L'ANALISI
08 Marzo 2026 - 18:04
CREMONA - Basta un collo di bottiglia nel Golfo per far tremare i conti di casa nostra. Non servono petroliere incastrate sul Po o razionamenti alla pompa di via Bergamo: è sufficiente che lo Stretto di Hormuz finisca davvero nel mirino, o anche solo che il mercato inizi a temerlo sul serio, perché la botta arrivi secca prima alle aziende agricole e poi pure al carrello della spesa dei cremonesi. E pazienza se da Teheran, nelle ultime ore, è arrivata una mezza rassicurazione: lo stretto, dicono gli iraniani, resterà aperto. Con una precisazione, però, che basta da sola a tenere i mercati sulle spine: le navi americane e israeliane saranno considerate bersagli e sulla sicurezza generale nessuno mette la mano sul fuoco. In soldoni: non serve abbassare la saracinesca, basta rendere il passaggio insicuro. Perché l’agroalimentare che ci tiene in piedi e ci esalta, come sempre, non sarebbe il primo a prendere il manrovescio ma sicuramente tra quelli costretti a scaricarlo subito a valle. «Tutto dipenderà da quanto durerà il blocco, perché qualche settimana rallenta la crescita, molto di più può portare alla recessione. Il problema è che continuiamo a dipendere dagli idrocarburi e che il Signore li ha messi da quella parte del mondo. Avevamo il nucleare e ce lo siamo tolti... Almeno acceleriamo sulle rinnovabili», taglia corto l’economista cremonese Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani.
Detta in modo meno accademico: se il tappo salta per poco, l’economia tossisce. Se dura, va a letto con la febbre alta. E pure se ufficialmente Hormuz resta aperto, il problema non svanisce: ai mercati interessa che quella rotta sia sicura, non soltanto percorribile. Un aumento del prezzo del greggio può rallentare la crescita di circa lo 0,1-0,2%.
Fin qui, insomma, niente apocalisse. Ma se la fiammata energetica si stabilizza, il film cambia: «Si potrebbe arrivare anche a un taglio del Pil superiore all’1-1,5. Che non è un disastro di per sé, ma per un Paese che cresce dello 0,5 significa recessione». A quel punto entra in scena la filiera del cibo che ci ha portato sulle vette Unesco. Perché il gasolio non pesa solo sui tir e sulle auto. Pesa sui trattori, sui concimi, sui trasporti, sulle celle frigorifere, sulla trasformazione. «Quando l’energia rincara, l’effetto si trasmette rapidamente a tutta l’economia: logistica, movimentazione merci e anche prodotti come i fertilizzanti», chiarisce. Vale a dire che il colpo non è soltanto diretto, alla pompa, ma anche indiretto: si infila in ogni anello della catena e lo rende più salato. Poi arriva la variabile più visibile di tutte: i prezzi. «L’impatto sull’inflazione è probabilmente la conseguenza più preoccupante – prosegue il macro-economista –. Se petrolio e gas restassero elevati troppo a lungo potremmo arrivare anche a un aumento dei prezzi intorno al 3 per cento. Chiaro che molto dipenderà dalla risposta dello Stato, che potrebbe immettere denaro come fatto nel 2022 per reggere il colpo». Ma resta da capire il quadro e se il gioco valga la candela. È qui, comunque, che la geopolitica smette di essere una carta colorata sulle tv all news e diventa una questione domestica: rincari nei trasporti, nei costi di produzione, nei listini finali. In una parola, meno margini per le imprese e meno respiro per le famiglie.
E naturalmente, quando i mercati fiutano la paura, arriva anche lo sciacallaggio. Ma Cottarelli invita a non raccontarsela troppo semplice. «Quando i prezzi salgono c’è sempre una componente speculativa, lo sappiamo. Ma spesso il motore più forte è la corsa a comprare per paura di restare senza». Il che significa non solo scommesse finanziarie, ma anche panico da approvvigionamento. Per chi compra energia, il risultato non cambia. Il tutto ha il sapore del senno di poi, che in economia serve poco ma spiega molto. «L’errore è stato fatto a monte ed è ormai difficile rimediare. Abbiamo rinunciato al nucleare quando avevamo già una centrale come quella di Caorso». Il riferimento è chiarissimo: l’Italia ha scelto di sfilarsi da una strada energetica già imboccata, salvo poi ritrovarsi decenni dopo ancora appesa alle fonti fossili importate. E, siccome «petrolio e gas si trovano proprio nelle aree geopoliticamente più instabili del pianeta», il nodo non è soltanto il prezzo ma la dipendenza. Per questo la conclusione è quasi obbligata: «Bisogna accelerare sulle rinnovabili». Il che non cancella il conto di domani mattina, ma almeno prova a evitare quello di dopodomani. Nel frattempo, però, la lezione è brutale nella sua semplicità: quando Hormuz resta aperto solo sulla carta e sotto minaccia nei fatti, non si inceppa soltanto una rotta. Va sotto pressione mezza economia. E Cremona non è un’isola felice.
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