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IL PROCESSO

Caso Martinotti, il teste del pm: «I pazienti? Esseri umani. Non sono un pezzo di carne»

L'ex primario sul banco degli imputati per quattro omicidi colposi, accusato di aver usato il bisturi «con grande imprudenza», senza necessità, cagionando la morte dei pazienti.

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

11 Maggio 2022 - 18:53

Caso Martinotti, il teste del pm: «I pazienti? Esseri umani. Non sono un pezzo di carne»

L'ex primario Martinotti e il Tribunale

CREMONA - «Che cosa significa operabilità? Mi hanno sempre insegnato che operabilità significa eseguire un intervento, valutando il bene del paziente. Il paziente è un essere umano, non un pezzo di carne. Se c’erano motivi di attrito con il mio primario? Non c’era un idillio, ma io non ero lì per essergli amico, ma per lavorare».

Il primario con cui Nicola Pasquali, di Crema, 55 anni, da 22 chirurgo all’ospedale Maggiore di Cremona, non ha avuto «idillio», è Mario Martinotti, 65 anni, di Pavia, arrivato al Maggiore nel maggio del 2007, il capo di Chirurgia fino al dicembre del 2019, da gennaio 2020 in pensione. Nei tredici anni insieme, Pasquali e Martinotti hanno lavorato «gomito a gomito» in corsia, a volte in sala operatoria. Pasquali, il suo ex primario lo ha rivisto oggi nell’aula penale. Lui teste del pm Vitina Pinto, Martinotti sul banco degli imputati per quattro omicidi colposi, accusato di aver usato il bisturi «con grande imprudenza», senza necessità, cagionando la morte dei pazienti.

I QUATTRO CASI CLINICI

Sono i casi clinici di Giuseppina Zanardi, deceduta il 12 marzo 2015, Renzo Tanzini, morto il 15 agosto del 2016, Pasquale Dornetti, deceduto il 14 luglio del 2017, Renza Maria Panigazzi, morta il 7 febbraio del 2019.

I nomi dei quattro pazienti, il chirurgo Pasquali se li ricorda solo perché l’1 ottobre del 2018 glieli fecero in Procura, quando venne sentito per quasi 4 ore. In sala operatoria per Tanzini c’era andato solo una volta contro le sedici, tra interventi e medicazioni, del paziente. Il fratello si è costituito parte civile con l’avvocato Guido Giarrusso.

IL CASO TANZINI

Anno 2016. Tanzini aveva 51 anni. «Mi ricordo di Tanzini, perché aveva una patologia abbastanza grave», dice Pasquali. È la sindrome di Lynch, malattia a predisposizione genetica ereditaria che dà una elevata suscettibilità allo sviluppo di tumori nel tratto intestinale. Tanzini aveva già subito una resezione dell’intestino. Poi, sviluppa un tumore al duodeno. Durante la colonscopia, il primario Federico Buffoli riscontra «due polipi al colon, ma a causa della loro posizione, non poteva asportarli con l’endoscopia - prosegue Pasquali -. Mi chiamò. Bisognava intervenire chirurgicamente. Martinotti parlò con Buffoli. Io ero lì presente. Si decise di fare congiuntamente l’intervento».

L’8 giugno, Tanzini va sotto i ferri: gli viene asportato il duodeno con il pancreas e, contemporaneamente, il pezzo di colon con i polipi. Ma sorge una complicanza: un’ischemia all’intestino. Il giorno dopo, il paziente finisce sotto i ferri. Gli tolgono altri 20 centimetri di intestino. Il 13 luglio si decide per un intervento «a mio avviso discutibile», dice Pasquali.

Martinotti vuole rimettere insieme i pezzi: riattacca il moncone dello stomaco all’ansa intestinale. «Questo è uno degli interventi più complessi che abbiamo in Chirurgia», prosegue il teste. Nel caso Tanzini, «queste cuciture di congiunzione non reggono». Perché «attaccare 10 centimetri di piccolo intestino allo stomaco e al retto non è stato eseguito in nessuna parte del mondo — sottolinea Pasquali —. E mi ricordo bene che il dottor Martinotti avrebbe voluto fare un lavoro per pubblicare questo intervento, che mai era stato fatto in nessuna parte del mondo. Glielo sconsigliai». Tanzini muore il giorno di Ferragosto.

IL CASO DORNETTI

Il caso Dornetti (la vedova e il figlio sono parte civile con l’avvocato Mario Palmieri). Anno 2017. Dornetti, agricoltore di 78 anni, si sta curando per un tumore al fegato, giudicato inoperabile per la sua posizione. Fa la chemioterapia inoculata nei vasi. La cura funziona, il tumore si riduce un po’. Dornetti chiede un consulto al primario del San Raffaele, che gli sconsiglia un intervento, perché troppo rischioso. Martinotti, invece, lo opera, il 30 giugno. Durante l’intervento sorge una complicanza: si lacera la via biliare. Da qui, la setticemia. Il 10 luglio il paziente va di nuovo sotto i ferri, il 14 muore. Pasquali dice: «Io non ero in sala operatoria, ma sapevo che al San Raffaele, centro di riferimento nazionale ed europeo, l’intervento chirurgico era stato escluso. Ricordo che dell’intervento si occuparono alcuni colleghi. Dissero: ‘Ma cosa lo operano a fare se al San Raffaele hanno detto che era inoperabile». Quali alternative c’erano? «Non bisognava operare. Verosimilmente, il tumore sarebbe cresciuto e il paziente sarebbe morto. È nella natura delle cose».

Il 25 maggio saranno sentiti i testi della difesa, il 13 luglio tutti i consulenti tecnici, il 12 o il 19 ottobre Martinotti si difenderà e sarà emessa la sentenza.

LA TESTIMONIANZA DI BUSI

Il 10 maggio scorso, nel giorno del suo 67º compleanno, è andato in pensione. Oggi la sua prima mattina senza più il camice da chirurgo, Giordano Busi l’ha passata in Tribunale, teste del pm al processo nei confronti del suo ex primario, Mario Martinotti.

Dal 1989 al 2009, Busi lavorò al Maggiore, all’inizio con il professor Palmiro Alquati; da maggio del 2007 era nell’équipe chirurgica di Martinotti, fino al 2009, l’anno in cui lasciò Cremona per l’Oglio Po di Casalmaggiore. Se ne andò, il vicario Busi, per gli «scontri con il primario». Non fu il solo. Scapparono Antonio Brunelli (vicario anche lui). Scappò Mauro Bassi. Se ne andò anche un anestesista.


Aula penale, 10,43 di oggi, Busi testimonia. «Come mai lei se ne è andato via da Cremona?», la domanda del pm Vitina Pinto. «Eh, eh, perché sono andato via da Cremona? Ero molto legato a Cremona». «Ha avuto problemi?», rilancia il pm. Domanda «suggestiva», ribatte la difesa di Martinotti.

Il pm voleva ricostruire «il contesto». Ci ha provato, ma la difesa ha da subito messo un punto fermo. E lo ha messo anche il giudice. Martinotti deve rispondere della morte di quattro pazienti negli anni 2015-2019. Busi non era più al Maggiore, non era in sala operatoria a Cremona.

La sua testimonianza si chiude alle 10,56: dura tredici minuti in tutto. Pochissimo, rispetto alle 4 ore e un quarto passate in Procura, il 5 ottobre del 2018, quando venne sentito da chi stava indagando sul caso. Busi spiegò: «Quando parlo di scontri con il primario, faccio riferimento, ad esempio, a casi di pazienti ai limiti dell’operabilità, perché aventi uno stadio di malattia tale da sconsigliare l’operazione; lui decideva comunque di operarli, a volte anche con esiti letali. Peraltro, è andato via anche un anestesista, il dottor Massimo Nolli, sempre in ragione delle discussioni con il primario».

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