L'ANALISI
CREMONA. NELLE AULE DI GIUSTIZIA
24 Marzo 2026 - 18:30
CREMONA - «Ancora oggi ho difficoltà a dormire e incubi continui. Ci sono momenti in cui vedo scarpe e pugni che mi arrivano addosso». Incubi da quel 27 luglio 2024, sabato sera. Beppe (nome di fantasia), 41 anni, affetto da schizofrenia da quando ne ha 18, entra all’Antico Borgo in via dei Cipressi, va al bancone per prendere una bottiglia d’acqua.
Nel locale ci sono quattro amici, tre uomini e una donna. Parlottano, lo prendono in giro, cantano ‘Arriva lui, bello, bello’. Beppe perde le staffe, molla «uno scappellotto sulla testa» a uno di quei tre.
Ma sono gli altri due che gli piombano addosso con una violenza inaudita. Da allora, Beppe vive con una placca di titanio nella fronte e le viti negli zigomi. Quei due, secondo l’accusa, gli hanno spaccato la faccia con pugni e calci. Beppe ha anche perso due denti e le diottrie: 4 da un occhio, 3 dall’altro.
Lesioni gravi. Mario, detto Miri, albanese di 43 anni, è in carcere; Artur, connazionale di 57 anni, è ai domiciliari. Artur si sta facendo processare con il rito abbreviato dal gup. Mario oggi era davanti al collegio, seduto accanto all’avvocato Fabio Galli. Attraverso le telecamere, la Squadra mobile era arrivata ai due imputati, poi riconosciuti dai testimoni. Il Tribunale potrebbe disporre una perizia per accertare se le lesioni siano permanenti. Come ha già fatto il gup nel procedimento a carico di Artur: il perito Andrea Verzeletti, medico legale di Brescia, visiterà Beppe venerdì. Sarà presente anche Salvatore Maiorana, medico-legale e consulente dell’avvocato di parte civile Pia Gerevini.
Mettono i brividi le nove righe di capo di imputazione che il pm Chiara Treballi, contesta agli imputati. «Perché in concorso fra loro, colpendolo ripetutamente con violenti calci e pugni al volto e alla testa, cagionavano lesioni personali gravi, consistite in un fracasso/distacco cranio facciale con frattura mascellare, frattura parete anteriore e posteriore del seno frontale e frattura dell’osso temporale bilaterale, con necessità di intervento chirurgico di riduzione e contenzione delle fratture con craniotomia».
Beppe ha subito «l’indebolimento permanente del senso della vista, nonché, anche per effetto del necessario intervento di craniotomia, lo sfregio permanente del viso». Tra ospedale e convalescenza dalla madre, ci vogliono quattro, cinque mesi, perché Beppe si tiri su. «Dopo il mio gesto — racconta — uno di loro mi ha sferrato un pugno in faccia. Poi hanno iniziato a colpirmi con calci e pugni in volto. Sembrava volessero sfigurarmi. Mi hanno buttato per terra, io ero contro il bancone in terra e continuavo a prendere calci e pugni. Sono riuscito ad alzarmi. Ho sentito una voce: ‘Prendi la tua roba e vattene e non tornare più’. Mentre uscivo, mi hanno spinto fuori e sono caduto. Poi ho preso la bicicletta e sono andato dai carabinieri. Ero tutto sanguinante. Beppe finisce in ospedale.
La madre: «Alle 9 del mattino sono stata contattata dal reparto di Chirurgia: ‘Suo figlio è ricoverato qui’. ‘Arrivo’. Ho provato a chiamarlo, mi ha risposto la barista del locale, lei aveva recuperato il telefono. Mi ha raccontato che cosa era successo la sera prima. Mio figlio è stato ricoverato una decina di giorni, poi è venuto da me, perché non riusciva a badare a se stesso. Ha un’invalidità per schizofrenia. Se è cambiato? È più timoroso, più guardingo, non vuole avere tante persone attorno, perché ha paura che gli facciano del male, è ansioso più del solito.»
La barista: «Ricordo che gli hanno detto ‘Arriva lui bello bello’. Lui ha tirato un pugno a uno del gruppo. Lo hanno aggredito: calci in faccia. Lui diceva: ‘Basta, basta, non ce la faccio più’. È stato spinto fuori, colpi ripetuti. Ho chiamato il cuoco per aiutarmi.»
Il cuoco: «La cameriera era spaventata. Ho visto questa situazione che delle persone si stavano picchiando, c’era questa persona in terra. Ricordo che l’hanno spinta fuori.»
Il terzo del gruppo in trattoria: «Ho subito un colpo forte in testa, la mia ragazza mi ha tirato via. Entrambi (gli imputati) lo hanno aggredito. Io ad oggi non so la ragione del perché di questa cosa.»
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