L'ANALISI
07 Gennaio 2026 - 20:39
CASTELVERDE - «Non siamo venuti a celebrare Piero, ma a raccoglierne il testimone». È con queste parole che don Claudio Rasoli, portando con tutti i sacerdoti l’abbraccio e il cordoglio del vescovo Antonio Napolioni, ha chiuso l’omelia, e aperto tanti occhi, oggi, mercoledì 7 gennaio 2026, in Sant’Archelao.
Una frase che ha racchiuso il senso profondo di una mattinata intensa, raccolta, attraversata dai primi venti freddi profondi come quel sentimento condiviso che andava ben oltre il lutto. Un quadro tratteggiato nella parrocchiale gremita: nei primi banchi sedevano i mondi che Mondini ha saputo tenere insieme per una vita intera: l’agricoltura e l’allevamento, la cooperazione e la rappresentanza sindacale, le istituzioni, il Rotary, la Fiera, Confagricoltura, l’informazione. Attorno, una comunità intergenerazionale, fatta di volti più e meno giovani, di chi lo ha conosciuto da protagonista, chi l’ha amato, chi l’ha seguito, chi l’ha imitato e di chi ne ha respirato l’eredità senza averne condiviso direttamente il cammino ma ha voluto scoprirlo.

Dal pulpito, un tributo che sa di memoria. A regalarlo con misura il prete e la voce rotta, ma orgogliosa, della famiglia e degli amici. Restituito, nuovamente, il profilo di un uomo che ha attraversato la storia non da spettatore, ma da grande attore che rifugge i riflettori. Nato quando qualcuno si muoveva ancora in carrozza e scomparso nell’era dell’intelligenza artificiale, Mondini ha vissuto il Novecento e l’inizio del nuovo millennio con uno sguardo sempre rivolto avanti, capace di cogliere il cambiamento senza smarrire il senso della misura. Uomo di carattere forte ma dialogante, di sintesi più che di contrapposizione, ha interpretato ogni ruolo come servizio, mai come esercizio di potere. La sua biografia non ha nulla di romanzato. Le pagine di quel secolo, che fino all’ultimo è pesato leggero sulle sue spalle forti, le ha scritte lui. A noi resta solo da leggere.
La sua visione ha inciso in profondità sulla zootecnia cremonese e lombarda, anticipando i tempi sul benessere animale, sull’organizzazione del lavoro, sulla dignità delle persone. «In anni in cui alzare la voce era considerato quasi una virtù maschile, Mondini ha scelto il rispetto, l’ascolto, il riconoscimento del valore delle donne e dei collaboratori». Autorità ispirata dalla stima, rivoluzionaria semplicità. Sempre al posto giusto, sempre a suo agio.

Ma la sua impronta è andata oltre il Primario, oltre la famiglia, oltre il lavoro, al di là degli enti, più lontano del futuribile. Mondini ha contribuito a firmare pezzi fondamentali del welfare locale, dall’Hospice del Maggiore, sua creatura amata, al sostegno costante alla solidarietà, passando per l’impegno politico vissuto come «alta forma di carità», con un’attenzione concreta ai più fragili. Sempre con i piedi ben piantati nella terra, e lo sguardo capace di alzarsi.
Al termine della funzione e dei pensieri, tra cui quelli della nipote Giovanna con Antonio Bodini e del sindaco Graziella Locci, prima che il feretro lasciasse il sagrato in direzione del camposanto, applausi rispettosi e ali di tenerezza ad abbracciare chi resta e raccoglie un’eredità irreplicabile. Cremona alla fine lo ha salutato così: sorrisi commossi e silenzi pieni di parole. Come probabilmente avrebbe fatto lui.
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