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Finalpia, la verità di Cogorno: «Io, solo contro la malavita»

Lo sfogo dell’imprenditore cremasco che con la sua denuncia ha fatto scattare il processo alla ’ndrangheta

Riccardo Maruti

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rmaruti@laprovinciacr.it

20 Marzo 2022 - 09:52

Finalpia, la verità di Cogorno: «Io, solo contro la malavita»

L'imprenditore cremasco Claudio Cogorno

CREMA - «Dopo oltre cinque anni posso finalmente rompere il silenzio, inizialmente dovuto al rispetto del segreto istruttorio e poi autoimposto per non dare vantaggi alle difese dei personaggi che ho denunciato». Dopo la sentenza del tribunale di Milano che ha spalancato le porte del carcere per Alfonso Pio (condannato a 13 anni) e il suo complice Omar Petrocca (6 anni e 8 mesi), l’imprenditore cremasco Claudio Cogorno torna a parlare dell’infiltrazione mafiosa ai danni dell’Hotel del Golfo di Finalpia, l’ex colonia dei cremaschi trasformata in albergo a quattro stelle. È stata proprio la denuncia di Cogorno — socio al 43% della Comfort Hotel & Resort, titolare dell’attività – a far scattare le indagini che hanno condotto al processo. Spiega: «Ho avuto timore? Certamente, soprattutto quando il 6 febbraio 2019, dopo aver sorpreso in hotel i condannati, sono intervenute le forze dell’ordine che mi hanno messo al riparo. Poche ore dopo sono stato colpito da un infarto acuto. Ma grazie alle persone a me care e alle forze dell’ordine sono rimasto fermo nella decisione di oppormi a questa azione criminale. Se non l’avessi fatto, non avrei più potuto guardarmi allo specchio e avrei rinnegato l’educazione umana, culturale, civile e religiosa che ho avuto la grazia di ricevere». Cogorno non risparmia un’osservazione amara: «Immaginavo che gli enti coinvolti a vario titolo, sia a Crema che a Finale Ligure, si costituissero parte civile. E posso dire lo stesso per i curatori delle mie società, socie di CHR, fallite a causa di questa bieca operazione. Invece, il deserto: sono rimasto il solo denunciante. Eppure in varie assemblee verbalizzate, avevo sollecitato gli altri soci a seguirmi nella denuncia, ma nessuno ha mosso un dito. Ora capisco perché».


«VOLEVANO INCASTRARMI»


Cogorno commenta così le motivazioni della sentenza: «Nella sostanza si chiarisce che, con un patto scellerato, si mirava a convincermi o costringermi a comprare quote degli altri soci a valori che non tenevano conto del credito milionario da me vantato nei confronti della gestione dell’hotel. Poi, vista la mia totale indisponibilità, la strategia è cambiata e l’obiettivo è diventato entrare in possesso della società e nominare gli amministratori. Ci hanno provato fino alla fine, anche ad affitto già decaduto: l’ultimo tentativo risale all’agosto del 2019».


LE VICENDE SOCIETARIE


L’escalation per il controllo dell’albergo di Finalpia, secondo la sentenza del Tribunale di Milano, si intreccia a doppio filo con le vicissitudini societarie che hanno portato al fallimento della Comfort Hotel & Resort. «Già il contenuto dei decreti di arresto e rinvio a giudizio — commenta Cogorno — ha reso evidente una convergenza di interessi tra componenti societarie e l’organizzazione malavitosa già da tempo seguita dagli inquirenti per ragioni diverse». La sentenza recita testualmente che «la curatela potrà (dovrà) ampliare il novero degli accertamenti in corso, includendo, senza alcun dubbio» i condannati «tra gli amministratori di fatto».


LA «CONTRAPPOSIZIONE»


Quello che i giudici hanno definito «metodo Pio» coinvolgeva non solo Petrocca, ma anche Antonio Calabrese, socio di minoranza dell’albergo con circa il 7%. Nelle motivazioni della sentenza si legge che Petrocca e Calabrese «facevano parte della stessa cordata di Pio, l’uno volontariamente, l’altro perché coartato». I giudici fanno esplicito riferimento a numerosi episodi di violenze e minacce messe in atto da Pio per «riaffermare il proprio predominio all'interno dell’hotel» e «mandare un chiaro messaggio» a Cogorno «nell’ambito della contrapposizione societaria in corso». Contrapposizione, specificano i giudici, «di due compagini della CHR: una prima con il 44% del capitale sociale era riferibile ad Antonio Denti (anch’egli cremasco, ndr), tramite persone fisiche e giuridiche; la seconda, rappresentativa del 43% del capitale sociale, era riconducibile a Claudio Cogorno. La restante parte del capitale sociale (di fatto ago della bilancia) faceva capo ad un trust che, a sua volta, era riconducibile ad Antonio Calabrese». Secondo le conclusioni del tribunale milanese «Pio, con la collaborazione di Petrocca e minacciando Calabrese… riusciva infine a ottenere che Petrocca venisse in possesso dei certificati azionari riferibili a Calabrese e di una delega del trust». Con la finalità di conquistare definitivamente l’Hotel del Golfo. Pio, in una conversazione con Denti oggetto di intercettazione, si riferisce così a Calabrese: «Io ho dovuto tribolare, ho dovuto minacciarlo, ho dovuto fare… Non mi fare ancora arrivare a queste condizioni, che gli alzo le mani a questo qui».


IL PRANZO DI VARIGOTTI


I giudici accertano l’esistenza di un «accordo intervenuto tra Denti, Pio e Petrocca in occasione di un pranzo a Varigotti». Un patto che trova conferma in «una conversazione intercettata nel mese di febbraio del 2019 allorché Denti» ricordava «a Pio quanto concordato l'anno precedente e in particolare quale fosse il senso iniziale del loro accordo» cioè di «convincere Cogorno ad acquistare le quote di Denti». Nell’intercettazione riportata nelle motivazioni della sentenza, Denti dichiara: «Ascolta Alfonso, io sono… quando ci siamo visti un anno fa… la mia intenzione era di cedere le quote, tu lo sai». L'incontro di Varigotti, rilevano i giudici, «ha un rilievo decisivo perché segnava l'avvio dell'azione di Pio il quale… attraverso vere e proprie minacce avrebbe poi ottenuto che Calabrese non si presentasse» alle assemblee in programma «così non onorando l’impegno contrattuale» di vendita delle quote «assunto pochi giorni prima con Cogorno e consentendo a Denti, in accordo con Pio e Petrocca, di nominare infine il 29 agosto 2018 un amministratore di loro espressione».


L’ASSEMBLEA DECISIVA


Centrale, nella vicenda societaria, è proprio l’assemblea del 29 agosto 2018. In quell’occasione, scrivono i giudici, venne «nominato amministratore della CHR Gaetano La Monaca (“testa di legno” di Petrocca) proprio grazie a una votazione resa possibile dal possesso dei certificati azionari e di una delega in favore di Petrocca, cui si aggiungeva il voto della compagine facente capo ad Antonio Denti», specificando poi che «tale era l'accordo di Pio e Petrocca con Denti fin dall'inizio, ovvero fin da mese di aprile del 2018». Dopo un avvicendamento tra La Monaca e Petrocca, nel gennaio 2019, dietro insistenze e azioni societaria di Cogorno, «Petrocca veniva sostituito nella carica di amministratore con una persona di fiducia di Cogorno», Andrea Racca.

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