L'ANALISI
I NODI DELLA SCUOLA
19 Gennaio 2026 - 05:00
CREMONA - «La scuola non è un commissariato». Dopo il tragico omicidio a scuola di un 19enne alla Spezia, il tema della sicurezza a scuola è tornato centrale. Ma se a livello nazionale si discute sull’opportunità di installare metal detector per arginare l’ondata di violenza giovanile, chi la scuola la vive ogni giorno scuote la testa. Simona Piperno, dirigente del Torriani, riassume bene il pensiero di molti: «Sarebbe una risposta repressiva che rischia di snaturare tutto. La scuola deve essere uno spazio di crescita e fiducia, non di controllo poliziesco».

Non tutti, però, sono d'accordo. Lorenza Badini, alla guida del Ghisleri, ad esempio accoglie con favore la proposta ministeriale: «Mi dispiace ammetterlo, ma sono d'accordo. Se serve ad aumentare la sicurezza ben venga». Una posizione che affonda le radici in esperienze passate e concrete: la dirigente ricorda infatti come, prima di approdare al Ghisleri, durante la sua direzione in un istituto comprensivo del lodigiano, abbia dovuto affrontare per ben due volte il ritrovamento di lame portate in classe da giovanissimi. Il rischio esiste – spiega – e la sorveglianza deve essere massima, specialmente nei momenti informali come l'intervallo, quando il controllo può sfuggire più facilmente.

Tuttavia, il resto del territorio non sembra intenzionato a seguirla sulla via dei sensori elettronici. Paola Premi (Anguissola), pur non escludendone l’utilità in contesti drammatici, punta tutto sulla prevenzione: «Gli studenti devono piuttosto imparare a conoscere i limiti invalicabili e ad assumersi la piena responsabilità delle proprie azioni».

Per Paola Brugnoli (Cr.Forma), blindare gli ingressi significherebbe «sancire il fallimento dell’educazione», mentre Carmelo Marino (Stanga) rifiuta quella che definisce una «americanizzazione» del sistema: «Mettere un metal detector significa comunicare ai ragazzi che vivono in un ambiente pericoloso, alimentando la paura anziché la cultura della legalità». Un focus particolare riguarda poi le scuole medie, dove il termometro del malessere sembra essere salito sensibilmente dopo la pandemia.

Barbara Azzali (Anna Frank) e Daniela Marzani (Virgilio) si trovano a gestire quotidianamente dinamiche relazionali fragili. Se per Azzali la chiave resta «l’intercettazione immediata delle prevaricazioni» attraverso il supporto costante di sportelli pedagogici, Marzani sottolinea come spesso si debba combattere contro un vuoto educativo che esplode in vandalismo o aggressioni verbali. «La violenza si manifesta anche senza armi» – osserva Marzani – e purtroppo la scuola si ritrova sola a fronteggiare problemi che hanno radici familiari profonde.

Proprio il nodo del rapporto con le famiglie emerge come una delle criticità più urgenti. Se un tempo il dirigente scolastico rappresentava un’autorità indiscussa, oggi il quadro appare frammentato. Nicoletta Ferrari (Einaudi) e Paola Orini (Galilei di Crema) descrivono una realtà in cui i genitori tendono a porsi in modo quasi ‘sindacale’ a difesa dei figli, ostacolando talvolta l’iter disciplinare.

Ferrari evidenzia un progressivo deterioramento nel rispetto dei ruoli, mentre Orini richiama la necessità di un’alleanza perduta: «Il rispetto delle regole deve essere insegnato fin dalla prima infanzia. La scuola ha un compito fondamentale, ma non può essere lasciata sola a gestire ogni deriva sociale o mancanza di educazione civica».

Non mancano, però, segnali di controtendenza incoraggianti. Secondo i dirigenti, da quando l’uso dello smartphone è stato bandito o limitato durante le lezioni, i conflitti tra gli studenti sembrano effettivamente diminuiti. Senza il filtro dei social a fare da amplificatore per le liti nate online, i ragazzi hanno ripreso a relazionarsi in modo più diretto e meno aggressivo. Sullo sfondo resta la domanda centrale su quale modello di società stiamo proponendo.

La chiosa finale è di Alberto Ferrari (Aselli), che invita il mondo adulto a un’autocritica necessaria: «Spesso la violenza dei ragazzi è un riflesso di ciò che vedono fuori, in una società competitiva e spesso spietata. Prima di cercare soluzioni repressive, dovremmo chiederci quali spazi di vero ascolto stiamo offrendo loro». La sfida per la scuola cremonese, dunque, resta sospesa tra la necessità di sicurezza e la missione di restare un presidio di umanità.


L’episodio della Spezia solleva interrogativi che toccano da vicino anche gli studenti cremonesi. Sulla questione interviene Rebecca Frate, vicepresidente della Consulta provinciale degli studenti, che precisa di parlare a titolo personale. La sua analisi parte da una constatazione pragmatica: la violenza che emerge nelle cronache è un riflesso di dinamiche già visibili nella realtà quotidiana e, per questo, l’ingresso di armi bianche a scuola deve essere considerato un fatto di estrema gravità.

Per Frate, sebbene molti si sentano al sicuro, esiste una percezione di fragilità legata alla diffusione della ‘cultura maranza’, un modello basato sulla prevaricazione. In questi contesti i percorsi educativi sono fondamentali, ma possono non bastare: per chi comprende solo il linguaggio dello scontro, l’intervento delle autorità diventa necessario.
Frate si dice scettica sul trattamento di favore che l’ordinamento riserva ai minori e sottolinea l’importanza di educare alla cultura della denuncia. La proposta è quella di adottare provvedimenti disciplinari più severi, anche per il bullismo verbale. Contraria ai metal detector, definiti utopici e tipici di una ‘scuola-carcere’, conclude invitando ad analizzare i contesti culturali dei singoli casi per agire con rigore.
Copyright La Provincia di Cremona © 2012 Tutti i diritti riservati
P.Iva 00111740197 - via delle Industrie, 2 - 26100 Cremona
Testata registrata presso il Tribunale di Cremona n. 469 - 23/02/2012
Server Provider: OVH s.r.l. Capo redattore responsabile: Paolo Gualandris