L'ANALISI
08 Febbraio 2026 - 05:15
CREMONA - Sei ore nella rete, tra like, messaggi e onde social che possono trasformarsi in tempeste. È il tempo medio che un adolescente passa online, un universo dove il bullismo è presente, ma troppo spesso invisibile, perché i cellulari hanno ‘mura’ più alte di quelle della scuola o dell’oratorio.
Ieri è stata celebrata la giornata internazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, un’occasione in più per fermarsi a riflettere sulla natura e la portata di un fenomeno che trasforma la quotidianità di troppi giovani e giovanissimi in un incubo. I numeri salgono, e l’età delle vittime — e dei carnefici— scende, arrivando a far registrare i primi casi già a 7 anni. A fornire un quadro della situazione, forte di un’esperienza di ascolto e supporto di oltre 25 anni, è Paola Cattenati, responsabile del Centro Criaf di Cremona.
«Il rischio e il potenziale che c’è sono sotto gli occhi di tutti – esordisce Cattenati – Abbiamo condotto rilevazioni nelle scuole della provincia di Cremona e di Brescia, chiedendo ai ragazzi di raccontare la loro conoscenza del fenomeno. Quasi il 60% ha dichiarato di aver assistito a episodi di bullismo o cyberbullismo, direttamente o indirettamente».
Il fenomeno «emerge con maggior forza a scuola, ma l’aspetto più pervasivo oggi sono i social network e le chat di gruppo», spiega. Qui si nascondono i rischi maggiori, alimentati da una scarsa consapevolezza e da difficoltà relazionali sempre più marcate. «I ragazzi arrivano a passare fino a sei ore al giorno online. Questo tempo ruba spazio alla socializzazione reale, al guardarsi negli occhi, allo stare con gli altri».
Di fronte a un’emergenza in evoluzione, il lavoro del Criaf – un’equipe multidisciplinare che gestisce un osservatorio – si articola su più fronti: sostegno ai docenti e supporto alle famiglie durante tutto l’anno scolastico, con serate dedicate. «Abbiamo appena concluso un percorso con 1.800 genitori – racconta Cattenati – Quello che riscontriamo è un grande spaesamento delle famiglie nell’arginare il fenomeno. C’è una difficoltà nel comprendere e gestire la vita digitale dei figli».
Proprio per questo, la responsabilità genitoriale deve estendersi anche a quel che accade online. «I genitori sono tenuti a conoscere quel che i figli fanno in rete. Bisogna fare dei patti, la concessione del cellulare deve essere subordinata a certe condizioni. Non è possibile che una mamma non conosca la password del telefono del figlio 12enne».
Un passo importante arriva dal protocollo appena firmato, che darà un sostegno in più al lavoro fin qui svolto. «Prevediamo l’attivazione dei Centri del Rispetto, per creare presidi territoriali di ascolto e intervento».
La legge 71 del 2017 – nata a seguito della tragica vicenda di Carolina Picchio, primo caso italiano di suicidio per cyberbullismo – resta un pilastro, ma non basta. «L’aumento del cyberbullismo lo rende un fenomeno più difficile da contrastare, perché è subdolo, continuo, fuori dalle mura scolastiche. Le sentinelle devono essere a tutti i livelli».
Il messaggio, in questa giornata di riflessione, è chiaro: serve un’alleanza educativa salda. «Tutto il lavoro fatto può avere un sostegno in più solo se scuola, famiglia e istituzioni camminano insieme. La conoscenza è il primo strumento di prevenzione».
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