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LA GUERRA DI PUTIN: LA TESTIMONIANZA

La fuga dopo l’incontro: «Così sono scappato dal mondo impazzito»

Il racconto di Raul Caso, campione di lotta libera: il viaggio da Leopoli al confine. «Il mio obiettivo è una medaglia agli Europei a giugno: sarà per il popolo ucraino»

Lucilla Granata

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redazione@laprovinciacr.it

02 Aprile 2022 - 08:59

La fuga dopo l’incontro: «Così sono scappato dal mondo impazzito»

Raul Caso, campione italiano under 17 di lotta libera

CREMONA - «Eravamo partiti per fare una gara in Ucraina il 19 febbraio. Ci avevano detto di andare tranquilli perché la situazione non sembrava destare particolari preoccupazioni. A Leopoli poi, abbiamo gareggiato il 21 e il 22. Dopo la competizione, abbiamo richiamato l’Ambasciata per avere aggiornamenti, visto che se fosse stato possibile, ci saremmo fermati qualche altro giorno per allenarci. E abbiamo avuto un nuovo via libera. La mattina dopo però, ci siamo svegliati col bombardamento a Kiev... Le sirene hanno iniziato a suonare anche a Leopoli e noi abbiamo cercato come possibile di organizzare un rientro immediato».

L'ultima gara di Raul Caso a Leopoli

I missili russi caduti su Leopoli

Il racconto è di Raul Caso, campione italiano under 17 di lotta libera. Raul è cremonese di nascita, anche se si è trasferito ormai da anni a Livorno. A Cremona però, è ancora molto legato: «La mia nonna è ancora lì e io vengo molto spesso a trovarla» dice. In Italia, a livello giovanile, Caso non ha praticamente avversari, essendo imbattuto da anni. Qualche settimana fa, ha rivinto il titolo italiano e ora sta cercando di fare il grande salto internazionale. Obiettivo principale e sogno di qualunque atleta: l’Olimpiade. Anche se a a breve termine, c’è un appuntamento da non mancare. «Mi sto preparando per gli Europei Under 17 che si terranno a giugno a Bucarest e poi per i Mondiali di luglio a Roma. La gara di Leopoli era uno dei test per testare la forma a livello internazionale. Per me è giunto il momento di tirar fuori una grande prestazione, quella che inseguo da tempo. Negli ultimi due anni è stato complicato fare esperienze. All’estero quasi impossibile e per noi lottatori il confronto con gli atleti stranieri è fondamentale. Dopo due anni difficili per la pandemia, questa gara in Ucraina era importante. Per quello dopo la manifestazione, avevamo pensato di fermarci qualche altro giorno. Ma poi il mondo è impazzito...».


Abbiamo imparato a conoscere i nomi delle città ucraine perché la guerra purtroppo le ha rese tristemente note ultimamente. Leopoli, dove si trovava Raul con il suo team, dista soli 60 chilometri dal confine polacco, ma per Caso quella breve distanza si è trasformata in un viaggio difficile e interminabile. «Sapevamo di essere praticamente ad un passo dalla Polonia e per questo, nonostante suonassero le sirene e dal telegiornale arrivassero immagini agghiaccianti da Kiev, non ci siamo fatti prendere dal panico. Abbiamo subito contattato un taxista di cui avevamo il numero. Lui si è presentato al nostro albergo in poco tempo, il problema però, è che non aveva molta benzina. In compenso però, teneva una pistola carica sul cruscotto. Ha iniziato a percorrere strade secondarie. Ad ogni benzinaio in cui cercavamo di fermarci, c’erano code da 40/50 macchine. L’atmosfera era tesa e allora ci siamo fatti lasciare a terra».

La fuga a piedi

Caso prosegue il racconto di quelle ore terribili: «È passato un pullman dell’organizzazione della nostra gara e un altro pezzo di strada lo abbiamo fatto con quello. Poi ci è toccato ancora un lungo tratto a piedi in autostrada, fino a quando non ci ha ricaricato un nuovo furgone che ci ha portati questa volta fino alla frontiera Ucraina. Attraversare lì non è stato complicato. Al controllo passaporti in uscita dal paese non ci hanno fatto alcun problema, anche perché ormai l’allarme era alto e le persone le facevano uscire dai confini il più in fretta possibile. Eravamo stanchissimi e preoccupati. Soprattutto per i nostri cari in Italia. Il telefono non ha funzionato per diverso tempo e non potevamo dire loro che stavamo bene, avvertirli che oramai eravamo quasi in salvo. L’odissea è terminata dopo altre 4 ore di attesa. Tanto ci hanno fatto aspettare per varcare i confini polacchi. Fortunatamente avevo un contatto lì con una ragazza che abitava a qualche centinaio di chilometri dal confine. È venuta a prenderci e ci ha ospitato a casa sua a Cracovia fino al nostro rientro in Italia, il giorno dopo. Ora mi sembra tutto un film. Guardo le immagini in tv e mi sembra incredibile che possa essere successo. Siamo andati a fare una gara all’estero e ora quella stessa città è distrutta. A giugno, punterò alla medaglia anche per il popolo ucraino».

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