recuperava la legna del Po e la vendeva, vivevamo anche di questo e anche in questo caso andò così, ma i chiodi li avevamo recuperati. Erano tutti in ferro fatti a mano, battuti e ribattuti sull’incudine, con le teste quadrate e alcuni avevano le punte rivoltate». Ghizzoni infatti spiega quello che lui e suo padre hanno visto: «I chiodi non avevano lunghezze uguali, andavano dai 15 centimetri ai 40, ce n’era uno di 80, enorme, con la punta rivoltata, evidentemente doveva tenere insieme due o tre traversine. Queste erano tutte bucate con chiare tracce di fuoco, evidentemente per la costruzione prima trapanavano il legno con un ferro rovente, poi infilavano i chiodi e a martellate rivoltavano la punta, una sorta di rivettatura (ancora oggi sul Po si trovano pezzi di barconi o altri manufatti con enormi chiodi rivettati ndr) che teneva ben stretta e solida la struttura, i chiodi li avevamo tutti recuperati».


Il recupero sarebbe stata un’ottima notizia per gli esperti che avrebbero potuto risalire alla data della costruzione dalla lavorazione del ferro, e invece no, il destino beffardo ci si mette di mezzo. «I chiodi li avevamo messi in una cassetta e tenuti in un ripostiglio della casa di via Vecchia, li ricordo come fosse ieri. Poi però, mi sembra nel 1953, abbiamo fatto San Martino, traslocando nella casa accanto, gli operai che dovevano sbaraccare si sono portati via anche la cassetta con i chiodi. A pensarci oggi mi spiace tanto, erano un indizio. Ma credo che almeno un’ipotesi potrebbe essere caduta: quella del ponte fatto dei tedeschi in ritirata: abbiamo tirato fuori i pali dalla lanca tra il ‘39 e il ‘40, non eravamo neppure in guerra».

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