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MALATI DI SOCIAL E DEVICE

Inchiodati allo schermo: «Connessi, ma alienati»

Quando lo smartphone ‘batte’ la vita vera. Gli esperti: «È indispensabile porre limiti»

Andrea Fiori

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14 Febbraio 2026 - 05:25

Inchiodati allo schermo: «Connessi, ma alienati»

CREMONA - «Non è più questione di essere online o offline, ma ‘on-life’. C’è la paura viscerale di essere disconnessi, di perdersi qualcosa, di non sapere cosa fanno gli altri». In questa riflessione si condensa il cambiamento antropologico che sta investendo i giovani cremonesi (e non solo): una generazione per la quale lo smartphone non è più un semplice accessorio, ma un’estensione del sé, un ponte sempre aperto sul mondo virtuale che presenta conti salatissimi in termini di salute mentale. Il confine tra realtà e finzione digitale si è fatto così sottile da sparire, lasciando i ragazzi in un limbo dove l’approvazione sociale si misura in like e la solitudine cresce proporzionalmente al numero di notifiche ricevute.

I dati che emergono dal lavoro del Criaf (Centro Riabilitazione Infanzia Adolescenza Famiglia), che ha anche numerosi punti di ascolto nelle scuole della provincia, sono allarmanti: gli studenti trascorrono in rete mediamente 4-6 ore al giorno. «Un tempo importante — spiega Paola Cattenati, responsabile del centro — se lo si somma a quello delle altre attività quotidiane». Il feedback digitale sembra essere diventato il nuovo termometro dell’autostima: «I riscontri non sono più un semplice ‘ciao’ - continua Cattenati - , ma il ‘che peso assumo nella rete’, ‘mi mettono like?’. C’è un impulso costante a guardare cosa succede».

Questa ricerca di approvazione si sposta oggi anche sull’intelligenza artificiale. Se il 35% dei giovani la usa per scopi didattici, preoccupa un 36% che interroga l’IA per gestire conflitti o cercare sostegno psicologico. «Il rischio — commenta Cattenati — è quello di scavalcare le relazioni umane. Se prevale la tecnologia, i ragazzi non si equipaggiano di quegli aspetti sociali ed empatici fondamentali». Il risultato è già visibile nelle aule, con classi caratterizzate da conflittualità altissime dove l’equipe del Criaf deve intervenire per ripristinare le basi del vivere comune.

Il passaggio dall’uso massiccio alla patologia è analizzato anche da Roberto Poli, direttore del dipartimento di salute mentale e dipendenze dell’Asst di Cremona. «Dobbiamo dividere la dipendenza dall’oggetto telefono da quella dai contenuti». Sono emersi, come ha spiegato il direttore, due nuovi fenomeni: la ‘nomofobia’ (dall’inglese ‘no mobile phone phobia’), ossia l’ansia da disconnessione; e la ringxiety (dalla fusione di ‘ring’ e ‘anxiety’). Quest’ultima, nota come ‘sindrome dello squillo fantasma’, descrive quel «rapporto strettissimo tra uomo e telefono per cui si ha la sensazione di sentirlo suonare anche quando c’è silenzio. Una fusione sensoriale che non risparmia nessuna generazione, poiché non ci sono fasce d’età immuni».

L’elemento unificante resta però la solitudine. «La rete viene usata per sentirsi collegati al mondo, ma l’uso continuativo finisce per ridurre i contatti nella realtà, creando un circolo vizioso che incide pesantemente sulla soglia di attenzione e sui ritmi biologici». L’alienazione digitale si riflette infatti sul sonno, con ragazzi che arrivano in classe esausti dopo intere notti passate in chat.

Davanti a questa deriva, che compromette la capacità di concentrarsi su un testo o di gestire un confronto fisico, il ruolo della famiglia torna a essere centrale. «Servono regole — conclude Cattenati — perché il 60% dei ragazzi non ha limiti di tempo. Un genitore deve accompagnare i figli e vigilare su ciò che accade online, poiché la rete è un oceano non controllabile che può nascondere rischi gravi. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ormai parte integrante del nostro quotidiano, ma di governarla attraverso un’educazione digitale consapevole. È necessario dunque fornire ai giovani gli strumenti critici per navigare in un ambiente che nasconde molti pericoli, affinché possano ritrovare la capacità di abitare il mondo reale con empatia e attenzione. Anche offline.

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