L'ANALISI
17 Febbraio 2026 - 20:11
CREMONA - «Sono felice. Posso vivere la mia vita, posso andare avanti con le mie forze, tranquilla e serena con i miei figli. Ho visto la morte con i miei occhi». Fa un grande respiro, Sofia, 40 anni, laurea in Economia e commercio presa nel suo Paese d’origine (Europa dell’Est), in Italia imprenditrice affermata nel settore della bellezza, madre di due figli, uno all’università, l’altro minorenne. Il tribunale l'ha condannato oggi a 6 anni e a risarcirla con 10mila euro (provvisionale) il marito 45enne, da cui si è separata dopo 19 anni di matrimonio.
Diciannove anni in cui l’uomo l’ha così sottomessa che «ci è voluto tempo, perché la signora avesse consapevolezza, si rendesse conto di quello che aveva subito», dice l’avvocato Alessandra Casula di Lodi.
Perché Sofia (nome di fantasia, ndr), vittima di violenza psicologica e fisica, «considerava normale che lui le facesse del male, che la controllasse, che le tirasse i capelli, le sputasse. Per lei era normale la sberla». Il marito le ha spaccato il naso due volte: nel 2012 e dieci anni dopo.
È fine settembre del 2022, quando la moglie si presenta al Pronto soccorso. Ha un occhio ‘al burro’, una ferita sul sopracciglio e una frattura al setto nasale. «Per vergogna» non dice chi l’ha conciata così. Non lo dice subito. La dottoressa la fa spogliare. Sofia è piena di lividi: botte vecchie. «Sono scivolata». È in lacrime, prende coraggio, racconta. E va dall’avvocato Casula.
«Ho ricevuto la signora in studio piena di lividi, dalla testa ai piedi. Le fotografie prodotte al processo rispecchiano quello che ho visto con i miei occhi. La signora mi ha fatto vedere anche i lividi sul corpo, aveva il naso rotto. Ed era psicologicamente devastata. All’inizio era così soggiogata dal punto di vista psicologico che non voleva separarsi. Era in uno stato di confusione psicologica che è tipica delle vittime di violenza, fa parte del ciclo di maltrattamenti. La signora non riusciva a immaginare, dopo 20 anni di abusi, una vita senza il suo maltrattante».
Senza il marito che «su di lei ha esercitato molta violenza psicologica, l’ha svalutata», dice il pm Federica Cerio, che per l’uomo chiede 5 anni e 6 mesi di carcere.
Ai giudici Sofia racconta di «non essere libera di fare quello che le persone normali fanno. Io non potevo fare domande a mio marito. Tornava la sera ubriaco. ‘Dove sei stato? Perché non ti occupi della famiglia? La stai distruggendo’. Lei che per ‘l’unità della famiglia’ passa sopra il tradimento extraconiugale del marito, invece domanda. E giù botte».
In quegli anni, Sofia non ha nemmeno il diritto di lavorare. Un lavoro lo aveva trovato «in un contesto bancario». «Ah no, tu sei donna». Di soldi in casa ne girano pochi, lei si rimbocca le maniche. Attratta dal mondo della bellezza, studia e apre un salone. Ma quando butta giù il listino dei prezzi anche «per uomini», il marito la blocca: ‘Clienti uomini assolutamente no’. «Non è che il marito le abbia impedito di lavorare. Il problema è la svalutazione», prosegue il pm. Laureata in Economia, «deve occuparsi dei figli, poi apre un’attività e nell’ottica del maltrattante, il marito ha perso il controllo. È indubbio che la persona offesa abbia un carattere molto forte», sottolinea il pm.
«Il pm ha detto che è una donna forte. Non lo era per niente, perché a lungo è stata soggiogata dalle violenze del marito, Lo è dovuta diventare — rimarca l’avvocato —. Il marito la voleva ostacolare. All’inizio era una donna confusa, totalmente devastata. È dovuta diventare forte. E in questo percorso è stata tanto importante la sua indipendenza economica». L’indipendenza economica è lo spartiacque nei casi di violenza, altrimenti non ci si riesce a liberare. Ecco perché sono tanto importanti le politiche a favore dell’occupazione delle vittime, politiche, che stanno andando bene nei paesi anglosassoni. In Italia abbiamo qualche borsa lavoro, però è ancora insufficiente.
La signora ce l’ha fatta, è una grande imprenditrice. È diventata forte, lo sta diventando sempre di più. Sofia ha una agenda fitta di impegni. Il lavoro la porta anche all’estero. Entro 60 giorni sarà depositata la motivazione della sentenza. Il marito farà appello.
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