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LA SENTENZA

Crema, travolse un bimbo e andò al bar: condannato

Lo schianto la sera del 2 luglio 2018 in via Mazzini: un anno e due mesi a un 49enne per «fuga»

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

22 Giugno 2022 - 20:21

Crema, travolse un bimbo e andò al bar: condannato

Via Mazzini a Crema

CREMA - Lunedì 2 luglio del 2018, dieci di sera. In via Mazzini, area pedonale, sta passeggiando una famiglia indiana: papà, mamma e figlioletto di 4 anni. Arriva una Vespa bianca, è contromano, va veloce e a zigzag, investe il bimbo che cade a terra e si prende una botta in testa. Lo scooterista non si ferma a controllare le condizioni del piccolo, ma preferisce andarsene, bello tranquillo, in un bar vicino. Sulla vespa c’è Marco Tacchini, 49 anni, ieri condannato a un anno e due mesi per fuga (pena sospesa e non menzione) e alla sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida per un anno e otto mesi. È caduta, invece, l’accusa di omissione di soccorso. L’uomo è stato assolto «perché il fatto non costituisce reato». Per fuga e omissione di soccorso, il pm onorario Silvia Manfredi aveva chiesto la condanna a un anno e sei mesi. Tra due mesi la motivazione della sentenza.

Il pm onorario Silvia Manfredi

L’avvocato Michele Barrilà ha già annunciato che presenterà appello. Il racconto del papà: «Io e mia moglie eravamo sul marciapiede e nostro figlio era poco più avanti, quando quella moto che ‘dondolava’ è venuta verso di noi ed è finita addosso a mio figlio». Il padre si è ricordato che nell’impatto anche lo scooterista era finito a terra, «ma poi si era rialzato ed era andato via prima che arrivassero ambulanza e polizia».

L'avvocato Michele Barillà


E sempre il padre ha fotografato la targa della Vespa. Quella sera di mezza estate, in via Mazzini c’è molta gente. Alcuni passanti si sono precipitati a soccorrere il bimbo in lacrime, spaventato, con il sangue che sgorgava dalla ferita alla testa. Il piccolo è stato caricato sull’ambulanza, ripartita verso il Pronto soccorso dell’ospedale Maggiore. Qui il piccolo è stato curato e tenuto in osservazione la notte. L’indomani le dimissioni con sette giorni di prognosi.


«Non si parla di ferite lacero-contuse né di trauma contusivo. Il bimbo è caduto e ha avuto una botta in testa. L’omissione di soccorso non c’è. Vi erano già il padre, la madre e altre persone che avevano soccorso il piccolo e chiamato l’ambulanza», ha sostenuto l’avvocato Barrilà. Quella sera, Elisabetta stava passeggiando in centro con la sorella. È stata lei a chiamare la Polizia. «A un certo punto — ricorda davanti ai giudici — è arrivato contromano un motociclo bianco che ha preso in pieno il bambino e ha tirato dritto. Il piccolo piangeva e perdeva sangue dalla testa». Elisabetta ha afferrato il telefonino e chiamato i soccorsi. Ha guardato bene lo scooterista. Al giudice lo ha descritto così: «Era alto circa un metro e ottanta, sui 50/55 anni. Dopo l’incidente era entrato in un bar lì vicino». Elisabetta ha spiegato di aver anche tentato di memorizzare il numero di targa della Vespa.


Quando la polizia è arrivata in via Mazzini, chi ha causato l’incidente non c’era più, come ha confermato uno degli agenti intervenuti. In zona ci sono però le telecamere. La scena è stata ripresa, anche se non in maniera nitida. Alla Polizia, il papà del bimbo ha dato i numeri di targa della Vespa; Elisabetta ha completato il puzzle con le due lettere che era riuscita a memorizzare. Ci ha provato, «perché su una delle due lettere non ero sicura». La Polizia mette insieme numeri di targa e lettere, inserisce i dati, ma non salta fuori nulla. Perché una di quelle due lettere è sbagliata. «Forse è quest’altra», ha detto Elisabetta a chi indaga. Stavolta, la combinazione è giusta: quella targa porta gli investigatori allo scooter immortalato, tra l’altro, dalla telecamera. Dalla Vespa si risale al proprietario: Marco.


L’indomani, il suo scooter viene trovato parcheggiato in una via laterale del centro storico. Non è ammaccato, non ci sono tracce dell’incidente, ma la targa corrisponde, così come corrisponde l’identikit fornito da Elisabetta alla polizia. «Nessuno, però in quei giorni viene chiamato per un riconoscimento ufficiale», aveva evidenziato il difensore nel chiedere l’assoluzione per entrambi i capi di imputazione.

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